Ci sono Caetano Veloso, ma anche Hamilton De Holanda, Jaques Morelenbaum e Joao Bosco nell'ultimo album di Stefano Bollani, pianista, compositore, autore e presentatore televisivo e radiofonico. Si chiama "Que Bom" il suo ultimo lavoro, che arriva a dieci anni di distanza da "Carioca", ultimo album dedicato esclusivamente alle sue amatissime sonorità carioca: "Realizzando Que Bom ho unito due desideri molto recenti, quello di tornare in Brasile, appunto, a registrare praticamente con la stessa sezione ritmica di Carioca e l'altro quello di stare in un gruppo in cui, sia in studio che nei live, la maggioranza fossero percussionisti" ci dice Bollani a margine di una serata tra musica e parole tenutasi a Sorrento per la rassegna Sorrento Incontra, in cui un musicista parla di sé e della sua musica, intervallando la chiacchierata con la propria musica.

A dieci anni da Carioca sei tornato in Brasile per Que Bom, da dove è nata questa esigenza? 

Realizzando Que Bom ho unito due desideri molto recenti, quello di tornare in Brasile, appunto, a registrare praticamente con la stessa sezione ritmica di Carioca e l'altro quello di stare in un gruppo in cui, sia in studio che nei live, la maggioranza fossero percussionisti. Siamo un quintetto, formato da contrabbasso e pianoforte, due percussioni e batteria e così, a parte il contrabbasso, siamo tutti della stessa famiglia perché anche il pianoforte è uno strumento a percussione. Volevo questa atmosfera: "Dove vado a trovare per suonare i nuovi brani che sto scrivendo? In Brasile. E già che vado in Brasile, perché non provo ad agganciare Caetano e portarlo finalmente in studio come vogliamo fare da un po', ma lui svicola? E già che ci sono, perché non invito Hamilton De Holanda con cui suono sempre o Jaques Morelenbaum e Joao Bosco che conosco personalmente ma con cui non ho mai suonato? Quindi sono andato in Brasile, per tutti questi motivi.

Ma come la prendono i brasiliani quando un italiano va a suonare la loro musica?

L'italiano che va laggiù a suonare la musica brasiliana è un po' come il finlandese che viene da noi a cantare Roberto Murolo, a dire il vero, però sono stati sempre molto tolleranti, tanto che in questo concerto che facemmo, nel 2007, in una favela, col pubblico che veniva da là hanno accondisceso ad ascoltare canzoni che per loro sono da cantare e ballare per strada, in una veste più arrangiata, particolare

Qual è la situazione del genere oggi? Come agisce il jazz nello scenario musicale odierno?

Il jazz continua il suo cammino perché più che essere un genere musicale è un linguaggio, l'idea che gli sta dietro è quella dell'improvvisazione, altrimenti si fa fatica a parlare di jazz, quindi più che un ritmo, una struttura definiti o una formazione precisa, più che un tipo di temi e di repertorio, jazz per me è questa cosa qua: la voglia di improvvisare ogni sera, anche sulle stesse strutture, però inventando sempre cose diverse, sul momento, quindi vivere il presente.

Parli spesso di errore come un rafforzativo dell'esperienza artistica, ci spieghi questo concetto?

Per me il concetto di errore comincia a esistere se hai un'idea di perfezione o di quello che vuoi fare: se vuoi suonare il Preludio n.2 di Chopin le note sono quelle e se non sono quelle si comincia a parlare di errore, perché c'è un'aspettativa precisa, che le note siano esattamente quelle. Nel momento in cui tu stai improvvisando, invece, questo può accadere, tu puoi star costruendo un ponte molto preciso, volevi fare una cosa e te ne viene un'altra, è un problema tutto tuo, non del pubblico che non sa cosa stavi costruendo, né degli altri musicisti che suonano con te, che non sanno cosa hai in testa, quindi è un problema con te stesso: ti sei costruito un'idea e poi devi essere in grado, in base a quello che è accaduto, di prendere un'altra strada e portarla a casa lo stesso.

Siamo ad una serata che unisce la parola alla musica. Ti faccio la domanda delle domande: come scegli i titoli delle tue composizioni?

Non sono bravissimo a dare i titoli ai brani delle mie canzoni perché di solito preferisco scriverli prima, so che faccio parte di una schiera di compositori che fa così. Cito sempre Claude Debussy per pulirmi la coscienza: lui scriveva dei brani, poi andava dai suoi amici in salotto e glieli faceva ascoltare, ma siccome lui frequentava Mallarmé gli venivano fuori cose come "La cattedrale inghiottita" o "I giardini sotto la pioggia", io invece chiedo ai miei amici, ho sempre fatto così, oppure aspetto di avere il disco missato per vedere davvero il risultato finale e da primo ascoltatore, dimenticando che è mio, penso a un titolo che mi restituisca il sapore del brano. Dopodiché sarebbe bello non darli i titoli come facevano una volta (Sonata n. 1, n. 2), a tratti sarebbe preferibile perché così non influenzi l'ascoltatore e sei oltre la democrazia.

Sei un lettore assiduo, come interpreti il rapporto tra letteratura e musica?

Il rapporto tra Letteratura e Musica lo sento molto stretto perché è lo stesso rapporto che c'è tra conversazione e musica. Io quando improvviso, quando compongo una frase musicale, sto usando regole grammaticali, come quando parlo, c'è una forma in tutte le fasi musicali che rimanda al linguaggio, alla comunicazione. Quindi la letteratura mi pare il fratellino molto vicino alla musica