Non aveva bisogno di una nuova popolarità, ma l'attenzione che si è sviluppata nelle ultime settimane attorno a Roberto Angelini è un caso interessante delle vie, talvolta casuali, percorse dalla fama. Dopo una lunga pausa il musicista romano, che da anni siamo abituati a vedere ogni venerdì sera in Tv a Propaganda Live, torna nelle vesti di cantautore con un nuovo singolo in uscita il 12 febbraio, che precede un album previsto nei prossimi mesi. Si intitola "Condor" e ce ne parla in un'intervista che è stata, per forza di cose, anche l'occasione di raccontare chi è stato, chi ha rinunciato ad essere e chi è oggi Roberto Angelini.

Il tuo nuovo singolo si chiama "Condor", è il primo dopo 10 anni di "silenzio" discografico.

Da tempo non è più una priorità della mia vita quella di fare dischi, perché nel frattempo mi sono successe mille altre cose. Però in questi anni sono venute fuori una decina di canzoni che considero come una piccola cantina di buone bottiglie di vino. Se hai scritto una canzone sette anni fa e la fai uscire oggi deve essere per forza una cosa che ti convince. Condor parla di me totalmente, come ricerca del vivere sempre in maniera intensa. Ci sono i miei buoni propositi, così come la contraddizione del buon proposito che diventa un condor e vola via.

La canzone decanta proprio questo vivere intenso, fatto di pensieri che appaiono e improvvisamente vanno via. Sei indipendente anche nel comporre musica?

Centri una questione importante. Io ho acquisito una libertà artistica quasi 20 anni fa, festeggiandola come se avessi raggiunto la cima di una montagna scalata a mani nude. Però poi questo concetto di libertà ho dovuto capirlo, perché è un'arma a doppio taglio. Quando non hai qualcuno che ti dà scadenze, fai i conti quotidianamente con te stesso e sei tu che devi regolare l'asticella. Se non sei curioso, pian piano suonerai sempre peggio, darai per scontate delle cose. E in effetti io nemmeno me ne sono accorto che siano passati tutti questi anni per comporre queste canzoni.

Parli di "conquista della libertà" e immagino tu ti riferisca all'esserti svincolato da una fama che era diventata opprimente. C'è stato un momento preciso in cui hai capito di essere libero?

È stata la fine di un primo viaggio, come avessi preso l'auto per raggiungere un obiettivo. L'ho raggiunto, ma una volta arrivato ho pensato che quello non era il viaggio che volevo fare, che forse quell'obiettivo non era il mio, ma qualcuno me lo aveva inculcato. Sono stato convinto a cercare un successo che ho inseguito e agguantato, per poi capire che il successo ha tanti lati oscuri.

Quindi che hai fatto?

Ho avuto la lucidità di fermare tutto e ricominciare da zero, con la consapevolezza di una strada che avevo fatto, anche soddisfacente, che però non era ciò che volevo. Avrei vissuto di personaggio e non di persona. Quindi sono ripartito, con fatica, ed oggi i miei obiettivi sono strade panoramiche, ogni piccola cittadina in cui finisco ha il suo fascino. Ho la fortuna di fare un mestiere che è un tutt'uno col vivere, non si stacca mai perché le due cose non sono separate.

Dalla parte del fruitore c'è una visione del successo che è bidimensionale: o lo insegui, o lo eviti.

Penso sia anche naturale, onesto, giusto, inseguire il successo in una certa età. A 19 anni vivevo delle canzoni che suonavo dal vivo e avevo la folle presunzione che quelle canzoni avrebbero cambiato il mondo. Se quella presunzione non ce l'hai, su un palco non puoi salire. È una bellissima pazzia che col tempo sbiadisce e capisci semplicemente di cercare altro. Nella piccola esperienza di produttore mi è capitato di provare a trasferire questa consapevolezza ad artisti giovani.

Ce l'hai fatta?

Assolutamente no, ma è normale che sia così.

Bisogna comunque essere audaci.

Sono d'accordo, anche ricominciare da zero è audace. Qualcuno dall'esterno ti chiederebbe come ti viene di mollare tutto e ricominciare. Hai fatto il Festivalbar, Sanremo, perché vai a suonare nel localino con poche persone?

Sì, quella è una domanda inevitabile.

Lo è perché il ricominciare si potrebbe confondere con il fallimento, ma fallimento non è. Nel mio caso è stato il tentativo di ricostruire qualcosa essendo disposto a ripartire da zero. La vita non è una scala infinita da salire, devi essere consapevole quando stai un po' più in basso e quando stai più in alto, sereno in entrambi i casi.

La celebrità non ti è mancata mai?

Quella celebrità no. Se io vado in concerto con Niccolò Fabi non anelo di stare al posto suo, adoro suonare la chitarra accanto a lui perché la cosa mi completa. Non c'è desiderio di una posizione diversa, io sto vivendo la bellezza di girare in continuazione le posizioni. Stare in televisione, andare a suonare in un locale con 100 persone, scrivere una canzone per qualcuno. Non aspiro ad alcun successo altrui, ma semplicemente al punto di equilibrio che mi faccia stare bene. Magari oggi potevo stare su un palco davanti a 10mila persone, ma non vivermela bene. Non ne godevo e ognuno gode per cose diverse.

Gattomatto è stata per te una persecuzione?

Lo è stata nei primi tempi. La gente ti identifica in quella maniera mentre tu vorresti essere altro e puoi soffrirne. Ma diciamolo, quella sofferenza è stata importante e io ho sofferto per liberarmi da questa hit che era più forte di me, incontrollabile. C'ero quasi riuscito dopo dieci anni, ma il destino ha voluto che entrassi in una combriccola di matti che da 7 anni mi prendono in giro su questa cosa e mi hanno portato a volere bene a una canzone che per molto tempo ho odiato.

Sentirtela suonare a Capodanno a Propaganda Live mi ha emozionato perché ho percepito che tu avessi definitivamente elaborato una sorta di trauma. Non la soffrivi più e quella leggerezza si sentiva.

Mai avrei immaginato che tornasse ad essere nuovamente un tormentone in un contesto come quello della trasmissione. Anche per le premesse con cui Diego mi aveva presentato Gazebo anni fa, ovvero una roba che sarebbe durata due puntate. "Ci chiuderanno subito – mi disse – se vuoi venire a suonare mi fa piacere, ma non sono manco sicurissimo che la musica mi serva". Sono passati 7 anni, non mi pare ci abbiano chiusi dopo due puntate, e Gattomatto è ormai un amico.

Il problema oggi è che c'è un nuovo tormentone a perseguitarti, Shock Because.

Il senso bello di questa avventura è anche che diventi virale una canzone che non esiste. Shock Beacuse ha senso solo in quei 40 secondi di trasmissione televisiva e solo lì la puoi sentire, associata a un balletto e alla risata di Costanze sotto. Non la devi più toccare.

Non hai pensato di registrarla in studio?

Mai, sono sempre stato sicuro di questo. Ci puoi giocare, scherzarci su, ma non cavalcarla. Io avevo pianificato da mesi di uscire con questo nuovo disco, ma non avrei mai immaginato questo successo improvviso ed esplosivo di una canzone nata per scherzo. Ed è giusto che resti quello.

Tanto te la chiederanno ovunque.

E questo lo so, me lo aspetto e la prendo a ridere, non escludendo di farla in certe situazioni.

Questo nuovo ruolo a tutto tondo che Propaganda ti ha cucito addosso ti interessa oltre Propaganda?

Mi interessa per ciò che è diventato in quel contesto. Io non ho mai avuto velleità nel mettermi in mostra in questa trasmissione, ero chiamato per suonare e mi piaceva quella situazione che mi permetteva di inserirmi negli ambienti senza avere il peso di chi fossi alle spalle. Poi le circostanze della pandemia hanno fatto sì che gli ospiti italiani e stranieri fossero bloccati per ovvie ragioni, quindi mi sono trovato nella situazione di dover fare un passo avanti per coprire quel buco. Piano piano ci ho preso gusto e mi sono divertito, trasformandola mese dopo mese. Nulla era premeditato.

E quindi, volente o nolente, ti trovi a vivere una seconda popolarità.

Esiste una popolarità diffusa, incontrollabile e molto pesante. Quella di Propaganda è una popolarità a misura d'uomo, le persone che incontri e che conosci sono persone carine con cui parli la stessa lingua e con cui andresti a bere una birra. È una popolarità che riempie di gioia perché non inficia sulla mia libertà personale. Spero di poter contribuire ancora a cazzeggiare.

E arriviamo al nodo: da fuori pare che voi stiate in equilibrio su un uovo a metà tra cazzeggio e impegno. Hai/avete paura che questo incantesimo finisca?

Sì, ma non ci voglio pensare. Al momento è qualcosa di non ipotizzabile, continuiamo ad essere amici che si divertono, autori che riescono a trovare il modo di raccontare le cose in maniera credibile. Inoltre c'è un dettaglio importante, Propaganda è una comunità, questa televisione si fa con la gente che ci guarda. Credo sia una cosa unica ed è ciò che rende il programma sempre nuovo, cangiante a seconda di come le cose cambiano.

La trovata delle sagome nel pubblico è da antologia. Ci avete pensato al fatto che del pubblico potrebbe non esserci più bisogno?

Nelle prime puntate è stato assurdo non avere l'empatia delle persone che erano in teatro con noi. Dopo un po' però ti abitui a tutto e sono sicuro che quando si riaprirà sarà uno "schock". Ma la stessa sensazione vale per qualsiasi cosa si stia facendo parallelamente con dirette social: è strano non sentire il pubblico, così come è incredibilmente emozionante percepire il trasporto delle persone che ti seguono con un messaggio, un commento di chi è collegato. Resta una questione imprescindibile: l'emozione di stare insieme è inimitabile, uscire per andare a un concerto non significa solo andare a un concerto.