Protesta dei lavoratori dello Spettacolo (Foto Marco Alpozzi/LaPresse)
in foto: Protesta dei lavoratori dello Spettacolo (Foto Marco Alpozzi/LaPresse)

Non ci sarebbe neanche bisogno di leggere i numeri per rendersi conto del disastro economico che il Covid-19 ha portato con sé nei mesi di lockdown. Lo scriviamo da tempo e purtroppo scriveremo ancora di come il settore dello Spettacolo – non l'unico, ovviamente – abbia sofferto enormemente a causa di una pandemia che ha avuto come primo effetto quello di tenere giustamente le persone distanti tra loro, rendendo impossibili i live e gli spettacoli pubblici che prevedevano pubblico. L'effetto? La disoccupazione per migliaia di persone che per un po' hanno potuto beneficiare dei paracaduti previsti dai decreti, dalle casse integrazioni ai bonus, ma che nel suo spettro non può e/o non vuole considerare che il calo economico che ha provocato in questi mesi si ripercuoterà per moltissimo tempo.

Una crisi senza precedenti

Inutile schermarsi dietro gli eventi fatti per i lavoratori dello Spettacolo, quelle sono iniziative lodevoli (così come il fondo di Music Innovation Hub – promosso da FIMI che fa più di qualcosa in più dell'evento singolo) che ovviamente non spostano di molto la situazione, e non risolvono un problema che rischia di diventare sistemico. Tantissimi di noi hanno amici che hanno provato sulla propria pelle cosa vuol dire ritrovarsi senza un lavoro, senza un euro a fine mese, per mesi. Eppure la vita continua, l'affitto si deve pagare, i mutui anche, bisogna pagare le bollette, le tasse (conteggiate sul 2019, quando ancora esisteva un lavoro), bisogna vivere, finanche sopravvivere, e qui le cose si fanno sempre più dure. La musica, insomma, diventa un hobby, qualcosa da mettere da parte, cercando di ricollocarsi in un mercato del lavoro già asfittico di suo, sia per i giovanissimi che per chi non ha più 20 anni e deve capire da dove ricominciare, prendendo in considerazione di rimboccarsi le maniche quando pensava di aver trovato una strada o almeno teneva botta in un mondo che lavora spesso e volentieri senza contratti a tempo indeterminati, con intermittenze continue e pochissime tutele.

Cambiare lavoro per pagare l'affitto

Ora siamo tutti nudi, e la cosa brutta è che tornare indietro è praticamente un'impresa titanica. Mancano le condizioni economiche, appunto, e poi c'è la stanchezza, non solo tutti i problemi che mesi di clausura e dipendenza hanno portato con sé, ma anche la fatica di doversi rimettere in gioco, senza che il Paese abbia, negli anni, posto le condizioni per far sì che la mobilità sociale potesse essere un'opzione. A lungo ci è stato raccontato che era una possibilità, forse il futuro, ma nei fatti non è mai stata un'opzione reale. Ovviamente nel frattempo c'è stata una pandemia, qualcosa di improvviso – non impossibile da prevedere, occhio, ma improvvisa e che ci ha trovato colpevolmente impreparati. Quindi Sveva, che nella vita fa l'ufficio stampa e aveva una serie di lavori programmati da febbraio in poi, si ritrova da mesi senza lavoro e prospettive e ora prova tutto, dalle ripetizioni al segretariato, cercando di mettere a disposizione del mondo del lavoro la propria esperienza. C'è Fabio, dj, produttore, manager, promoter e chi più ne ha più ne metta, che da anni lavora nel mondo della musica – lo conosciamo tutti – e scrive sui propri social che ormai la sua idea è quella di accantonare la sua passione, che era anche un lavoro che, nel bene e nel male, gli aveva permesso un'idea di vita che pareva comunque definitiva: "Lo ammetto, con una certa dose di vergogna, ho pensato ad altre vie che non siano la musica per vivere (…) La frustrazione è altissima, perché noi lavoriamo con la musica e siamo orgogliosi e felici di farlo, siamo orgogliosi dei vostri grazie, della vostra partecipazione, anche di chi non ci stima, odia ed invidia" scrive e quando gli chiedo il permesso di usare le sue parole spiegandogli di avergli cambiato il nome mi risponde, sereno: "Il nome puoi lasciarlo, non c'è nulla di cui vergognarsi". Le storie sono infinite e anche le persone: le conosciamo, le abbiamo lette sui social, ci sono state raccontate.

La disoccupazione in Italia nel 2020

Questo è, appunto, quello che sentiamo, che percepiamo, che sappiamo. Poi ci sono i numeri, c'è una disoccupazione cresciuta esponenzialmente soprattutto tra donne e giovani: "Per l’Italia la disoccupazione dovrebbe raggiungere il 12,4% a fine 2020, cancellando quattro anni di lenti miglioramenti – scriveva Fanpage leggendo i dati Ocse -. Se la situazione epidemiologica resterà sotto controllo, entro la fine del 2021 la disoccupazione scenderebbe all’11%, comunque a livelli peggiori del pre-crisi. In caso di seconda ondata, invece, si prevede un dato all’11,5% a fine 2021". In una nota dell'INPS di settembre si legge che "Nel secondo trimestre 2020 l’input di lavoro misurato in termini di Ula (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) subisce una eccezionale diminuzione sia sotto il profilo congiunturale (-11,8%) sia su base annua (-17,0%), come conseguenza della riduzione delle ore lavorate a seguito delle notevoli perturbazioni indotte dall’emergenza sanitaria (…).  L’occupazione risulta in forte calo sia rispetto al trimestre precedente sia su base annua; il tasso di occupazione destagionalizzato è pari al 57,6% (-1,2 punti in tre mesi)".

La disoccupazione nel settore musicale

Per quanto riguarda il settore musicale, invece: "250.000 famiglie sono senza lavoro; il circuito ha perso 650 milioni di euro tra febbraio e settembre e oltre 1,5 miliardi di euro di indotto. Sono stati registrati cali di fatturato vicini al 100% rispetto all’anno scorso. Sono danni che per noi organizzatori, e per ogni singola persona coinvolta, non hanno precedenti – ha denunciato il Presidente di Assomusica Vincenzo Spera -. Gli spettacoli di musica dal vivo, e più in generale gli eventi culturali che, per loro stessa natura, sono costruiti attorno alla presenza di un ‘pubblico riunito', sono stati i primi a chiudere e, come sta emergendo, gli ultimi a ripartire. Molte figure professionali, tra tecnici e light designer, stanno già scomparendo e non si vede all’orizzonte un momento preciso in cui si potrà ricominciare a lavorare. Di questo non si può non tener conto. Ne va della dignità di migliaia di persone, prima ancora che lavoratori". Ma il circuito va allargato a un settore ancora più ampio e figure che sono centrali, dai tour manager agli uffici stampa, appunto. È una tragedia – e la parola è pesata – da cui non si sa se e quando usciremo. Ma dietro la parola "tragedia" ci sono persone disperate. Aiutarle è un dovere.