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Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Italodisco dei Kolors

Italodisco dei The Kolors si gioca il titolo di tormentone dell’estate 2023: vi spieghiamo perché è diventato un caso.
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A cura di Federico Pucci
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Nel suo saggio di culto sui tormentoni (intitolato didascalicamente Tormentoni! nella traduzione italiana di Laura Odello, pubblicata da ISBN nel 2008), il filosofo e musicologo francese Peter Szendy definisce una particolare caratteristica della canzone che si intarla nel cervello: i tormentoni parlano dei tormentoni, sono cioè profezie autoavveranti la cui efficacia sta nel dichiarare all’ascoltatore con tono stentoreo eppure suadente e comunque in modo (nemmeno troppo) subliminale che quella canzone non andrà più via. In pratica, se una canzone ti comunica esplicitamente il bisogno urgente di cantarla, ascoltarla o ballarla, è molto probabile che, applicata la giusta dose di talento e lavoro, avrà questo effetto su di te. “Can’t get you out of my head” (“Non riesco a cavarti fuori dalla testa”), diceva Kylie. “Presto che non resisto”, dicono oggi i The Kolors.

Quando Stash, voce, penna e chitarra della band napoletana, ha risposto alle domande dei giornalisti sul successo di Italodisco, la sua sorpresa è sembrata genuina: “Non me l’aspettavo, non avevamo intenzione di scrivere una canzone per l’estate”. Vorrei crederci, Stash; vorrei pensare che i calci di rigore decisivi si tirano anche in autunno e non a fine stagione; vorrei immaginare che i Coldplay non vengano a suonare in Italia solo tra giugno e luglio. E dopotutto, quando Stash menziona due sinonimi di estate come “Ibiza” e “Festivalbar” (pensando a noi ultratrentenni), lo fa – un po’ come Eugenio Montale – pronunciandosi in modo inequivocabilmente negativo: "questa non è", codesto solo oggi possiamo dirti. E in effetti, Italodisco non è una canzone estiva come le altre.

Per un decennio abbondante le canzoni estive italiane non hanno avuto il suono e il groove di Italodisco: piuttosto il ritmo spezzato del reggaeton, scorciatoia sonora per dire “tropici” e farci (chi più, chi meno) sognare. Nel giro di un paio di stagioni le cose sono cambiate: in cambio della fuga verso un altrove paradisiaco, per mettersi al riparo dalle fatiche e dalle delusioni della propria vita quotidiana il pubblico ha cominciato a preferire (consapevolmente o meno) la fuga verso un altroquando. L’anno scorso andavano gli anni ‘60 de La dolce vita di Fedez, Tananai e Mara Sattei o del Finimondo di MYSS Keta, con il beneplacito di Edoardo Vianello; ma anche i 70s allusi da Jovanotti in I Love You Baby. Nel 2023 il destino (o un calcolo discografico) ha voluto che molte scelte convergessero nel 1983. Quarant’anni fa usciva Girls Just Wanna Have Fun, brano che fa capolino tutto spezzettato nella base di Disco Paradise di Fedez, J-Ax e Annalisa. Nel 1983 riscuoteva un successo enorme Amore disperato di Nada, quasi-coverizzata da Tancredi nell’assai meno fortunata DISPERATO (fuori dalla top 100, ma ci ha provato). Quell’anno usciva anche e soprattutto Vamos a la Playa, ed è proprio la frase di synth iniziale, quel salto di un’ottava che fa “zum-zu-zu-zu-zum zu-zum” a essere citato con la parola e gli strumenti dai The Kolors nella seconda strofa di Italodisco, e a incombere in realtà su tutta la linea di basso del brano.

Vamos a la Playa è il tormentone italiano definitivo, nazionalpopolare quando questo termine aveva ancora un senso, come puoi leggere nell’eccellente libro di Fabio De Luca intitolato "Oh, Oh, Oh, Oh, Oh" che ricostruisce la nascita e l’impatto della hit dei Righeira. Citare questa nel 2023 è un omaggio, di certo, ma non è nostalgia pura e semplice, né revival in senso stretto. Perché Italodisco (attaccata) dell’italo disco (staccata) non è una ricostruzione filologica, ma è piuttosto un lavoro di pastiche incredibilmente contemporaneo, come quello descritto una settimana fa parlando di Mon Amour. Anche Italodisco attinge a tutto il vocabolario della dance, senza timore reverenziale: la cassa dritta è tenace al limite dell’eurodance, tra Gabry Ponte e Gigi D’Agostino; il basso-synth del ritornello sale e scende di un’ottava con la stessa divisione metrica di Dirty Talk di Klein & M.B.O. canzone che tiene insieme italo disco, house e Blue Monday; lo stesso identico fraseggio, inserito un inciampo a mo’ di finto glitch e un taglio alle frequenze alte e basse (o gating, per dirla tecnica), diventa d’incanto una perfetta introduzione French Touch; le chitarre (un po’ sepolte e mescolate alle tastiere, ma presenti) rievocano i fasti disco music di Nile Rodgers e degli Chic (Stash del resto cantava già nel 2011 I Don’t Give A Funk). Nessuno spunto archeologico prevale sugli altri, e di italo disco c’è più che altro la “vibe” generale, che può far sorridere l’ascoltatore effettivamente nostalgico o semplicemente dispiegare la sua potenza su quello ignaro.

Tuttavia, per un singolo suono Stash e Starchild e Zef (che insieme hanno prodotto la traccia) si concedono uno sfizio: è il suono al quale tutti fanno caso, quando sentono Italodisco, il punto focale di ogni coreografia su TikTok, perché letteralmente la musica tace tutto intorno per una misura, così che tu possa sentire bene: si tratta dei quattro colpi di campanaccio (più un click, dettaglio importante) che arrivano prima del ritornello. Il sample di campanaccio potrebbe provenire da una LinnDrum LM-1 (o un plugin che la imita), drum machine che guarda caso spopolava nel 1983, ma è quel click che gli si appoggia sopra ad avere una reference decisiva, che presto sarà svelata anche dal testo. Nella canzone-memoir dei Daft Punk Giorgio By Moroder, il medesimo click isolato arriva come un’epifania sotto la voce del nostro baffuto connazionale, segna due battute, e poi via con il refrain. Quando Stash e Davide Petrella (co-autore) scrivono “quanto mi manca Moroder nell’anima”, la risposta è: abbastanza da fermare per due secondi la canzone e infilare una citazione che coglieranno in pochi, ma che farà presa su tutti.

Italodisco non ha solo questo strumento di coercizione sonora – caso vuole, molto simile ai tre colpi assestati prima del ritornello di Mon Amour. Per quanto possa aderire al gusto dance miscelatorio contemporaneo, per quanto possa richiamare alcuni fasti dell’italo disco, la canzone dei Kolors vuol fare testo a sé, come una produzione di Mark Ronson fa con il soul anni ‘60. Il primo è una classica trappola armonica che Stash e Petrella tendono sotto i nostri piedi da bravi cacciatori-raccoglitori di attenzione: si tratta della tensione insopportabile che avvertiamo in quell’accordo suonato dai tastieroni alla fine del pre-ritornello, un accordo preso in prestito da un’altra tonalità (Fa# maggiore anziché minore), e che genera una forma di dissonanza che non vediamo l’ora si risolva di nuovo nell’accordo di “casa”. Un accordo che – nonostante la pausa di una battuta – non solo arriva, ma viene ribadito dall’inciso che saltella giù sui tre gradi dell’accordo (“Pres-to-che”, Fa#-Re-Si), come a rassicurarci che le cose sono tornate nella norma – altro hook niente male.

Ma la melodia di Italodisco fa qualcosa di ancora più interessante e lo fa da subito, nella prima metà della strofa: le tre note sincopate (Re-Fa#-Do#, “sbagliare un calcio di rigore”) disegnano un ritmo organico che si incastra volutamente a fatica nella robotica gabbia metrica del brano, quella cassa dritta che – Festivalbar o no – domina ovunque. Non solo, quella semplice frase termina alternativamente con una battuta a vuoto (“sbagliare un calcio di rigore” – pausa) o con un’appendice in controtempo (“forse sì, forse no”): non esattamente l’horror vacui di certo pop e rap contemporaneo, che non si azzarderebbe a lasciare i suoi ascoltatori da soli con i loro pensieri per ben 2 secondi. “Ma come – diranno gli ascoltatori – le canzoni estive non dovevamo farci sentire spensierati!?”. E infatti Stash l’ha detto chiaramente che questa non è una canzone estiva, perché ci ostiniamo a non credergli? Certo, Italodisco ha i germi semiotici del tormentone, la profezia autoavverante, per quanto espressa con la proverbiale cortesia dei Kolors: “Scusa se insisto”. Ma ha di sicuro qualcosa di poco estivo, un cromosoma acquisito in una gavetta nei club, sigillo immateriale che distingue la band che di norma suona dal vivo dall’artista che campa su una base: sono proprio quegli spazi vuoti, quei buchi di cui è letteralmente fatto un groove, la differenza tra essere umano e macchina, tra funk e no. Quelle brevi pause e quei controtempi, potremmo dire citando un’ultima volta Montale, sono “la maglia rotta nella rete” (metrica, si intende), le minuscole deviazioni dalla norma che ci possono dare ciò di cui spesso la musica oggi è avara: “Un imprevisto”. E, talvolta, una hit.

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