Perché non riusciamo a toglierci dalla testa Blue (Da Ba Dee) degli Eiffel 65

I protagonisti: Maurizio “Maury” Lobina, Massimo Gabutti, Jeffrey Jey e Gabry Ponte, DJ con un orecchio acuto per l’arrangiamento. Il risultato: una hit che ha diverse identità, ma un unico inconfondibile hook. Tutto nasce da un arpeggio.
A cura di Federico Pucci

Ogni giorno, il cocktail di gas che per puro caso compone l’aria che respiriamo incontra miliardi di fotoni in arrivo dal Sole. La luce che colpisce le molecole di questi gas, a una certa lunghezza d’onda, viene rifratta e diffusa in tutto il cielo: così, diciamo, il cielo è blu. Eppure il blu è un pigmento rarissimo, quasi inesistente, in natura – per essere la “grande perla blu”, la Terra è piuttosto avara del suo colore principale: la stragrande maggioranza dei fiori e degli animali che ci sembrano blu, o sono in realtà violacei, oppure fanno rimbalzare la luce a quella solita lunghezza d’onda, e i nostri occhi vengono illusi.

A proposito, nemmeno gli occhi azzurri sono veramente azzurri. Il blu, insomma, è questione di punti di vista: ma una volta che lo trovi intorno a te, non smetti di notarlo mai più. È questo anche il caso di Blue (Da Ba Dee), il secondo successo italiano su base celeste più conosciuto nel mondo, e una delle più chiare testimonianze che i tormentoni sono tali perché cambiano per sempre la percezione della realtà che ci circonda, inducendoci a (divertentissime) allucinazioni collettive.

La sua storia – raccontata in molte interviste dal trio torinese, e qualche anno fa inserita in un breve documentario americano firmato Vice  – è quella di tanti successi: un insieme di fortunate coincidenze che mette insieme tutti gli ingredienti giusti, come i gas dell’atmosfera terrestre. Il luogo: gli studi della Bliss Corporation a Torino. I protagonisti: Maurizio “Maury” Lobina, un passato di studi di pianoforte classico e un presente nella factory torinese della dance europea; Massimo Gabutti, il patron di BlissCo, che ha in mente l’idea di farne una canzone (“mettici da ba dee, anche se non vuol dire niente”), e non solo l’ennesima traccia da ballare; Jeffrey Jey, aka Gianfranco Rondone, vocalist italiano cresciuto a Brooklyn con un amore per il pop britannico dei Duran Duran e George Michael; e Gabry Ponte, DJ con un orecchio acuto per l’arrangiamento. Il risultato: una hit che ha diverse identità, come spesso capita alle tracce nate dalla dance – tecnicamente noi parleremo di Blue (Da Ba Dee) (Dj Ponte Ice Pop Mix) – ma un unico inconfondibile hook.

Tutto nasce da un arpeggio. Nella musica dance del tempo – dalla house vocale alla progressive, dalla trance alla techno – l’arpeggio è l’arma segreta: un dispositivo armonico, che prepara l’orecchio ad accogliere la linea melodica, e allo stesso tempo un artificio ritmico che ribadisce l’inevitabilità della cassa dritta. L’arpeggio che Maury s’inventa in un giorno qualsiasi del 1998 sopra un piano Rhodes (poi trasposto su un più adeguato piano digitale ultra riverberato, raddoppiato dal suono affilato di una Roland Juno-106), è una frase che sale e scende, infaticabile, lungo la scala di Sol minore, un quarto di battuta per ogni gradino.

Certo, il basso che poi arriverà a sottolineare il tempo (secondo Gabry Ponte pescato dalla libreria del sampler Roland S-T60) non sarà da meno nel pestare sulla cassa, ma è qui che avviene la prima metamorfosi della realtà di Blue, la prima allucinazione: la melodia è il ritmo e viceversa; come i versi di un battaglione militare in marcia che non si fermeranno fino a ordine superiore – e certo gli Eiffel non hanno intenzione di gridare ALT!

Eppure, l’arpeggio di Maury non cammina sempre-sempre, e il modo e i luoghi in cui si riposano lui e Jeffrey (che raddoppia l’inciso cantando) rendono ancora più essenziale il bisogno di andare avanti. Spartito alla mano, la melodia si trattiene solo su due note: il Si bemolle (“I’m BLUE da ba dee da ba DYE”), e infine il Sol, la casa-base. Non solo, ogni due battute del giro, quel Si bemolle scavalca nella battuta successiva (dicesi: legatura di valore). Così, in un intreccio di melodia-armonia-ritmo semplice ma geniale, queste brevi pause ci illustrano una realtà irrequieta, instabile, bizzarra, e per questo ci invitano a non abbassare la guardia: lasciata alle spalle la quotidianità, siamo inondati di intervalli di terza minore che ribadiscono la tonalità di questo nebbioso e terrificante mondo nuovo che abbiamo deciso di esplorare quando abbiamo schiacciato play; e d’altra parte, la rottura della divisione brutalista del tempo, accentuata da una nota puntata nel basso che introduce un ritmo sincopato, ci esorta a non fermarci.

Come se non bastasse, quando arriviamo alla casa-base della nostra melodia, la tanto agognata tonica, e dal basso sentiamo l’attrazione gravitazionale dell’intervallo di terza maggiore che promette risoluzione, in realtà l’atterraggio è un brusco risveglio in una nuova realtà: come il protagonista di Once In A Lifetime dei Talking Heads, a furia di volere una bella casa (blu) e una bella macchina (blu), non sappiamo più dove siamo finiti e come ci siamo finiti. O almeno è quello che ci diciamo, ormai interamente tinti di ultramarino da capo a piedi, mentre attendiamo il prossimo giro sopra questo Mi bemolle maggiore (VI grado della tonalità), che sarà pure la nostra nuova casa, ma è irriconoscibile e non del tutto confortevole

Ricostruire cosa significhi il “blue” di cui canta Jeffrey è un’indagine che non va da nessuna parte. Al netto delle fantasiose teorie e cospirazioni, lo spunto da cui partono queste liriche, scritte in poco più di mezz’ora e volutamente assurde per ammissione dello stesso vocalist, è molto semplice: immagina che qualcuno possa circondarsi solo di ciò che desidera, al punto che anche il suo colore preferito è dappertutto  – spiegò in un’intervista del 2000 all’americano Billboard – alla fine si ritroverà isolato in un mondo fatto a sua immagine e somiglianza. Non esattamente una prospettiva serena, anzi, quasi un incubo da Re Mida, dove al posto dell’oro c’è il blu – come ci dice la strofa semi-rappata. Ma prima ancora delle parole, è qualcosa nel suono a comunicarci che nella nostra allucinazione collettiva le cose non sono esattamente “normali”.

Per questo bisogna tornare all’ottobre 1998, poco prima che Blue veda la luce, quando Cher torna a essere una popstar planetaria grazie a Believe: in quella canzone si presenta pubblicamente al mondo Auto-Tune, software con un’interessante storia raccontata da Simon Reynolds, nato per correggere l’intonazione di cantanti non troppo preparati ma destinato a ben altri usi. Come l’uso che ne fa Cher la quale, con la collaborazione dei produttori Mark Taylor e Brian Rawling, ci offre uno sguardo nel futuro (o in un’altra dimensione), deformando il timbro umano tra il robotico e l’angelico.

I tre ragazzi della BlissCo vorrebbero usare lo stesso trick, ma i protagonisti americani restano molto abbottonati sul metodo con cui hanno ottenuto quell’effetto: Maury, così, si accontenta di un harmonizer, un tipo di tastiera (o nel caso degli Eiffel il processore Digitech Midi Vocalist) che rielabora l’input di una voce (quella di Jeffrey) affinché segua le note di una melodia prestabilita. Il risultato non è esattamente Cher, ma è sufficientemente straniante da meritarsi un posto in questa canzone sempre più ai confini con la realtà.

E ciononostante, o proprio per via di questa premessa assurda che abbiamo accettato di ingoiare come un funghetto di Alice nel Paese delle Meraviglie, uscire dal mondo tutto blu degli Eiffel 65 è difficilissimo. Proprio come si faceva fatica a uscire dalle avventure di Metal Gear Solid: il videogioco di Hideo Kojima uscito in quello stesso fatidico ottobre ‘98 era l’ispirazione dichiarata (omini blu esclusi) del video di Blue che Maury, Jeffrey e Gabry avrebbero girato qualche mese dopo, quando dall’aprile ‘99 la canzone divenne a tutti gli effetti una hit radiofonica e poi discografica, in Italia e nel mondo. Prova a chiedere di uscire da Blue alle decine e decine di artisti che in questi 25 anni l’hanno campionata, copiata, interpolata, prendendone a prestito soprattutto e infallibilmente quella melodia avviluppante: ci sono Flo Rida e il nostro Shiva, David Guetta e Lil Uzi Vert, e molti altri ancora.

Certo, la nostalgia degli anni ‘90 ci avrà messo del suo, specie se mescolata al senso dell’esotico per questo lontano Paese a forma di stivale – altrimenti come si spiegherebbe la passione americana di quest’estate per la parodia di una canzone eurodance fatta dal comico Kyle Gordon? No, la forza da tormentone di Blue non svanisce alla fine di una “zarro night”: sta dentro una fortunata coincidenza di ritmo, armonia e melodia che mette continuamente benzina nel serbatoio di un’astronave diretta su un altro pianeta; sta nell’identità ibrida di canzone pop e dance, il punto debole all’inizio nei club ma il valore aggiunto alla fine nei festival EDM che ancora dovevano nascere, come detto da Gabry Ponte; sta nei suoni e nei significati che invitano ad abbracciare la stranezza, e per questo non possono essere mai fuori moda; sta nel voler cantare e sbracciarsi tutti insieme quel “da ba dee” inventato da Gabutti, in coro con le mani in aria come gli alieni blu Zorotl e Sayok6. E così, anche se come dei Re Mida abbiamo trasformato il nostro pianeta non-veramente-blu in un monocolore inquietante, per lo meno non dobbiamo viverci da soli.

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