Paolo Conte (ph Carmine Benincasa per Fanpage.it)
in foto: Paolo Conte (ph Carmine Benincasa per Fanpage.it)

Ha vissuto lontano dalle luci forzate dello spettacolo. Descritto come un artista che preferisce la solitudine al caos, come cantore della Provincia – ma amatissimo in metropoli come Parigi -, Paolo Conte è senza dubbio uno di quegli artisti che sono entrati in punta di piedi nella Storia della musica facendo deflagrare in maniera folgorante la propria arte. Prima come autore (da "Azzurro" a "Messico e nuvole") poi con una serie di album in cui all'eleganza del jazz univa un racconto che si sarebbe rivelato unico e inimitabile. È una mosca bianca, Conte, né cantautore puro, come i Guccini e i De Gregori, ma neanche ascrivibile esclusivamente al jazz, il cantante astigiano di capolavori come "Sparring Partner", "Via con me", "Sotto le stelle del jazz", "Max", è veramente un unicum del panorama italiano. Arrivato a Napoli per una "conversazione spassiunata" (organizzata da Scabec al Conservatorio di San Pietro a Maiella dove sono intervenuti, presentati da Pasquale Scialò e Giorgio Verdelli, anche Peppe Servillo, Enzo Gragnaniello, Eugenio Bennato, Guido Harari) sul suo rapporto con la musica napoletana e per un concerto al Teatro San Carlo, a Fanpage.it Paolo Conte ha raccontato la nascita del suo amore musicale, di Parigi, del gioco e di Sanremo.

In due anni di vita a Parigi ho percepito realmente, sulla pelle e nelle orecchie, il peso artistico della sua musica in quella città: che importanza ha avuto per lei quel riconoscimento all'estero?

È stato importante perché per me Parigi ha coinciso con la mia prima uscita all'estero. Mi è andata molto bene perché ho avuto subito grande successo. Le racconto un piccolo aneddoto: all'inizio i giornalisti francesi mi chiedevano quale fosse la definizione possibile del mio stile, ho pensato che non avessero nel vocabolario la parola "cantautore" alla quale io, in Italia, appartenevo, – loro avevano avuto i chanteur à texte – e allora mi è venuta questa battuta e gli ho detto che il mio stile era confusion mentale fin de siècle. Sono impazziti, perché a loro piacciono queste cose un po' tranchant.

A Napoli il porto è stato un luogo fondamentale per l'arrivo della musica americana, che tanto ha influenzato una generazione di artisti. Quali sono stati il luogo e il primo approccio con la musica jazz e americana, in generale?

In seconda battuta anche io derivo dal porto, perché i dischi americani arrivavano sempre via mare. Devo dire, però, che è cominciato tutto durante il fascismo: in barba alle sue proibizioni, infatti, ho avuto il privilegio di avere genitori giovani e appassionati di musica che si procuravano comunque dei dischi, delle partiture… Mio padre era un ottimo pianista, e lo era anche mia madre e quindi, rispetto ai miei coetanei, ho incontrato il jazz molto prima. Quel poco che c'era, almeno. Poi, però, sono andato a cercarmelo di persona, girando per negozi e bancarelle.

Tra l'altro, se non sbaglio lei preferisce quello degli anni 20 e 30, gli albori, insomma…

Io l'ho seguito tutto il jazz, fino ai giorni nostri, però poi criticamente con me stesso ho deciso che gli anni che mi interessano erano i primi, sì.

Il jazz è anche improvvisazione. È noto che lei è grande appassionato di enigmistica, quanto è importante anche nella sua musica la dimensione del gioco? 

Il senso del gioco esiste, però non è nella tecnica, perché quando lavoro con la musica lavoro abbastanza con precisione. Non mi prefiggo niente, eh!, parto improvvisando, mani sulla tastiera che magari formano due accordi che mi scaldano, però sono abbastanza preciso, mi scrivo tutto. Anche quando vado in sala di registrazione, per esempio, ai miei accompagnatori do tutti i passi, tutti gli accordi, quindi non è tanto gioco in quel senso, però son d'accordo sull'idea del gioco nel senso di grande divertimento.

Un divertimento che vale anche per la scrittura dei testi, immagino…

Certo, scrivi anche di cose che possono essere malinconiche o tristi, ma nel momento in cui le scrivi sei felice.

"Guidavo nella notte ferma immobile, friabile. Venivo da una valle dove annuvola nell'umido. Sentivo sulle spalle un bel solletico. Tu cosa vuoi da me?" canta in Elegia. Un continuo gioco di allitterazione, proprio di un testo poetico: si è mai pensato poeta.

Alla mia età possiamo metterlo, sì, un po' lo sono, mi ci sento, però ho sempre avuto bisogno dell'alibi: faccio musica e poi invento le parole. Poi magari sono anche un poeta, però non avrei mai scritto una poesia da sola, senza musica.

Guccini si lamenta che di un canzoniere vasto spesso ci si ricorda solo delle solite canzoni. Le è mai capitato di sentire lo stesso disagio, che magari qualche pezzo poteva avere un'attenzione maggiore?

In quanto autore, sei affezionato a tutte, sai che in ciascuna ci hai messo qualcosa che ti interessava, qualcosa che ti commuoveva. Poi naturalmente ci sono canzoni che con un po' di esperienza le puoi pesare, alcune hanno un peso specifico superiore: lo capisci quasi subito che una canzone può avere più strada di altre. Detto questo, però, certe canzoni io ogni tanto le ripescherei, perché ci sono affezionato, come "Elegia", di cui parlavamo prima, che sto anche rivoltando anche un pochino.

Nei giorni scorsi ero con Levante e si chiedeva della sua passione per il blu e le sue sfumature. La faccio mia, in fondo è un po' qualcosa che ricorre, in effetti, nei suoi testi…

Non so, forse è un fatto di colore nazionale, quel nazionalismo che mi viene fuori, non so, io però non lo vedo propriamente come vero azzurro, ma più come turchino…

Le sue origini sono a Sanremo, ma versante Premio Tenco. Come mai non è mai salito su palco dell'Ariston per il Festival?

Beh, capisco benissimo che le mie canzoni non sarebbero adatte a un palcoscenico come quello, diciamo che do la colpa a me stesso. E poi, ecco, non mi piace la gara.