Paola Zukar è un nome ben noto a chi segue le cose del rap. Protagonista del giornalismo musicale degli anni 90 e oggi manager di artisti come Fabri Fibra, Clementino e Marracash tra gli altri, ha dato vita a TRX, radio dedicata al rap. Ha riempito un vulnus enorme in un panorama che vede il genere fare numeri ormai da anni, dominando le classifiche. A parte realtà sporadiche, però, mancava un polo attorno a cui si potesse raccontare e ascoltare rapper affermati e nuove leve e così assieme a sei big (oltre a quelli citati ci sono anche Guè Pequeno, Salmo ed Ensi). Da qualche giorno, quindi, alcune cose sono cambiate, a partire dalla struttura, che ha finalmente un luogo fisico in cui lavorare e pian piano nasceranno anche programmi, format e podcast: "Il rap meritava di più, più spazio".

Ciao Paola, cosa è cambiato in TRX?

È cambiato innanzitutto che abbiamo un luogo fisico, prima era solo digitale, l'ufficio era su Whatsapp e la radio era solo una app, mentre adesso abbiamo studi, un luogo fisico, ci sono riunioni, c'è un palco con led wall di ultima generazione, si possono fare eventi e le idee possono prendere concretezza.

Tu sei il deus ex machina, però insieme a te c'è un dream team, con 6 veri big del rap che ti supportano. Che ruolo hanno?

Loro ovviamente mi danno un appoggio e un supporto non nell'operatività quotidiana, ma già solo un supporto morale, d'immagine e anche di contenuti è una grande cosa. Alla fine la musica la selezionano loro e la segnalano con le playlist, portando i loro giovani artisti, sono tutti molto coinvolti. Poi è chiaro che il loro core business sono i dischi e i concerti, quindi è evidente che per loro è un side project, però è importante perché comunque completa il loro immaginario, completa il loro racconto e gli serve per completare il discorso che fanno.

A livello di contenuti come si strutturerà, sarà una cosa più ‘canonica' oppure pensate a qualcosa di diverso?

Guarda, canonica sicuramente no, nel senso che cercheremo di fare la differenza, porteremo dei contenuti per forma e contenuti differenti tra cui il podcast. Ora i programmi radio vanno anche sotto forma di podcast, ma non sono pensati per  questo formato. Noi, invece, li pensiamo proprio come piccoli prodotti a se stanti. Se ascolti quello su Machete, per esempio, è proprio come se fosse un Mixtape, va ascoltato per capirlo. È un formato che si sta sviluppando anche in Italia sebbene più nella versione parlata e del racconto, noi lavoreremo molto su questo e già da gennaio ne potrete ascoltare parecchi.

Il paradosso è che a parte poche cose, non esisteva una radio che trasmettesse il rap. Spesso e volentieri il rap non va in radio, per tanti motivi e questa era un'anomalia…

Incredibile, vero? Infatti non saprei cosa dirti di più, era strano che non avesse avuto una forma anche semplice, però effettivamente se pensi alla grandezza del genere… Marracash fa quattro Forum, Salmo fa San Siro, parliamo di artisti di primissima grandezza, però con una presenza in radio limitatissima.

Ti sei data qualche risposta? È un problema di testi? Di musiche?

Non c'è proprio curiosità, non ne ho idea…

Però sei una che nella storia ha rotto un po' le regole, guardando sempre un po' più in là. TRX sarà anche il risultato di un ragionamento in questo senso, no?

C'è da dire che negli anni le nostre soddisfazioni in radio ce le siamo prese, non avevamo tutte le porte sbarrate, se devo dirti che c'era una presa di posizione contro, no, però era sempre una posizione di difesa. Il rap meritava di più, meritava più spazio, ma alla fine ognuno è editore a casa sua. Anche a noi, sicuramente, ci diranno ‘Eh, ma tu non passi lui, lei, quell'altro', ma sono scelte editoriali di cui daremo conto…

Guardavo le classifiche – per quello che contano -, che sono state ancora più degli altri anni occupate dal rap…

C'è uno scollamento notevole, ma c'è da dire che le classifiche oggi vengono fatte in base alle piattaforme di streaming che hanno un pubblico ben preciso, molto giovane, quindi se traduci questa cosa capisci che i numeri sono fortemente influenzate da queste piattaforme. Noi abbiamo subito quando il digitale era solo pirata, quindi non faceva numeri concreti e subivamo brutalmente: Fibra era popolare ma vendeva molto meno, perché il suo pubblico era in rete e condivideva la musica. In quegli anni eravamo quasi invisibili perché i numeri non si traducevano in numeri da classifica, oggi succede un po' l'opposto, un po' per uno però…

Spesso ci sono state le wave del rap, si saliva e si scendeva, mai in alto come questi anni. Secondo te si è strutturato un po' il contesto o c'è il rischio di un rimbalzo?

Se posso azzardare, la musica rap si è veramente radicata nella cultura italiana, è vero che ci saranno alti e bassi, artisti che esplodono da un momento all'altro senza che uno se ne accorga. Prendi tha Supreme, che fa numeri completamente fuori di testa e credo che sia qui per restare; si trasformerà però questo linguaggio e il fatto che le nuove generazioni abbraccino questo tipo di racconto in musica che è più immediato, realistico, più vicino alla loro realtà etc è qualcosa che gli italiani hanno capito e imparato ad apprezzare.

In più parliamo di un genere che non ha ancora una vera e propria Storia, non esistono rapper oltre i 40-50 anni, tipo…

Purtroppo il primo periodo si è perso in una disorganizzazione e poca attenzione del mercato, e quindi tutti i grandi come Sangue Misto, Sottotono, Frankie hanno vissuto una trasformazione tremenda, poi c'è chi ha tenuto e chi ha mollato, però quei capolavori lì hanno dato la possibilità ai padri di poterla fare bene in italiano. Questi artisti hanno mostrato alla generazione successiva, quella di Fibra che si poteva fare il rap in italiano: ora sembra paradossale ma credimi c'è stato un periodo in cui non era scontato che lo si potesse fare, era difficile.

Per questione di lingua, metrica, immagino…

Certo, di metrica, struttura linguistica, ma anche di argomenti. Quante volte i giornalisti hanno attaccato i rapper accusandoli di non essere stati sparati nel ghetto: ‘Perché fai il rap?. Vagli a spiegare che il disagio non è misurabile solo in numero di pallottole. Guarda che è stata una traduzione lenta e difficile, al di là della struttura, anche del concetto, perché comunque il rap porta avanti e racconta un disagio che molto spesso gli italiani tendevano a nascondere, ha fatto un po' come Gomorra.