"Ciò che non si muove è soggetto alla disintegrazione, alla degenerazione e a ridursi in cenere, mentre ciò che si muove potrebbe durare addirittura per sempre" dice un personaggio de I Vagabondi, ultimo libro tradotto in Italia della scrittrice premio Nobel per la Letteratura 2018 Olga Tokarczuk. E questa frase potrebbe in qualche modo rispecchiare il nuovo album di Niccolò Fabi "Tradizione e tradimento", un lavoro in cui confluiscono le anime di uno dei artisti pilastri del cantautorato e della musica italiana. Pescare nella propria storia, cercando di muoversi avanti, continuamente, allargando la prospettiva, rischiando il fallimento, fallendo e usando quella caduta per ripartire. Non vi è, però, attenzione, alcun tipo di retorica in questo, niente in quello che fa Fabi sa di retorica, anzi. Si allarga lo spettro delle possibilità, ci si smarca di lato, alla ricerca di un suono che possa definire sempre di più il Fabi di oggi, che non è più solo quello di quel gioiello che era "Una somma di piccole cose". E allora arriva l'elettronica in punta di piedi: Nils Frahm, Olafur Arnalds, la neoclassica della Erased Tapes che si mescola al pop nordeuropeo senza mai perdere di vista l'amore per l'America indie. Il tutto tenuto da un collante fondamentale, che è il racconto che Fabi fa, la scelta della porzione da raccontare. Fabi è in continuo movimento perché "il movimento è l'antidoto unico possibile alla vecchiaia (…) Stimolarmi continuamente a muovermi, anche facendo queste ricerche forse inutili, da un certo punto di vista era secondo me l'antidoto all'immobilismo e quindi probabilmente ecco perché tante canzoni hanno questo flusso, questa oscillazione".

Dov'eri alla fine di "Una somma di piccole cose", quando hai dovuto pensare al nuovo album?

Ero in un luogo bellissimo e terribile allo stesso tempo, perché era una sorta di ideale parcheggio dove avevo in qualche modo spento finalmente una macchina che era con la temperatura dell'acqua al massimo. Come se avessi fatto una salita per 22 anni cercando di arrivare a quell'obiettivo, cioè di fare un disco che non sembrasse un disco, che fosse semplicemente un'espressione di alcune cose senza pensare ad aspettative di alcun genere.

E quando è maturata l'idea che questo fosse il tuo passo successivo?

La prima sensazione importante è stata che a un certo punto, dopo un anno di non scrittura, di vacanza totale da quel pensiero, mi sono sentito spegnere, come se in qualche modo la mia vitalità avesse bisogno di quello sguardo artistico nei confronti delle cose. Quella è stata la prima cosa che mi ha fatto dire "Qua tocca scrivere qualcosa, altrimenti come essere umano rischio di chiudere gli occhi" e da lì a poco c'è stato anche il cercare di dargli una nuova forma, che è stato un percorso, sì, travagliato, molto travagliato.

Un percorso travagliato che ti ha portato a "Tradizione e tradimento": come ci sei arrivato e qual è stato il fallimento di cui hai parlato?

C'è stato prima il capire cosa potessi ancora raccontare e che ruolo la musica poteva avere in questo racconto, il desiderio iniziale, quello che poi è finito in fallimento. Anche se è una parola un po' troppo forte, però è importante anche per me accettarlo: il fatto, cioè, che volessi inizialmente scrivere diversamente, quindi non semplicemente fare un disco elettronico, un disco che suonasse "alla", ma sfruttare quell'occasione proprio per spostare il mio sguardo su altre cose.

Tentare altre strade, quindi…

Provare indubbiamente a uscire dalla caverna, dall'intimità così rigorosa, sacerdotale, mistica, che in qualche modo ho sempre avuto e provare a sperimentare altre chiavi espressive e in questo caso era l'elettronica. Anche l'ascolto assiduo che ho avuto per sei mesi almeno di tutte cose che non necessariamente appartenevano al mio background, mi doveva stimolare in questo senso, solamente che i primi tentativi, i primi 4-5 mesi, non hanno raggiunto secondo me un obiettivo reale, se non quello di convincermi che quest'opera di autodistruzione della mia identità precedente era inutile. La chiave di svolta è stata la ripartenza, l'ammissione di questo fallimento sotto forma di canzone.

C'è un concetto in questo lavoro torna sempre, quello del movimento, del flusso continuo. Da dove viene?

Volendo guardarlo da una posizione più analitica, potrebbe essere semplicemente paura di invecchiare, di sentirsi vecchio, di aver raggiunto un qualcosa e questo qualcosa in qualche modo diventa un punto di arrivo. E allora il movimento è l'antidoto unico possibile alla vecchiaia, se intendiamo per vecchiaia un momento in cui le prospettive iniziano a diminuire, la rigidità aumenta, sia quella fisica che quella mentale. Stimolarmi continuamente a muovermi, anche facendo queste ricerche forse inutili, da un certo punto di vista era secondo me l'antidoto all'immobilismo e quindi probabilmente ecco perché tante canzoni hanno questo flusso, questa oscillazione.

Non sei stato solo in questo viaggio, però, ma ti hanno accompagnato alcuni musicisti e amici.

Questo è a tutti gli effetti un lavoro corale, molto più di quello precedente che non lo era per niente, era l'antitesi della coralità e in questo caso è stato utile, ancora prima che importante. Utile perché mi rendo conto che da solo non avrei potuto fare molto, tutto quello che potevo fare da solo l'avevo già fatto e in questo senso c'è stato un aiuto maniacale e di incoraggiamento amichevole da parte di Roberto Angelini e Pier Cortese che sono musicisti ma anche amici, quindi hanno compreso il momento difficile di un amico e da musicisti l'hanno accompagnato facendo ordine tra tutte le sue intenzioni, intelligenti e quelle folli.

Ma c'è stato un altro aiuto fondamentale, Costanza Francavilla, giusto?

Sì, poi c'è stata Costanza che era parte della parte iniziale degli esperimenti, ed era la parte andata a buon fine, era un partner giusto, una sponda interessante, perché ha un utilizzo diverso dell'elettronica, quella che chiamiamo neoclassica, cioè non quella che si spinge verso il nightclubbing o verso l'esasperazione di un certo tipo di pulsazione. E quindi diciamo che c'è molta della sua sensibilità nel disco, in cui c'è anche una comparsata di Yakamoto Kotzuga, produttore con una grande sensibilità, anche lui, che ha dato una spolverata delle sue manipolazioni elettroniche, soprattutto in "Io sono l'altro. Poi ci sono un po' di amichetti di sempre, Daniele "Coffee", Stefano Cabrera al violoncello, Max Dedo a trombe e tromboni, un po' anche per equilibrare i synth modulari con il trombone: la tradizione e il tradimento, insomma.