"Una delle cose che mi è mancata è non essere sceso a Napoli, a causa del Covid, perché sai che belle session mi sarei fatto? Che figata!" dice Neffa al telefono, parlando del suo ultimo singolo "Aggio perzo ‘o suonno" col feat di Coez e la produzione di Ty1 e sconfinando in quello che sarà il suo prossimo album. Sono passati cinque anni da "Resistenza" ultimo album del rapper di origini campane, figura storica del rap e del pop italiano, un album sofferto, come ha spiegato a Fanpage.it, a cui sono seguiti un album indie mai pubblicato, tantissime ore in studio a produrre e studiare e soprattutto un'epifania che gli ha cambiato completamente il metodo di lavoro della canzone e soprattutto una voce napoletana che gli è esplosa dentro e lo ha guidato come un'epifania verso questo nuovo progetto a cui ha dato una direzione molto importante anche Valerio Passeri, come tiene a sottolineare il cantante.

Ciao Giovanni, bentornato, dove sei stato in questi anni di silenzio discografico?

In questi anni mi sono trovato a sentire tutta la mia libertà in un'attività puramente artigianale, ero una sorta di cellula dormiente, sul chi va là, ho vissuto pensando che il mio progetto non può far nascere canzoni ma le canzoni possono far nascere un progetto. Di base sono stato molto in studio, giornate intere passate lì, sono una specie di artigiano che ama molto la propria bottega. Generalmente scrivo tanto, produco, però nel periodo 2016, fine 2019 ho scritto meno, ho fatto più prove, basi, strumentali, perché mi interessava migliorare la mia capacità di usare la musica digitale.

Quando è cambiata questa inerzia?

Quando a un certo punto hanno cominciato a uscire canzoni napoletane, al di fuori dalla mia volontà: per qualche giorno ho assistito a questo fluire, dopo dieci giorni avevo quattro canzoni e arrivato a quel punto ho capito che forse stava succedendo qualcosa ed è stato quando ho visto che mi stava succedendo in maniera inattesa una di quelle strane epifanie, che io chiamo "essere aperto", che mi sono detto per la prima volta di non perdere tempo a mixare e produrre tutta la canzone, ma di scriverla, buttarla sul foglio e passare a un'altra, tanto, mi dicevo, c'è sempre tempo dopo per tornarci. Non ti nascondo che questo pensiero avrei preferito farlo anche solo a 45 anni, mi avrebbe permesso di focalizzare molto di più le energie. Ricordo benissimo quando ho scritto "Molto calmo" e poi sono stato d'estate, fino alle 5 di sera, rapito da questa canzone, però poi la senti mille volte per una settimana, la mixi in studio d'estate, pensa in quella settimana, con questa presa di coscienza, quante canzoni avrei potuto scrivere. Da lì è come se un certo muscolo involontario si fosse sviluppato e le canzoni hanno cominciato a uscirmi in sequenza, poi il disco ha preso forma nel corso del 2020, ovviamente era tutto molto rallentato, non sono uno di quelli che si impunta e dice "Occhio che deve uscire il mio disco!".

Leggevo che tra Resistenza e Aggio perzo ‘o suonno, avevi preparato un album indie che non era piaciuto, se non sbaglio.

Sì, non era piaciuto, mi avevano proposto cose alternative, ma penso che se hai fatto la Pietà di Michelangelo non ti chiedono di cambiarla, quindi se mi stavano dicendo qualcosa per loro voleva dire non era interessante, ma quello che avevo da dire io era quello, quindi… La storia funziona spesso così, che i ragazzi riescono a leggere meglio la contemporaneità, fino al 2000 pensavi che se un tuo disco non usciva attraverso la discografia non usciva, poi è arrivato Prince a fare come voleva, ma lui era Prince ed è un altro discorso. Io fino al 2017 non avevo ancora chiare per bene certe dinamiche, e devo dirti che non essere stato particolarmente presente nella dinamica social internet mi dispiace soprattutto per la musica: io sono uno che passa la vita in studio, però penso che potrei stare due ore in più su una piattaforma a mettere musiche che altrimenti resterebbero sempre nel mio computer, anche cose di dieci anni fa. D'altra parte, però, mi rendo anche conto che quello che sono come artista e creatore è dovuto al vuoto che lascio, se lo riempissi affacciandomi alla finestra, per esempio, penserei meno a quello che devo fare nella bottega. Però trovo anche stupido dire a oltranza che non farò una cosa.

Tu sei uno di quelli che ha sempre fatto quello che voleva, disattendendo anche le aspettative, passando dall'hip hop al soul, sempre con una tendenza pop.

A me piace fare una musica popolare, c'è stato un momento nella vita, quando ho fatto "Chicopisco", in cui volevo essere criptico, ma lì ero incazzato. Tendenzialmente, però, ho sempre detto che uno può essere ascoltato da quattro persone, ma scrivere per quattro è un crimine. Io non ho mai pensato di scrivere per quattro persone, ho sempre pensato di scrivere per tutti, ho sempre detto di fare musica popolare, poi è normale che più passa il tempo più le distinzioni sono nette e le classificazioni sono granitiche, ma io credo che esista "la" musica.

Che è un po' il pensiero delle nuove generazioni, in fondo, no?

Io sono fortunato perché ho una sorella molto più giovane di me e brava a fotografare con le parole e una mi disse una frase che ricordo e porto con me: "Tanto l'arte moderna è tutta assemblaggio" e io questa cosa ce l'ho chiara da tempo. In quest'album ho scartato alcune canzoni che sembravano scritte da uno di quindici anni, ma perché dentro di me c'è anche un ragazzino a cui non frega se ho i peli bianchi e la barba.

In effetti è un album con sonorità molto diverse da Resistenza, album che pure ho amato…

Guarda, quel disco là lo guardo sempre con gli occhi così, ma posso dirti che io lo so com'ero quando feci Resistenza, è stato un disco di passaggio in anni difficili della mia vita, il passare da non essere più un ragazzo a sentire dentro di te che la tua musica è ancora fresca. "Resistenza" è un disco in cui ci sono tante canzoni che mi hanno scritto, penso a "Sigarette", brano che mi dava un brivido anche dopo un anno. Mentre scrivevo le ultime canzoni di quest'album, comunque, ero contento perché se Resistenza fosse stato l'ultimo album della mia carriera non mi sarebbe piaciuto, mentre so che se fosse questo disco in uscita a chiuderla sarei felice. In più penso che quest'album non è un punto, ma un due punti.

Mi parli un po' della napoletanità che ti ha investito nella scrittura di questo nuovo album?

In quel mondo c'è tutta la parte che traspiro da dentro: la lingua in casa, i miei parenti, mio padre che non ha mai perso l'accento. Quanto fosse importante per me la componente artistica di appartenere a quella cultura, come sangue e tradizioni l'avevo capito già dai tempi dei Sangue Misto, da bambino ho traspirato i miei ascolti di Pino Daniele, forse ero piccolo per Terra mia, ma dopo me li sono beccati tutti, poi mi sono discostato quando è andato più sull'italiano perché anche io stavo crescendo, ero altrove. A posteriori ho scoperto Roberto Murolo che mi ha portato più indietro, portandomi a studiare "Jesce Sole!", la canzone del 1200 e poi ovviamente Renato Carosone, fino ad arrivare a Livio Cori, Liberato e Rocco, penso che questa internazionalità che si sente nel disco è quella che esce proprio dalla Napoli che ho dentro e da quello che ho sentito fuori, è come se un fascio di luce arrivasse e io, come specchio, te lo riflettessi.

Come si è infilato nelle canzoni che hai scritto?

Prima di capire quello che stesse succedendo avevo già cinque, sei canzoni, e dopo ho cominciato a farmi domande sulla forma, sul perché e il per come. Dopo i primi 10 giorni ho cantato il ritornello di una canzone alle 4 di notte e mi è uscita una voce stupenda e da lì ho capito che ero passato a un altro livello: non mi approcciavo a me italo-napoletano che lascia suonare il napoletano pur pensando come autore italiano, da quel punto in poi ho cominciato a pensare già in napoletano e ho scritto tutta un'altra fase del disco. Se avessi fatto un altro disco in italiano, anche completamente ispirato, forse non sarebbe stato così ispirato perché sarebbe stato qualcosa che avevo già vissuto.

Aggio perzo ‘o suonno come è arrivata?

In questo processo mi è successo di lasciare indietro dei ritornelli, alcuni anche molto belli, che forse sarebbero rimasti per sempre nel computer. Un giorno mi chiamò Ty1 dicendomi che stava facendo il disco e mi chiese se avessi qualcosa da dargli. Lui sapeva che stavo lavorando a un disco perché gli avevo chiesto se poteva produrre alcune di queste canzoni in napoletano, poi non se n'era fatto nulla perché lui doveva partire. Gli avevo ribadito che avevo solo cose in napoletane, quindi gli ho mandato due alternative di cose già finite e poi mi sono ricordato che avevo questo ritornello. A lui è piaciuto e ha detto che l'avrebbe mandato a Coez, gli ho detto di sì, ma gli ho ribadito che per me questa musica era sacra, quindi volevo prima riascoltarla…

E alla fine ti ha convinto…

Sì, Ty1 ha mandato a Coez questa cosa e dopo due giorni mi è arrivata la sua parte che mi è piaciuta tantissimo. L'ho sentita per un paio di giorni e mi piaceva così tanto che ho detto a Ty1 che un pezzo così nel mio disco non ce l'avevo, gli ho chiesto se potesse darmelo e a quel punto c'è stato un momento "calciomercato", e ho cominciato a dire "Ti do la comproprietà di Altobelli, cose così" (ride, ndr). Insomma, per inserire un pezzo così nel mio disco dovevo togliere un pezzo a cui tenevo tanto e così l'ho dato a lui: diciamo che questo pezzo deve molto a Ty1, poi ho saputo che Coez è stato talmente ispirato che quando Ty gliel'ha mandato, lui la notte stessa, senza la base – aveva 30 secondi del mio ritornello su un giro di organo, e basta -, era talmente preso bene che per tutta la notte ha mandato avanti e indietro questa cosa scrivendoci sopra questo rap sul ritornello. E queste cose di solito generano le cose che non sembrano azzeccate con la colla.

In effetti spesso vediamo una serie di feat, alcuni un po' forzati, Coez tra l'altro è l'unica parte in italiano dell'album.

Oggi fanno tutti così, io potevo chiedere a una decina di giovani rampanti se venivano a collaborare, loro ti assicurano maggiore esposizione, però non sono il tipo che riesce a fare le cose attaccate così, ho bisogno di avere un'empatia con la persona. Per esempio, nel disco c'è Rocco Hunt con cui abbiamo già fatto tante cose, e poi c'è Livio Cori con cui non avevo mai fatto nulla: lui è stato fantastico, è venuto a casa, io avevo un po' di pezzi pronti e uno, in particolare che volevo proporgli per un duetto, quando ho visto che non era convinto – e io volevo che tutti fossero raggianti – gli ho detto "Dai, scriviamone una adesso". Ho cercato nei miei file un suono interessante e su quello abbiamo lavorato e dopo quattro ore avevamo il pezzo pronto. A me il duetto piace così, oppure deve succedere che la tua canzone ispira talmente tanto un rapper che lui ci mette quella cosa in più: per esempio, quando ascoltai "Aspettando il sole" sentii quella base e mi fece esplodere e la stessa cosa è successa nel pezzo con Rocco Hunt, che pur essendo la canzone neoclassica in cui gioco a fare il napoletano anni 50 è stata come la porta d'ingresso. È successo che Rocco l'ha sentita, ci ha fatto una strofa e l'ha portata in un'altra direzione. E allo stesso modo è successo con Coez, che pare che il pezzo l'abbiamo scritto fianco a fianco.

Come hai vissuto questa attesa? Io ho sentito molta voglia di ascoltarti, in giro…

Meno male, perché quando c'è attesa, può esserci l'effetto contrario, dici che hai aspettato cinque anni e poi? Io non ho un termometro, non so capire l'effetto sugli altri, capisco solo l'effetto che fa su di me e quello che queste canzoni hanno fatto a me ha fatto sì che mi sono detto che non me ne fregava nulla, anche se mi massacrassero, queste canzoni mi hanno fatto talmente tanto che devo farle sentire e da lì è partito un atteggiamento diverso rispetto a prima, era più "Io lo faccio, tu lo vuoi fare?".