A quattro mesi di distanza dall'uscita di Mood, il rapper romano Nayt analizza come è arrivato al pubblico il suo ultimo disco e la sua evoluzione musicale, che passa anche attraverso la pubblicazione del singolo "Tutto il resto è noi". Nayt, confessando l'allontanamento totale dalla saga Raptus, ha parlato anche di come si sia evoluta la sua scrittura e il processo di autoanalisi affrontato per la composizione del progetto: "Ormai ho scavato veramente molto in fondo". Poi la Roma che non vorrebbe più lasciare e la sua opinione sul ritorno della wave classic dell'hip hop italiano, con dischi come "17" e "FastLife Mixtape 4".

Qual è il brano a cui sei più affezionato di Mood?

Il mio pezzo preferito di Mood è Favolacce, ma ogni giorno ne cambio uno. Questo brano è stato concepito in due momenti diversi: il primo dove ero più in crisi, e poi l'ho ripreso in un secondo momento, infatti c'è questa trasformazione anche durante lo svolgimento della traccia, dove si riscopre un contatto con i sentimenti, con l'ascoltarsi. Complice anche la pandemia che ci ha rimesso un po' in ascolto, è nato questo pezzo spontaneamente come gli altri.

Canti la realtà non è all'altezza dei sogni in "Favolacce". È uno sguardo disilluso verso l'industria musicale, o semplicemente il cambiamento tra uno spirito "underground" di vivere la musica e la sua naturale evoluzione, almeno per te mainstream?

Puoi ritrovare un sacco di riferimenti, di argomenti, di temi. Quello principale che mi tocca di più è il fatto che ho idealizzato, come molti ragazzi tendono a fare quando si relazionano con l'idea del successo, della fama, certe situazioni, certe dimensioni. Mi sono reso conto che tante volte è un cliché: lo so e me ne rendo conto. Tante belle cose alla fine le avevo già in mano e non me ne rendevo conto, non voglio sminuire questa cosa. È stata una grande vittoria per me. Spero di continuare a collezionarne tante, ma la realtà è più complessa di quello che pensiamo.

Parlando di Mood, quali sono le sensazioni a 4 mesi di distanza, per te e per il pubblico che ha ascoltato e commentato il progetto?

Sono veramente fiero di quello che siamo riusciti a fare con questo disco perché era una grande sfida, in pochi ci credevano, secondo me non ho preso una direzione semplice. Non mi sono adagiato su quello per cui la gente mi conosceva, o non soltanto quello. Non ho voluto soddisfare per forza il pubblico, piuttosto ho cercato una mia identità, che sto ancora cercando perché sono giovane sia artisticamente, che anagraficamente. Sono andato più alla ricerca di certe sensazioni, emozioni, atmosfere. Qualcosa di reale che desse alla mia musica una sua unicità.

In musica ovunque, la distanza tra le due strofe sembra proprio fotografare il lasciare la via vecchia per la nuova: come pensi che il pubblico abbia preso questo passaggio tra la saga raptus e Mood?

Ci sta chi ha fatto questo ragionamento e che ha avuto questa impressione. Io sto evolvendo a livello musicale, ma anche di testi. Non sono più adolescente, e anche di questo parla Mood. Poi che la mia matrice sia quella rap, che le mie influenze siano quelle, non c'è dubbio. Io delle volte tendo a uscirne fuori, però altre ho troppa voglia di rientrarci, quindi cerco di seguire questo flusso alla fine.

Un processo che ritorna in quasi tutti i tuoi progetti, ma anche nella tua narrazione, è quello della psicanalisi e della conoscenza di sé stessi attraverso la scoperta. Credi che Mood sia stato il progetto in cui ti sei analizzato di più?

Di introspezione, di autoanalisi, ormai ho scavato veramente molto in fondo. Chissà ancora quante cose ci stanno, però penso che con i progetti futuri comincerà ad allargarmi. Voglio sfruttare le mie esperienze di vita per cercare di far immedesimare chi mi ascolta, e di unire. Questo è il mio obiettivo. Stimolare la sensibilità, l'empatia.

C'è qualcosa che cambieresti di questo progetto, ma soprattutto credi che il pubblico stia ritornando, dopo una pausa di qualche anno, alla ricerca di artisti che sanno scrivere, o il processo che ha coinvolto "17", il tuo disco, ma anche l'ultimo mixtape di Guè Pequeno, pensi siano ancora elementi isolati dal contesto attorno?

Penso che sia difficile adesso rendersene conto, perché non è da tantissimo che è riesplosa, e comunque non abbiamo avuto grandissimi esempi di questo fenomeno. Sicuramente, rispetto al periodo dell'esplosione della Trap, in cui evidentemente c'era più bisogno di leggerezza e anche di ribellarsi in questo modo più leggero a certe pesantezze. Adesso sembra che abbiamo così tanti fatti, eventi, problemi davanti agli occhi, che sembra quasi come se c'è più bisogno di qualcuno che te li mette davanti in una dimensione, in un modo figo. Abbiamo bisogno di elaborare, di crescere insieme, perché è più difficile evadere e scappare da certe situazioni. Chissà se con l'apertura di nuovo verso gli altri paesi, non si ritornerà un po' a quel bisogno di leggerezza.

Qual è la Roma che descrivi in "Rollin Roma", ma soprattutto quanto è cambiata la sua percezione della città negli ultimi anni, anche attraverso la tua musica?

Io mi sono reso conto di quanto Roma fosse importante per me, solo quando stavo per lasciarla. Mi rendevo conto che tornando avevo bisogno di casa mia, dei suoi tempi. Mi aiutava molto nell'ispirazione. Tutte le cose che vivo qui nella mia città sono quello che poi riporto nella mia musica. In altri posti non succede lo stesso e me ne sono accorto.