C'è vita a Napoli oltre LIBERATO. Se è vero che il misterioso progetto, che adesso blocca i centri cittadini con i temporary shop, ha in qualche modo acceso un nuovo riflettore sulla scena napoletana, c'è chi lavora da tempo, con alti e altri riferimenti, sull'iconografia partenopea. Con "Enea", il nuovo disco degli EPO, Ciro Tuzzi – con Michele De Finis (chitarra), Jonathan Maurano (batteria), Gabriele Lazzarotti (basso), Mauro Rosati (tastiere) – prova a scrollarsi di dosso l'etichetta "indipendente" e "underground", mettendo al centro di tutto ancora una volta la musica.

Da quanto tempo gli EPO pensavano a un disco del genere, un disco tutto in napoletano? 

Noi sapevamo di fare un'operazione del genere con la campagna di crowfunding del 2015. Non c'era grande sicurezza, ma era una idea che ci balenava nella testa, cedendo alle indicazioni di Daniele Tortora, produttore del disco, che sosteneva che il tipo di modo di cantare mio in napoletano faceva in modo che anche gli Epo suonassero in una maniera differente. Ci siamo resi subito conto di aver trovato un nuovo giocattolo, di avere in mano qualcosa di fresco e di nuovo. Un percorso lungo, diventato centrale per tutti. Fondamentale, direi.

A proposito della lingua napoletana, nel disco c'è la cover "Ombra si tu" di Canetti-Valente. C'è qualche lezione degli artisti del passato che hai fatto tua nella scrittura? 

Ho preso spunto dalla canzone classica, i testi hanno qualcosa di voluto nel guardare al passato perché volevamo che il disco suonasse contemporaneo e antico allo stesso tempo. "Sirene" è un testo che mi è stato ispirato da "Nun me scetà" di Roberto Murolo. L'ispirazione mi è venuta dai canti dei marinai e il nucleo della mia canzone ha un po' lo stesso sapore di quella di Roberto Murolo, con il pescatore che si abbandona al mare di notte, c'è questa dolcezza e questa paura di essersi perso. Ho voluto recuperare quel tipo di melodramma che c'è da sempre nella canzone napoletana e che io mi sento addosso, nel modo di interpretare e scrivere le canzoni. Poi, sì, c'è stato uno studio completo. C'è Di Giacomo, c'è lo studio della metafora animale, come in Catarì, c'è la stessa metafora in Auciello. 

Daniele "Il Mafio" Tortora alla produzione, la produzione esecutiva di Roy Paci e la collaborazione di Rodrigo D'Erasmo. Questo è un disco che include per un certo modo di lavorare e fare musica, una parte del top che abbiamo in Italia. 

L'approccio di Mafio è stato fondamentale. Iniziamo a suonare l'idea con Mafio con noi alle macchine. E così, appena l'intuizione sulla direzione che stavamo prendendo iniziava a diventare tangibile, potevamo sentire già in cuffia i suoni come cambiavano. E la canzone la sentivi quasi finita in tempo reale, una cosa che non si fa quasi più, un modo di lavorare da anni Settanta. In un ambito musicale che è cambiato totalmente, dovevamo solo spingere sull'acceleratore nel fare quello che sappiamo fare. Sul contributo artistico di Roy Paci e Rodrigo D'Erasmo, in genere, gli ospiti vengono a suonare e finisce lì. Invece Roy e Rodrigo hanno partecipato in maniera proattiva al progetto. Non è stata la classica collaborazione, Roy e Rodrigo hanno scritto le loro partiture, hanno dato suggerimenti, hanno sposato in toto il progetto. È stato bello sentire di lavorare con artisti straordinari che ti trattano alla pari. Questo ti libera da ogni approccio reverenziale e ti alimenta nuove idee. Poi si è creato un bellissimo rapporto di stima e di amicizia con entrambi.

Quasi 20 anni di carriera, più di 100 canzoni scritte. Possiamo fare quel classico bilancio di un'artista con un repertorio importante, quando pensa alle scalette. Quali sono i brani che non puoi lasciarti indietro, quali sono quelli che ti sforzi di non riproporre. 

Attualmente, la scaletta è molto legata al disco anche perché c'è stato un cambio di sonorità. C'è un bis dove magari peschiamo dal passato. Attualmente, mi sono accorto che molti brani che suoniamo sono in gran parte presi da "Ogni cosa è al suo posto" (2012). Il disco suona diverso ma è il più vicino ad "Enea", probabilmente perché "Ogni cosa è al suo posto" è il disco della rinascita del progetto. Di solito, "Notte doce" e "Perdermi" sono le canzoni che non mi stancherei mai di suonare. Poi, ci sono brani che non suono più con piacere perché sono cambiato e perché non rendo al meglio.

Non si può parlare di musica a Napoli e in Campania senza parlare di due progetti dirompenti che stanno sparigliando le carte, soprattutto tra i giovanissimi. LIBERATO e Speranza. 

Due progetti assolutamente diversi. LIBERATO è qualcosa di mai visto in Italia, che lega musica e marketing. Un'organizzazione così ben pianificata mi ricorda qualcosa visto in Inghilterra negli anni '90. Non sono pazzo di LIBERATO, non lo seguo con grande attenzione ma devo ammettere che tutto l'approccio mi incuriosisce. Va detto, che chi ha pensato all'aspetto estetico e promozionale, da Francesco Lettieri ad altre persone dell'entourage, su quel determinato tipo di musica ha trovato una chiave di lettura che ha fatto breccia.

E Speranza? 

Per Speranza, è tutto un altro discorso. Le sue sono idee quasi da fine intellettuale, mescolare l'estetica dell'hip-hop con una serie di elementi, dalla Peroni al vino nel cartone, la tuta acetata, porta tutto a un livello di verità che riporta indietro nel tempo. Sta creando un immaginario tutto nuovo. Non avrà lo stesso impatto di LIBERATO, ma è allo stesso modo un colpo di genio, il suo.

Portare la lingua napoletana a un livello successivo, è anche quello che stanno provando a fare gli EPO?

C'è un altro tipo di attenzione e magari quando mettono il nostro nome insieme a quelli dei Nu Guinea, per dirne un'altra, o di LIBERATO, in cuor mio penso che non c'entri niente, ma in realtà sono tutte idee di fondo. Proviamo a fare un discorso con il napoletano, facciamo qualcosa che abbia una rilevanza che non sia solo cittadina. Sicuramente è l'idea di fondo che muove anche gli EPO in questo momento.