21 Luglio 2021
11:31

Naga, uno dei bambini di Veleno, racconta in una canzone l’incontro col padre

Dopo il successo incredibile del podcast, del libro e della docu-serie “Veleno”, il racconto dello scandalo dei Diavoli della bassa modenese ritorna in una canzone. A scriverla è uno dei bambini protagonisti, Nik Scotta, adesso 24enne, figlio biologico di Federico Scotta e di Kaenphet Lamhab, che adesso ha anche pubblicato il video ufficiale del brano.
A cura di Vincenzo Nasto

Tutto è partito da una cassetta, da una registrazione, e adesso sembra esser ritornati lì con "Veleno", il brano di Naga, nome d'arte di Nik Scotta, che non avrebbe potuto scegliere altro titolo per il singolo pubblicato lo scorso mese, e che adesso viene accompagnato dal video ufficiale. Se il cognome Scotta unito al titolo "Veleno" vi ricorda qualcosa è perché il ragazzo, adesso 24enne, è uno dei protagonisti della terribile storia dei "Diavoli della Bassa modenese", raccontata dal giornalista Pablo Trincia sotto forma di podcast, libro e docu-serie su Amazon Prime Video dal titolo "Veleno". Nik Scotta è il figlio di Federico Scotta, condannato in via definitiva a 11 anni di carcere già scontati, uno dei sedici bambini che, tra il 1997 e il 1998, a Mirandola e a Massa Finalese, furono allontanati dalle proprie famiglie a seguito di accuse riguardanti pedofilia, riti satanici e omicidi di bambini.

Il racconto di Veleno

Nei primi istanti del video, Naga raccoglie la cassetta di "Veleno", pronta a essere inserita in macchina, in questo viaggio negli ultimi 23 anni. "Non ricordo nulla di ciò che è successo, quel lontano luglio del 1997, quando la mia vita cambia senza un programma, lasciando troppi punti di domanda". Il 7 luglio 1997 ritorna più volte nel brano, una data in cui la vita del cantante cambia irrimediabilmente, allontanato dalla sua famiglia, dal padre biologico Federico Scotta e dalla madre Kaenphet Lamhab di origini thailandesi. Nik Scotta, in arte Naga, non è altro che uno dei sedici bambini della Bassa Modenese, che tra il 1997 e il 1998 furono allontanati dalle proprie famiglie dopo le accuse di pedofilia, riti satanici e omicidi. Una storia raccontata dal giornalista Pablo Trincia nell'inchiesta "Veleno" e che Naga ha riportato in un brano, quasi per raccontare il riavvicinamento alla propria famiglia, al padre con cui in questi anni ha mantenuto un contatto, fino al momento in cui si son potuti riabbracciare.

Quando è nato il brano

"Avevo voglia di raccontare la mia situazione, la vita che ho vissuto e quella che mi è stata tolta quando ho pensato di scrivere Veleno, ma mi mancava qualcosa, un tassello. Ho capito che avrei dovuto incontrare il mio padre biologico". È da lì che nasce il brano "Veleno", da quell'atteso incontro che gli regala anche una delle ultime strofe del brano: "Non si può chiamare vita senza libertà, c’è chi dentro ad una cella vede un po’ più in là". La storia di questo verso, come racconta lo stesso Naga, è ispirata a una frase che il padre gli ha detto quando si erano conosciuti: "Mi ha detto che negli anni in cui eravamo lontani guardava sempre fuori dalla finestra tre stelle, che simboleggiavano i suoi tre figli". Tre, perché insieme a Nick, anche le sorelle Elena e Stella erano state allontanate dalla famiglia biologica. Il singolo sarebbe dovuto rientrare all'interno della serie, nelle parti in cui l'attenzione si sarebbe spostata sulla storia del padre biologico Federico Scotta, ma per motivi logistici Naga non è riuscito a completare il brano prima dell'uscita della docu-serie.

L'incontro con il padre

L'incontro tra Nik Scotta e il padre biologico Federico non è stato facile, come ha raccontato il ragazzo: "Inizialmente avevo molta paura, anche se avevo voglia di scoprire la verità e di chiarire alcune situazioni, dopo che per più di vent’anni non avevo potuto farlo. Quando l’ho visto per la prima volta è stata un po’ una sorpresa. Sapevamo entrambi che ci saremmo trovati in una condizione in cui saremmo magari rimasti senza parole. Alla fine, abbiamo fatto due chiacchiere, non sapevamo neanche se darci la mano oppure un abbraccio, è stata una situazione particolare. Il primo incontro è stato abbastanza lungo e anche pesante, perché non abbiamo affrontato discorsi leggeri. Dopo un po’, però, è andata via la paura. La prima cosa che mi ha detto mio padre è che io avrei potuto anche non chiamarlo papà, ma semplicemente Federico, come se fosse un amico. Lui sapeva, e sa, che i genitori sono quelli che crescono un figlio".

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