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Morgan, l’abuso dello streaming e le invettive contro i poteri forti: le incoerenze di StraMorgan

Morgan ha regalato al pubblico della Rai, un monologo sul cambiamento della musica nella società attuale e su come sia vittima dei poteri forti dello streaming.
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A cura di Vincenzo Nasto
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Morgan 2023, foto di Account Twitter Rai
Morgan 2023, foto di Account Twitter Rai

Ogni volta che si entra in casa di Morgan, bisognerebbe farlo pulendosi i piedi, ricordando a sé stessi la complessità delle sue argomentazioni e il teatro in cui si sta esibendo. Questa volta è StraMorgan, uno studio Rai prestato alla meccanica della tradizione musicale: una trasmissione che coglie fiori incolti e talvolta li nutre, talvolta, con una lente d'ingrandimento, li brucia. La varietà degli argomenti toccati, a volte illuminati dalla conoscenza di Morgan Castoldi e Pino Strabioli, altre volte edulcorati dall'autoerotismo dello stesso presentatore, hanno comunque dato una direzione semantica al programma, forse trovandogli anche un posto nell'infinito hub della televisione italiana. Ma di musica si parla, o almeno di cultura musicale: un tentativo che nella scorsa puntata ha toccato anche il tema della musica in quanto strumento, eco di una rivalsa generazionale e di streaming.

"Un monologo di Morgan sull'aspetto emotivo della musica, ma soprattutto sul concetto di liberalizzazione della stessa sulle piattaforme di streaming, sull'anomalo rapporto tra tecnologia e la scelta democratica del pubblico". Un complesso costrutto piramidale che Morgan ha esposto in 10 minuti e che ha dato parecchi spunti di riflessione su termini come "tecnocrazia" dello streaming, sul rispetto dei diritti d'autore e sull'uso che le piattaforme ne fanno. L'avvolgente ed emotivo discorso, in un climax ascendente, sembra voler terminare con l'aspetto della parabola, della lezione distribuita al pubblico, della morale sulla correlazione tra violenza e ignoranza. Forse un gran pantano è ciò lo circonda, forse è la rincorsa affannosa di un uomo che invece di guadare il fiume alla ricerca di "un atto di conoscenza, che è sempre un momento altissimo", arrocca la sua posizione su di una torre. Fiero difensore dell'idea di essere un uomo al di là del tempo in cui viene collocato, spegne la propria candela nello sforzo di lasciare un'impronta, un vestito che non si stringa e faccia pieghe al suo sconfinato ego.

Il monologo cerca il proiettile magico nei minuti iniziali, quando Morgan ricorda al suo pubblico a cosa servono le canzoni: "Perché le canzoni? Parliamoci chiaro, sono una sostituzione per le nostre parole. Quando noi non abbiamo le parole che fanno effetto, allora ricordiamo le canzoni. Perché? Perché per far tornare sui suoi passi chi ci sta lasciando. Le canzoni che abbiamo sono delle presenze nel presente e le usiamo per comunicare e anche per provare delle sensazioni che ci stupiscono. Le teniamo vicine, quelle che abbiamo scoperto, ma anche riscoperto anche per ragioni professionali. Al di là dei gusti, un atto di conoscenza è sempre un momento altissimo. Dunque lo spirito umano del singolo individuo si riverbera sulla comunità intera, edificando mai sottraendo le canzoni vive. Sono le nostre risorse, sono il nostro tesoro". E se la naturale correlazione tra arte e empatia è inattaccabile, lo è molto meno l'oggettificazione della musica, che mostra la strada che Morgan vorrà condurre nel suo monologo.

"Adesso dove sono le canzoni dei ricordi? Al sicuro, al calduccio nel centro? Le canzoni sono il mio bagaglio culturale. Cos'è un bagaglio culturale? Oggi i sistemi odierni si prendono tutto e la chiamano condivisione, cioè sottrarre senza pagare, compreso quello che paghiamo. Loro non pagano la SIAE. Non vogliono dare i diritti d'autore agli autori. Oggi usano le nostre cose, diventano i potenti del mondo e non ne vogliono parlare. Pensiamo a questo, da quando esiste l'archiviazione in rete, non si può tornare a casa con in mano un oggetto dopo averlo pagato, rimani lì, vuoto". È qui che Morgan incappa nella banalizzazione del rapporto tra musica e il modo in cui se ne usufruisce: se la denuncia sui diritti d'autore è una polemica legittima sulla distribuzione della musica, la lotta al modo in cui il pubblico usufruisce delle piattaforme sembra una battaglia contro i mulini a vento.

Dopo aver sottolineato la funzione tattile dell'oggetto in quanto parte dell'esperienza musicale, Morgan recide il contratto con la realtà, vanificando il suo tentativo di discussione poco più tardi, cercando di creare una narrazione polarizzante tra chi ama la musica e i "poteri forti" che ne hanno proprietà e la distribuiscono: "Noto che in generale anche persone intelligenti, colte, non lo mettono in discussione. Questi aspetti coercitivi della tecnocrazia li accettano passivamente oppure con delle blande critiche, fino a trovarsi totalmente sottomessi, manipolati, passivi all’arrendevole idea che il mondo va così. Quindi, il mondo va così, è lo standard, è incontestabile. Perché non c’è alternativa. Oggi fanno tutti così, ma lo spirito critico viene sotterrato. C'è chi ha voglia di uscire da questo torpore, un vero e proprio abuso. Qualcosa per cui avremmo dovuto iniziare a lottare già da più di dieci anni". E chissà quale generazione musicale non fa parte del movimento di protesta? "Dove si può far sentire questa voce della verità? Non certo sui dispositivi, non sui giornali. Probabilmente il luogo più adatto dove far passare un certo pensiero libertario resta la canzone, ma oggi, dov'è la canzone di protesta? Trap, rap? Direi di no".

Il discorso si arrampica, fino a raggiungere l'esatto spazio-tempo in cui Morgan voleva condurci: la pubblicità Progresso, con le luci calde sullo sfondo e le immagini dei teppisti a cui viene regalato un libro, la parabola cristiana con il cantante a distribuire la morale profetica per l'uomo inetto. "Questa è la protesta di oggi, c'è ma è debole perché è fatta di solitudine e non di alleanza. Da figlio, io pensavo, i miei genitori dovrebbero essere contenti se torno a casa con un disco, un libro, uno strumento musicale, tecnologia, un dispositivo elettronico, una rivista, un biglietto di un concerto. Soldi che avrei potuto spu****are in discoteca, in birreria o in benzina. E se oggi la metafora del tornarsene a casa con un disco o un libro non vale più, spostiamo comunque il concetto sugli interessi. Se un figlio si dimostri incline alle forme d'arte assecondando la sua propensione spontanea, mettiamolo nella condizione di coltivarlo con serenità e serietà. Occorre una persona felice, funzionale e realizzata, non uno sfigato, un frustrato, non violento. Non un narcisista compulsivo, un hater depresso, un leone da tastiera sfigato e neanche una persona banale, ma un essere umano in cui ancora si possa sperare di affidare il tempo".

Ci sono molte cose che non tornano nella linearità del discorso, come nell'approccio guerresco alla modernità che ha cambiato l'approccio tra autore e pubblico, tra la musica e chi ne usufruisce. E proprio quando parla di tecnocrazia sembra dimostrare la distanza con il pubblico a cui si rivolge, con la generazione che ha riscoperto Morgan grazie alla sua musica e non alla sua comunicazione pubblica. Quando parla di tecnocrazia, sembra quasi difendere gli autori della stessa musica più del pubblico che ne usufruisce, rinnegando apertamente l'apertura del suo discorso, dove la canzone è lo strumento umano della comunicazione, raggiungibile e utilizzabile da tutte le persone, in ogni latitudine della terra. Lo reprime a un oggetto a cui attribuire il valore, non all'esperienza musicale, al suo contenuto. Ma è forse proprio questo Morgan: un fine arringatore che combatte i giganti con armi e frecce, prima di scoprire allo specchio, di essere la stessa persona che sta attaccando.

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