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4 Dicembre 2020
13:53

Massimo Ranieri: “A 20 anni mi scocciai della musica, oggi riscopro alcune gemme nascoste”

Massimo Ranieri si è trovato nei negozi e nelle edicole contemporaneamente con il suo primo e ultimo album. Da una parte “Massimo Ranieri” prima uscita di una collezione che conterrà 16 tra i suoi album originali più belli e dall’altra l’ultimo “Qui e adesso, album prodotto dal canadese Gino Vannelli che contiene 17 canzoni tra inediti e riscoperte di canzoni a cui non fu data la giusta attenzione.
A cura di Francesco Raiola
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Massimo Ranieri si è trovato nei negozi e nelle edicole contemporaneamente con il suo primo e ultimo album. Da una parte "Massimo Ranieri" prima uscita di una collezione che conterrà 16 tra i suoi album originali più belli e dall'altra l'ultimo "Qui e adesso, album prodotto dal canadese Gino Vannelli che contiene 17 canzoni tra inediti e riscoperte di canzoni che Ranieri (il cui vero nome è Giovanni Calone) ha ripescato dal suo repertorio, a cui non riuscì a dare l'attenzione che meritavano perché uscirono nel periodo in cui decise di lasciare la musica per darsi alla recitazione. Dentro ci sono vere e proprie gemme, compresa una canzone scritta da Charles Aznavour e riadattata da Gianni Togni e un duetto con Vannelli, appunto. Uomo e artista dalle molteplici vite, Ranieri è stato in grado di vendere milioni di album a vent'anni, cantare capolavori come "Rose rosse" e "Se bruciasse la città", mollare tutto e darsi al teatro, recitando per mostri sacri come Giorgio Strehler, che considera suo maestro, ma anche Patroni Griffi e Peppino De Filippo. Una carriera lunghissima, che si è dipana anche nella tv e continua tutt'ora: "Qui e ora", infatti, è anche il titolo del suo spettacolo la cui prima puntata è andata in onda su Rai Tre.

Giovanni, ti trovi in quella strana posizione per cui nello stesso giorno ti trovi con il primo e l’ultimo album pubblicati…

Sì, esatto, gli album del cofanetto usciranno una volta a settimana, adesso, però, è uscito il disco con Vannelli, con tutti gli inediti delle mie vecchie canzoni che non ho avuto tempo di promuovere perché avevo lasciato la canzone e mi ero messo a fare l'attore. La cosa mi è sempre dispiaciuta, mi è rimasta sempre un peso sul cuore che dovevo risolvere e l'ho risolto dandogli il giusto peso, la giusta accoglienza, trovando il giusto momento per rifarle.

Hai unito varie anime, vecchie canzoni più alcuni inediti, come quello di Aznavour.

Sì, c'è questo inedito a cui tengo, lui mi ha regalato questa canzone di cui Gianni Togni ha fatto il testo in italiano.

la distanza tra il primo album e quest'ultimo segna un periodo di tempo in cui sei cresciuto, ti sei scocciato della musica, ti sei riappassionato. Le mille vite di Ranieri, insomma, perché sono mille le tue vite, giusto? Qui e adesso che vita è?

La stessa di quella di 51 anni anni fa, del mio primo album che si chiamava "Massimo Ranieri", che aveva canzoni come "Rose rosse", "Via del conservatorio", le canzoni che avevo inciso tra il 69 e il 70. Con l'uscita anche di Metello di Bolognini, poi, fu un connubio meraviglioso, sai, quando ancora si vendevano i dischi.

Mi chiedo come “Quando l’amore diventa poesia” non sia diventato un grande classico, per dire, ne aveva tutte le caratteristiche. Ma in generale quali sono state, secondo te, le ragioni per cui questi brani non hanno ottenuto il successo che meritavano? Solo la tua svolta da attore?

A quell'epoca, nell'arco di quattro anni, avevo già fatto e vinto tutto: avevo vinto due Cantagiro, due Canzonissima, ero stato a due Festival europei, avevo fatto un migliaio di serate e a 24 anni mi sono sentito vecchio e ho detto: ‘Vabbè, casomai dovessi cambiare idea, tra 10 anni sarò ancora giovane, avrò 34 anni e tornerò a cantare". Poi il destino ha voluto che io continuassi la mia vita teatrale, incontrando sulla mia strada dei giganti come Patroni Griffi, Maurizio Scaparro, Garinei, Strehler. Però, sai, mi è sempre rimasto un peso sullo stomaco, mi dicevo che queste canzoni avrei dovuto riprenderle ed essendo io un ammiratore immenso di questo grandissimo musicista, nonché cantante, che è Gino, un giorno che era a Roma per un concerto andai a vederlo, lo incontrai e gli parlai di questo progetto. Non ci conoscevamo, cioè io lo conoscevo lui no, perché io sono un comune mortale, e m'ha detto che la cosa gli interessava tantissimo, mi chiese di mandargli le canzoni che avrei voluto mi arrangiasse e se gli fossero piaciute le avrebbe chiuse e così è nato il progetto con Vannelli.

“L'amore è un attimo”, “È diventato amore”, “Sogno d'amore”, “Le braccia dell'amore”, queste sono consecutive, ma i titoli con amore sono varie, mi racconti un po’ di questo racconto e di come è cambiato durante gli anni?

Quello è aumentato col passare degli anni, l'uomo vive e ha bisogno di questo, siamo sempre in cerca dell'amore, quello finale o comunque la compagna della tua vita, l'amore eterno direbbe il poeta. Ma come diceva Verdone l'amore è eterno finché dura, inevitabilmente per strada qualche ostacolo lo si incontra sempre e quest'amore eterno non riusciamo mai a trovarlo: io sono ancora in cerca.

In conferenza hai parlato della differenza di questo rapporto con l'amore rispetto ai giovani artisti di oggi: me la spieghi?

Sai, loro si esprimono con un frasario e un linguaggio diverso dal nostro, noi dicevamo "Amore mio", "Quando l'amore diventa poesia", loro questa roba qua non la usano, usano un linguaggio più duro, cattivo, perché il momento storico che vivono che non li fa essere sicuri. È insicuro il loro futuro, il mio futuro è già oggi, per loro il futuro è vedere ancora più lontano di quello che vediamo noi a una certa età, ed è giusto che sia così. E loro lo vedono com'è: scuro, ansiogeno, pieno di paure, di indecisioni, vorrebbero le cose più veloci, anche il successo, vorrebbero fosse a portata di mano. Noi ce lo siamo lavorato, faticato, facendo di tutto, dalle balere ai matrimoni alle feste di piazza, oggi i giovani hanno tutto a portata di mano e forse questo non è neanche un bene. Capisco pure che domani può finire, sentono il momento che è così. Però mi piace il loro approccio all'amore, alla vita, a come vedono noi, come vedono la società, e la vedono con un occhio diverso dal nostro, anche doloroso.

A proposito di scambio generazionale, quali sono stati i tuoi maestri e che rapporto hai avuto con loro?

Con loro c'era un rapporto viscerale. Il mio maestro più grande è Giorgio (Strehler, ndr) e dicendo questo non faccio offesa a nessuno, perché gli altri erano i primi a dirmi "Tu devi lavorare con lui", da Patroni Griffi a Romolo Valli a Giorgio De Lullo e Scaparro, chiunque. Tutti mi dicevano che dovevo lavorare con lui, perché solo lui riesce a tirarti fuori quello che hai dentro, lui è il più grande di tutti. E ho avuto il privilegio e la fortuna di incontrarlo sulla mia strada, devo dire che è stato il mio maestro. L'altro è stato Peppino De Filippo, perché mi ha scoperto subito e poi se vogliamo andare a cercare i maestri nel mondo della musica sicuramente tutti quanti noi pensiamo a Mimmo (Domenico Modugno, ndr) – ne parlavo anche in trasmissione con Giuliano Sangiorgi – a cui mi inchino tutti i giorni, ogni giorno ringrazio questo genio della musica e della parola.

L’altro giorno ho sentito Tiziano Ferro e abbiamo parlato di cosa vuol dire fare cover. Lui mi diceva che a volte abbiamo un atteggiamento molto italiano, quello per cui i miti non si toccano, ed è una sciocchezza. Che ne pensi, tu che hai cantato altri e sei stato cantato da altri?

Non sono io in prima persona, ma è la canzone che viene cantata da altri. Certo, sapere che "Perdere l'amore" la cantano dai 12enni ai 50enni, sapere che "Se bruciasse la città" la vogliono cantare tutti, da Gianna Nannini a Giuliano Sangiorgi etc, fa piacere, ma questo non è merito mio, è merito della canzone, che resiste negli anni: sono 50 anni, chi se l'aspettava che dopo 50 anni stanno ancora qui che si cantano. Tiziano è impazzito per Perdere l'amore, per questo l'abbiamo cantata assieme.

Beh, sempre molto modesto, un po' come quando hai detto: "A Sanremo il conduttore lo farei al 99%, se me lo proponessero, come direttore artistico in effetti no, perché le responsabilità sono troppe. Devi giudicare le canzoni e per me c'è uno solo che può giudicare e sta lassù”. Beh, però qualche carta per giudicare, anche con l’ausilio di qualcuno di un’altra generazione non ti mancherebbe, no?

Continuo a dirlo e pensarlo, è una mia educazione di vita, è giusto che sia così, io non sono all'altezza, non mi va di giudicare nessuno.

A proposito della riproposizione del cofanetto coi i tuoi album: ti riascolti mai? Cosa ami di più e cosa meno del tuo repertorio?

Beh, quando mi chiedono qual è la canzone che amo di più del mio repertorio, io subito, senza pensarci due volte, mentre tutti si aspettano "Perdere l'amore", dico "Vent'anni", avevo vent'anni, appunto, e poi la tenerezza di questa canzone: "Nasce così la vita mia, come nasce una poesia", sembrava scritta apposta per me. E forse Giancarlo Bigazzi, Enrico Polito e Totò Savio l'hanno scritta pensando al fatto che venivo da Napoli, che ero ragazzino, che questo ragazzino cominciava a muovere i primi passi. Aveva già fatto "Rose rosse", aveva venduto un milione e ottocento mila copie, era nata l'idea dell'uomo della strada, per cui sono affezionato a quella canzone e dopo 50 anni quando la canto provo sempre un piacere enorme e mi emoziono, perché mi ricorda i miei primi passi. Poi "Perdere l'amore", "Rose Rosse", con "Se bruciasse", poi, mi diverto come un matto a fare il rockettaro. Sono le canzoni a cui sono affezionato, anche se un pezzettino di cuore è rimasto in queste canzoni che ho tralasciato per strada perché non ho mai avuto tempo e pazienza per riascoltarle, ma come vedi tutto torna, sempre a casa si torna.

E allora a proposito di casa ti chiedo: nel programma – tra Jackal, Maria di Biase e il duo musicale Le EbbaneSis – ti sei portato un pezzo di Napoli con te, la tua città torna sempre, c'è sempre in qualche modo.

C'è prima Napoli e poi io, io sono figlio, nasco dopo, c'è e ci sarà sempre e più gli anni passano più ritorna in me la mia napoletanità che avevo per forza di cose accantonato stando in teatro e interpretando autori come Cechov, Shakespeare. Poi invece dici "Ma arò vaco?", "Dove vado?", la mia genesi è quella, capito? Per cui sempre di più parlo napoletano, sempre di più, perché mi esprimo meglio, mi capisco meglio, perché lo sento di più quello che dico, ognuno, se parla il proprio dialetto o la lingua madre, si esprime meglio, si sente più sincero, più vero, profondo e io parlo napoletano perché me piace, sento il bisogno di parlarlo il napoletano, di esprimermi. Comunque sono orgoglioso di avere avuto questi ragazzi nel mio cast, sono fantastici, straordinari.

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