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Marracash: “Raccontare un amore malato spero sia stato d’aiuto. La droga? Pericoloso scoprirla a 30 anni”

In attesa della doppia data del Marrageddon, Marracash ha parlato dei genitori, del rap e del suo rapporto con le droghe in un’intervista a Vanity Fair.
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A cura di Redazione Music
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Da giovane speranza del rap italiano a fratello maggiore e probabilmente uno di quelli che meglio maneggiano il genere, sicuramente l'unico che può dare il proprio nome a un festival. Parliamo di Marracash e del suo Marrageddon, un festival in due date a Milano il 23 settembre e a Napoli, una settimana dopo, il 30, con palchi che saranno calcati da artisti come Guè, Salmo, Fabri Fibra, Geolier, Anna e Shiva, tra gli altri. Sicuramente Marra è uno di quelli che ultimamente, più di molti altri, è riuscito a rendere il racconto rap del disagio e della sofferenza qualcosa che più che avvilupparsi su se stesso cerca una dimensione più collettiva, attua una riflessione che cita Ingmar Bergman e Mark Fisher senza rinunciare alle punchline.

Gli ultimi due album, ovvero "Persona" e "Noi, Loro, gli altri" sono quelli che lo hanno aperto anche a un pubblico diverso, portando sulle spalle la responsabilità di scrivere qualcosa che superi il mero egotrip. Due album che, appunto, sono passati dall'io al noi, dalla persona singola ai pronomi plurali, dal singolo al collettivo facendolo con una forza tale che oggi non è difficile sentire il suo nome sulla bocca anche di chi non è addentro alle cose del rap. In un'intervista a Vanity Fair ha spiegato che questa cosa è avvenuta suo malgrado, senza che fosse nelle sue intenzioni: "Credo sia successo perché in quelle canzoni ci sono urgenza e verità: venivo da una crisi, dovevo tirarla fuori. Persona è uscito mentre impazzava Salvini, coi social pieni di cazzate. Ma evidentemente c’era, e c’è, una maggioranza silenziosa che al circo non partecipa".

Ha preso consapevolezza di questo traguardo solo quando ha girato l'Italia live portando anche quei due album che gli hanno svoltato la vita anche economicamente, permettendogli di comprare anche la casa ai genitori. Genitori che non sempre capivano appieno il carattere di quel "figlio intelligente, ma matto" e che hanno cominciato a farlo "quando sono riuscito a veicolare la mia stranezza nella musica, si siano rasserenati, e ora siano orgogliosi di me. Abbiamo fatto il giro e ci siamo ritrovati". Parlando dei giovani, alcuni dei quali porterà sui palchi del Marrageddon, racconta quelli "strani, come me, salvati dalla musica. A loro agio solo lì, mentre fanno qualcosa che sanno fare" citando Baby Gang, ma anche Anna, Madame e Tedua: "Il contesto difficile è qualsiasi cosa. I soldi o la famiglia ‘normale' non contano, perché magari hai delle mancanze affettive e il contesto difficile sei tu. L’unica condizione che mi pare necessaria è la sensibilità. Un artista deve essere trascinato dalle sue emozioni. Almeno io lo sono".

Al giornale ha spiegato come sia riuscito a raggiungere un obiettivo che si era prefissato: "Ho rischiato tutto per fare quello che amo: portare il rap dove sono cresciuto, tra i ragazzi delle case popolari. Quando vedo questa passione in quelli che come me vengono da un contesto in cui non sei spinto né a sognare né ad ambire, cogliere in loro quella luce mi fa impazzire". Marra ha anche parlato di una delle sue canzoni più famose, quella "Crudelia" che affronta il tema di un amore tossico: "Sono contento, da uomo, di aver raccontato la mia storia che, mentre la vivevo, mi sembrava normale e invece era una vicenda di abusi. Sono contento perché parlare, raccontare, dare un nome alle cose è sempre il primo passo per essere consapevoli. Se qualcuno avesse scritto Crudelia prima di me e io l’avessi ascoltata, forse avrei capito prima, sarei scappato prima. Mi sono reso conto di quello che stavo vivendo leggendo testimonianze di altri. Le storie erano incredibilmente tutte identiche perché queste persone si comportano allo stesso modo, e questo, per fortuna, le rende facilmente riconoscibili".

Il rapper ha anche affrontato il tema delle droghe da cui, spiega, non è mai stato dipendente, pur avendone provate svariate. Oggi gli servono soprattutto quelle che riescono a calmarlo: "Io sono ipersollecitato di mio. Ho bisogno di calmarmi: fumo marijuana, prendo sonniferi" spiega, aggiungendo di essere stato fortunato ad averle provate da giovane, quando era in gruppo: "Penso che scoprire la droga a 30 anni, da soli, sia molto, molto pericoloso. Grazie a Dio la mia relazione con le sostanze non è mai diventata patologica, nel senso che non le ho mai usate come strumenti per affrontare il dolore. Ho visto molti amici rovinarsi parecchio. Li ho visti cominciare per scherzo, lo scherzo si è trasformato in abitudine, l’abitudine in dipendenza, la dipendenza in guai. A un sacco di gente che ho attorno vedo che sta arrivando il conto. Quel conto fa impressione e non fa per niente ridere".

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