Maria Antonietta (ph. Luca Zizioli)
in foto: Maria Antonietta (ph. Luca Zizioli)

Si chiama "Deluderti" il terzo album di Letizia Cesarini, in arte Maria Antonietta, una delle voci più importanti del cantautorato italiano di questi ultimi anni. Con l'esordio omonimo fu un vero e proprio caso discografico, confermato con "Sassi", secondo album pubblicato nel 2014, poi un po' di attesa (non breve visti i tempi discografici contemporanei) finché qualche settimana fa la cantante è tornata con un album che esplora ancora di più le strade del pop che avevano sempre accompagnato, in maniera più o meno sotterranea anche i primi due lavori (con un primo molto rock). Con questo terzo album, comunque, la cantante di Pesaro si conferma come una delle realtà più fresche e interessanti del panorama, sia a livello di scrittura – ispirata, tra l'altro, alla poesia – che a livello di suono, grazie anche al lavoro con Colombre, collega artistico e compagno di vita. la cantante sarà tra le protagoniste del Mi Ami Festival che si terrà il 25 e 26 giugno a Milano.

Dopo "Maria Antonietta" e "Sassi", ho l'impressione che "Deluderti" abbia aperto ancora un’altra prospettiva a livello di suono. Non sei mai stata antipop, ma questa volta questa componente la trovo più incisiva. Volevo chiederti se era così anche per te e nel caso come ti sei mossa in questi anni…

I tre dischi, tra loro, sono molto differenti e ognuno ha una propria prospettiva e un proprio sapore, anche perché nascono in momenti molto diversi della mia vita, quindi riflettono anche un po' inevitabilmente il mio stato. Quest'ultimo è quello che ho scritto in maniera più consapevole, sarà perché sono diventata più grande, quindi più capace di gestire i sentimenti, di gestirmi, di gestire, per quello che si può, l'esistenza e quindi tutto ha una misura differente, gli spigoli restano perché dentro di me ci saranno sempre delle asprezze, delle spigolosità e dell'antipatia, ma credo che crescendo si riesca a trovare più un centro, a focalizzare meglio la propria energia. In questo senso ‘Deluderti' è più centrato e forse per questo, di primo acchito, risulta più accessibile, perché c'è una morbidezza che non è data dall'affrontare le cose in maniera morbida ma dal saperla gestire in maniera più equilibrata, poi resta sempre questo clash tra la morbidezza del sound e quelli che sono gli spigoli delle parole.

Arriva con un impatto più immediato, accessibile, per usare le tue parole eppure resta un lavoro molto stratificato, con un utilizzo preciso anche di strumenti poco comuni, che ti fa cogliere qualcosa, sia nel testo che nella musica, ogni volta che l'ascolti.

Diciamo che la sfida era questa. Io non sono mai stata antipop, però credo che la vera sfida nel fare pop, qualcosa di accessibile, sia quello di riuscire a inserire molti livelli, dare una complessità, permettere a un ascolto superficiale di cogliere alcune cose, e coglierne altre riascoltandolo. È la sfida di fare qualcosa che appare semplice ma non lo è e non è un caso che ci abbia lavorato molto, è il disco a cui ho lavorato di più in assoluto, sia come scrittura che come produzione, è stata una bella faticata. Però sono soddisfatta perché lo sento molto centrato, volevo essere molto a fuoco sia a livello concettuale che nel sound, stratificato, fiorito, ma anche molto coerente tra i vari brani, nel suo sviluppo.

“Anche il regno dei cieli viene solo se lo hai aspettato” (Oceano): il tema religioso che, en passant, aveva un po’ sconvolto qualche fan in "Sassi", torna da subito anche in questo nuovo album. In che modo questo aspetto della tua vita entra nella tua musica?

Guarda, io sono credente, quindi è abbastanza naturale che dio e la spiritualità entrino nei brani, perché alla fine mi riguardano e non possono che trattare, approfondire e dialogare con qualcosa che mi è vicino ed è importante, quindi è inevitabile. Poi a volte è capitato – e questo è sempre stato molto spiacevole per me – che quest'aspetto, dall'esterno, venisse percepito come un discorso estetico, di superficie, mentre per me Dio è un interlocutore molto importante con cui portare avanti un discorso, non è messo lì perché funziona a livello estetico, ma perché ha un senso ben preciso.

Se dici così, mi sembra paradossale alla stregua di come mi sembrarono paradossali le critiche al tuo primo disco, quando usavi un linguaggio più "esplicito" sul sesso. Pensi che sia un problema di non essere pronti o cosa? E in che modo ti colpiscono queste osservazioni?

Non ho mai creduto o credo di dire e trattare cose destabilizzanti o così bizzarre, però effettivamente c'è un po' di disabitudine, come se fossero veramente temi destabilizzanti, come se fosse strano parlare della tua sessualità, della relazione con gli altri, di Dio, della corporeità, dello Spirito, benché sia quello dentro cui viviamo ogni giorno. È bizzarro, secondo me, non parlarne, quando leggo dei testi che sfarfallano altrove, benissimo, tanto c'è spazio per tutto, però onestamente è lì che mi faccio delle domande: ‘Qual è il senso? Di cosa parla? Mi riguarda?". E penso che per una donna la cosa sia ancora più difficile perché come autrice ti espone, anzi, ti esponi doppiamente perché parli di cose che ti riguardano e riguardano tutti e diventi molto vulnerabile, non è facile, anzi è più semplice autocensurarsi e trovare degli argomenti più innocui, mentre credo sia molto importante e vitale esplorare cose che ti riguardano, alla fine è quello il senso di una ricerca, cercare di esplorare il vero.

“Me ne resto in disparte, perché questa è la parte che preferisco”, “Gli altri, sì sono gli altri, inarrivabili, sempre altrove, io sempre qui”…. Ho letto che lo hai scritto in campagna, un po’ fuori dal mondo frenetico dell’ambiente musicale e volevo capire se era un bisogno di scrittura o proprio di vita, in generale.

Io vivo a Senigallia, in campagna, nella provincia dell'impero ed è stata ed è una scelta di campo, non è un ripiego, mi dà molta pace, molto spazio fisico per pensare, leggere, scrivere, per avere uno spazio un po' astratto rispetto ai meccanismi, ai circuiti, ai nodi in cui avvengono alcune cose, poi ci sono anche dei contro, perché vivi nell'isolamento in fin dei conti, però io ho sempre avuto la necessità di avere la natura vicino, gli animali, avere uno spazio di contemplazione e quindi ho fatto questa scelta e il disco l'ho scritto tutto qui. Il mio starmene in disparte mi permette di farne parte, mi dà uno sguardo un po' più lucido su alcune dinamiche.

Mi incuriosisce perché è un tratto che trovai parlando con Vasco Brondi a cui ti lega anche un'altra passione, quella per la Poesia… In che modo i poeti e le poetesse entrano nella tua scrittura?

Io sono una lettrice abbastanza morbosa di poesia e tra le mie ispirazioni ci sono la Dickinson, la Plath, la Cvetaeva, la Szymborska, la Campo, ma non solo donne, mi piacciono Rilke, Pasternak, però nei testi ci sono finite un po' masticate, nel senso che non ci sono citazioni esplicite. Per me leggere la poesia in questi ultimi due o tre anni è stato un grande esercizio anche di autodisciplina e ho lavorato molto anche sui testi, perché la frequentazione di questi modelli così alti ti fa fare delle domande sulla lingua che stai usando, sul ritmo, sul senso, è stato un grande sprono, la fonte di ispirazione più grande che ho avuto, la Dickinson su tutte. È stata un'esperienza fantastica, scrivere il disco in campagna leggendo quelle cose.

Credo che si possa dire, l'hai dichiarato anche tu, che questo è anche un disco sulle aspettative: com'è confrontarsi con le aspettative di un album uscito?

Guarda, penso che quando fai canzoni e dischi ti trovi sempre in una dinamica di aspettativa, inevitabilmente, perché è un rimettersi in discussione da zero, almeno per quello che mi riguarda. Il titolo che ho scelto, "Deluderti", ha a che fare col ragionare attorno a questa delusione, all'aspettativa, è stata una scelta non casuale perché facendo questa attività tutti si devono confrontare con questo meccanismo e mi piaceva, invece, attraverso il disco, esorcizzare questa cosa e riflettere sul valore salvifico della delusione, sul fatto che a volte puoi anche deluderle le aspettative e questo non è necessariamente un male, anzi, ti può aprire una prospettiva che non avevi immaginato o essere un modo per riuscire a realizzare te stesso. È un titolo molto positivo, liberatorio, come è stato per me fare questo disco, molto faticoso ma anche molto divertente, perché avevo una visione molto chiara di quello che volevo e ho lavorato molto sodo per svilupparla, incurante delle aspettative, molto nell'anarchia di una produzione che avevo bene in testa, chiara. Poi arrivi al confronto con la realtà e lì ti affidi a ciò che può accadere.

Vale anche sul palco no, lì hai un confronto reale col pubblico…

Quella fase lì è liberatoria perché hai lavorato molto in studio, a casa, quindi non vedi l'ora di confrontarti col corpo, le persone, senza troppe mediazioni ed è molto liberatorio. Poi sono contenta anche per la squadra che ho messo su per il live.

Qualche mese fa Giovanni (Colombre) mi parlò di quanto tu fossi stata fondamentale per il suo album, volevo sapere quanto lo è stato lui per te.

Giovanni è stato fondamentale perché il disco l'abbiamo prodotto assieme e produrlo col tuo compagno, con la persona con cui vivi, ti permette di lavorare giorno e notte senza alcun tipo di tregua, sconto o vincolo, mi ha permesso di fare un'esperienza totalizzante. In più è stato importantissimo perché credo che lui abbia una visione e un grande talento e potersi confrontarsi con una persona di cui ti fidi, che stimi e con la quale puoi permetterti di essere molto sincero, non essendoci alcun tipo di pudore, ti permette di portare a termine un disegno molto nitido.