Luca D’Aversa (ph. Claudia Antonucci)
in foto: Luca D’Aversa (ph. Claudia Antonucci)

Ci sono artisti che non hanno ancora raccolto, a livelli di numeri, il buono fatto in questi anni, ma che sono riusciti a ritagliarsi uno spazio importante nel mondo ella musica contemporanea. Luca D'Aversa è uno di questi, un cantautore (ma è solo uno degli appellativi che gli si possono attribuire) che è emerso dalla ormai famosa scena romana e che dopo un album d'esordio omonimo uscito 4 anni fa, a gennaio ha pubblicato "Fuori", un album a tratti sorprendente in cui si sente la crescita e la varietà di ascolti ed esperienze di D'Aversa: "Avevo voglia di evoluzione, di non abbandonare totalmente le atmosfere acustiche, ma di arricchirle con elettronica e distorsioni" come spiega a Fanpage.it.

Non so perché, ma prima di mettermi ad ascoltarmi “Fuori” mi aspettavo qualcosa di completamente diverso, forse più vicino al precedente. Invece l’album ha una serie di spunti diversi dal primo (anche in alcune spinte più elettroniche, ma penso anche alla libertà che ti prendi per passare da un pezzo come “Hai visto mai” a uno tipo “Le stelle rimbalzano”). Ci racconti che idea avevi mentre scrivevi “Fuori”? Cosa volevi esplorare?

La costruzione di un disco è un processo lungo. Quello che ci ho messo dentro è un po' quello che ascolto, ed effettivamente i miei riferimenti attuali sono cambiati rispetto al passato. Avevo voglia di evoluzione, di non abbandonare totalmente le atmosfere acustiche, ma di arricchirle con elettronica e distorsioni. Cosi mi sono avvicinato ai synth, alle chitarre elettriche, alle voci doppiate, tutti elementi che nel primo lavoro non avevo proprio preso in considerazione.

È un album variegato, ma questa voglia di esplorare e di dare all’ascoltatore un gancio per tornare e scoprire cose nuove è anche interno alle varie canzoni. È un’impressione o c’era un’idea del genere?

Durante le fase di scrittura non mi sono posto il problema di rimanere legato ad un'atmosfera precisa, mi piace che ci sia un filo conduttore tra tutti i brani, ma trovo molto stimolante che ognuno di loro abbia un'identità ben precisa.

Quattro anni tra un album e l’altro non sono pochi, specie se parliamo di un artista che sta costruendo la propria carriera…

Questo è vero, ma per fare un disco credo non si debba avere fretta, potevo farlo in meno tempo, sicuramente, ma ora, ascoltandolo, sono molto contento, per cui credo che in fin dei conti il tempo è servito. Prometto che per il prossimo ci metterò meno tempo!

Anche per quanto riguarda “Fuori” sei partito prima dalla musica per poi scrivere il testo?

In linea di massima sì. Do alla melodia un valore importantissimo all'interno delle mie canzoni. Tutto parte da lì, il testo viene in un certo senso "ispirato" dall'atmosfera che crea la musica.

E i testi come nascono, qual è il rito della scrittura se esiste?

Spesso capita di appuntarmi sul telefono alcune frasi. Da quelle poi parto per scrivere. I miei testi parlano di me e di quello che mi succede intorno, e non c'è un momento ben preciso in cui scrivo, a volte mentre faccio altro mi viene in mente qualcosa e inizio.

I tuoi riferimenti li hai detti più volte, almeno negli anni scorsi, ma questa volta quali sono state le coordinate?

Il disco che mi ha colpito maggiormente è stato "Sound and Color" degli Alabama Shakes, mi piace moltissimo il loro modo di mischiare rock elettronica e soul per creare un loro suono. Ma nel disco credo sia finito anche Beck, e Rick Rubin che ha prodotto il disco omonimo di Angus & Julia Stone, o anche Danger Mouse. Effettivamente sono molto cambiati i miei ascolti.

Di sola musica incisa non si vive. Ho letto che insegni propedeutica musicale a bambini dai tre ai cinque anni: com’è lavorare con i bambini? Qual è il ritorno più grande per la tua attività di cantautore (se ha un’incidenza su quello che scrivi e componi).

I bimbi sono dei colleghi di lavoro meravigliosi. Hanno tanta energia positiva da regalare, immagina ogni giorno di incontrare non meno di 60 bambini che appena ti vedono hanno voglia di cantare suonare e ballare. Non può che fare benissimo!

A proposito di altri progetti: come va L’Albero Recording Studio?

L'Albero è lo studio di registrazione che gestisco insieme a Giuseppe D'Ortona. È un posto a cui tengo molto. Quest'anno abbiamo iniziato una collaborazione con Valerio Mirabella di The Roost, e con Ermanno Becchis di Calista Record e stiamo organizzando dei Secret Concert, e quello che mi colpisce è stata la bellissima risposta da parte del pubblico che ogni volta ha partecipato numeroso, mi sembra ci sia un'inversione di tendenza nei confronti della musica live, questo per dire che le persone iniziano ad andare di più ai concerti, anche di artisti magari non conoscono.

Senti, è stato un anno, il 2017, un po’ particolare per quello che oggi si chiama It-Pop, che altro non è che un termine ombrello per raccontare quello che esisteva già a livello “underground” e improvvisamente è diventato mainstream. Qual è la differenza fare quello che fai rispetto a quando hai cominciato o, semplicemente, a quando uscì il tuo album d’esordio?

Come ti accennavo prima, mi sembra che ci sia più attenzione nei confronti del mondo indipendente, è bello andare a sentire i concerti di artisti che non passano attraverso i grandi canali radiofonici o televisivi e notare una partecipazione molto numerosa. Questo 4/5 anni fa succedeva meno frequentemente. Per cui mi sembra si stia andando nella direzione giusta.

Le date del tour di Luca D'Aversa

  • 12/04/ 2018 – Lanificio 159 – Roma
  • 19/04/2018 – Marla – Perugia
  • 20/04/2018 – Osteria Infinito – Grottammare (AP)
  • 21/04/2018 – Serraglio – Milano (w// Will Varley)
  • 26/04/2018 – Coopera – Putignano (BA)
  • 28/04/2018 – Villanova – Pulsano (TA) 
  • 03/05/2018 – Teatro Orione – Roma
  • 05/05/2018 – Tirabusciò – Soveria Mannelli (CZ)
  • 10/05/2018 – Prima Classe – Ragusa