"Le parole sono importanti" come diceva in un – ormai abusatissimo spezzone di film – Nanni Moretti. E questo mantra vale, da sempre, anche per LowLow, rapper romano che adesso ha fissato questa certezza anche in una delle regole del suo Dogma 93, album e manifesto che si rifà a quello cinematografico di Lars Von Trier e Thomas Vinterberg. Esploso con il singolo "Ulisse", il rapper ha confermato nel tempo le sue doti e le sue caratteristiche, con un flow sempre ispirato e sonorità cupe che rispecchiano anche quello che è il senso per la musica. A parte "Mondo sommerso", le acque in cui naviga Giulio Elia Sabatello sono sempre quelle più scure, profonde come l'Oceano, come profonde sono le sue liriche: "Questo disco nasconde dietro lo storytelling molta autonarrazione e autoanalisi. Tramite le storie degli altri, racconto me stesso" racconta a Fanpage.it. E nell'album c'è il suo Io, ma ci sono anche storie che prendono spunto da realtà diverse, dalla vita dello scacchista Bobby Fischer al suicidio di massa dei membri della setta del reverendo Jim Jones passando per il racconto dell'anoressia vestito dei panni di una ragazza. Ad accompagnarlo in questo nuovo lavoro anche Gaia Gozzi, Holden, Erika Lei e Luna, con le produzioni affidate a Big Fish. LowLow, poi, lo si può anche ascoltare nella sigla finale di "lessico Civile", il programma di Massimo Recalcati su Rai Tre di cui "Il sentiero dei nidi di ragno" del rapper romano, è la sigla finale.

Ciao Giulio, come stai?

Nonostante la situazione sia pesante per tutti, devo dire che sto bene. Sto lavorando molto, sono a stretto contatto con i miei fan e il loro supporto mi ha aiutato a sentirmi meno isolato. 

Quando parlammo di “Il bambino soldato” mi dicesti che lì c’era “meno storytelling e più autonarrazione, autoanalisi”. Mi pare che anche in Dogma 93 continui su quella strada. Quanto la musica è uno scavare a fondo, per te?

In realtà questo disco nasconde dietro lo storytelling molta autonarrazione e autoanalisi. Tramite le storie degli altri, racconto me stesso. In questo modo sono riuscito a far emergere un lato di me che non era mai venuto fuori, tra fragilità e maturità.

In Dogma 93 non c’è solo LowLow, anzi, diciamo che sono tanti frammenti. Mi parli di questo raccogliere tessere e unirle per raccontare una generazione?

Sono convinto che la vita sia caratterizzata da fortissimi ricorsi storici. A prescindere dalle epoche, noto che le caratteristiche e le problematiche di una generazione sono quasi cicliche. Proprio per questo motivo, ciò che voglio raccontare incontra spesso il passato. Analizzare ciò che è stato mi aiuta a comprendere ciò che c’è intorno nel presente.

Dogma 93 è un manifesto ispirato al Dogma 95. Quali sono le regole di questo manifesto?

Questo è il mio manifesto, questo è DOGMA 93:

  • Le parole e la scrittura vengono prima di tutto, anche della musica stessa
  • Il senso di ogni canzone può essere soggettivo, ma la forma no. Le immagini e i personaggi raccontati sono nitidi e definiti, la scrittura è chiara e netta
  • Ogni canzone parla di qualcosa: che sia una storia, che sia il volere esprimere un’opinione su un argomento in particolare o semplicemente dare sfogo ad un bisogno espressivo. Bandita l’autocelebrazione
  • Il rap è tecnica, ma per raccontare una storia essa deve essere messa al servizio del significato e, soprattutto, deve essere veicolo espressivo delle proprie emozioni
  • Rendere omaggio è importante. Raccontare sé stessi utilizzando le storie degli altri è un modo per farlo. 

Dogma 95 è noto anche per le infrazioni alle sue regole. Hai infranto regole rispetto al dogma?

Assolutamente no. Può sembrare un’imposizione, quasi la “sindrome del bravo studente”. La realtà, invece, è che il Dogma è l’esatta espressione di ciò che la scrittura significa per me. È un concetto in continua evoluzione, ma che man mano diventa sempre più chiaro. 

“Il problema col mio film è che non conosciamo la fine, la mia più grande paura è che sia sotto le aspettative”. Ok, ma per adesso lo svolgimento come lo vedi?

In un aggettivo? Sfidante. Tutte le situazioni in cui la normalità viene destabilizzata sono fonte per me di grandissima ispirazione e di voglia di dare il massimo.

Senti, a proposito di Hikikomori, mi parli di questo pezzo che da una parte è una sorta di pezzo scuola – se ho capito bene il tuo intento e come l’hai spiegato su Instagram – dall’altra però prende il titolo da un disagio verso il mondo esterno?

Esatto, Hikikomori parte da un esercizio di stile e arriva a concretizzarsi come una prefazione del disco, posta però “in medias res”. È l’unico pezzo dell’album che, più che essere di contenuto, predilige la forma. Il beat e il flow trasmettono l’inquietudine caratteristica del mio modo di esprimermi. Sono molto affezionato alla punchline di chiusura: “chissà perché i bambini si trasformano in idioti” 

“Mi sveglio un giorno X senza ispirazione”, senti ma in questi giorni di isolamento forzato sei tra quelli che se ne fanno ispirare o che non vogliono saperne di scrivere barre? 

Ho sempre scritto in isolamento, questa situazione non cambia il mio rapporto con la scrittura. Scrivo tutti i giorni, è una cosa naturale per me. Ho una routine precisa e la seguo pedissequamente. L’ordine mentale si contrappone al caos dell’esterno.

La musica è anche raccontare storie e nel racconto ci si inventa. Però posso chiederti come mai per raccontare l’anoressia hai scelto di calarti in una ragazza e non resti ragazzo?

Si tratta di un argomento molto delicato, che non ho vissuto in prima persona. Forse è proprio questo che mi ha portato a raccontarlo da una prospettiva diversa. È un espediente narrativo che non avevo mai utilizzato e che mi ha aiutato a trattare con rispetto la problematica, senza cadere nella retorica.

A livello di produzione, mi pare che “Mondo sommerso” sia quasi una scheggia pazza all’interno dell’album. È solo un’impressione esterna o ha un qualcosa di diverso anche per te?

Sicuramente è il pezzo più “ampio” del disco, quello che parla a più persone. Ciò non vuol dire che scendo a compromessi o che tradisco il mio Dogma: l’autonarrazione e lo storytelling sono sempre presenti, anche se la forma può apparire più “pop”.

Hai sentito Gaia per la vittoria? Come nasce la vostra collaborazione?

Ci siamo sentiti, sono davvero contento della sua vittoria! La collaborazione è nata in maniera molto naturale: ci siamo ritrovati in studio da Fish, abbiamo reciprocamente ascoltato i nostri lavori e quando ha sentito la bozza di “Non Siamo Niente”, se ne è innamorata e l’ha fatto suo con un’interpretazione davvero forte.

Senti, ma come hai preso la richiesta di chiudere Lessico Civile di Massimo Recalcati con una tua canzone? Che rapporto hai con quel mondo?

Ci sono dentro fino al collo: sono matto come una scimmia e sono figlio di due psicanalisti. Detto questo, sono davvero contento che un mio brano sia stato scelto per un format così “alto”, che mi permette di raccontare le mie storie ad un pubblico decisamente più adulto.