Si chiama Autocertificanzone l'ultimo singolo de Lo Stato Sociale, un'instant song in tempi di isolamento, quando per settimane potevamo uscire solo se in possesso di un'autocertificazione, appunto. La band di Alberto Cazzola, Lodovico Guenzi, Alberto Guidetti, Enrico Roberto e Francesco Draicchio è una di quelle che negli ultimi anni è riuscita, prima di tutte, a sfondare i confini tra indipendente e mainstream, con l'apice del secondo posto al festival di Sanremo, ma con una carriera e una fanbase solida alle spalle. "Dammi un appuntamento, anche se è vietato Al reparto sanitario di un supermercato Soli nel corridoio per un bacio rubato Per ricordarci che il mondo non è ancora finito" cantano nel brano che è stato mandato in anteprima nei supermercati, appunto, per settimane luogo di socializzazione per chi era costretto in casa. In una diretta con Fanpage.it Lodo ha parlato della situazione del settore musicale italiano e ha ricordato Mirko Bertuccioli dei Camillas, scomparso proprio a causa di complicazioni da coronavirus.

Visto il decreto Rilancio pensi che si possa, in qualche modo, ripensare la macchina dei concerti?

Sì, certo, si può ripensare la macchina, il problema è che in questo momento sembra che non ci sia alcuna intenzione di ripensarla. La prima cosa che è successa quando hanno annunciato il primo decreto è che moltissime date estive sono state definitivamente annullate, perché con quelle modalità erano impraticabili oltre a essere un suicidio economico. Alcune cose si possono riformulare, non tutte, però: puoi fare Ascanio Celestini, ma è difficile fare "Romeo e Giulietta" senza contatto fisico e quindi quelli che lo fanno, se non sono capaci di essere Celestini, cosa faranno nella vita? Tutto questo per dire che non pretendo una lettura complessa, ma necessaria al tema culturale.

Materialmente come si ripercuote su chi vive di musica?

Ragioniamo in termini di mercato: lo Stato Sociale dava da lavorare a una cinquantina di persone? Ok, io sto a casa, non è un problema, ma di queste 50 persone, adesso, cosa facciamo? Li ricollochiamo in mestieri limitrofi? Decidiamo di istituire un fondo in modo che abbiano un paracadute nei momenti d'emergenza? Cambiamo le formule dei loro contratti? No, diciamo che si riparte con dei concerti che non possiamo fare.

Allora, ti chiedo, sono nate diverse iniziative, su vari fronti: cosa si può fare in questo momento? Si possono aprire nuovi tavoli col Governo?

C'è bisogno di aprire un tavolo su vari argomenti: non esiste che dei tecnici non lavorano per 12 mesi non abbiano un euro, ma bisogna per esempio dare loro la possibilità, come stanno approvando in alcuni Paesi europei, di essere ricollocati lavorativamente in ambienti vicini. Poi c'è bisogno di un tavolo artisti nel quale si ragiona su come riformulare gli spettacoli. Il che non risolve quel problema dei tecnici, perché se suono in un bar davanti a 50 persone, non do fisiologicamente da lavorare alle 25 persone che mi seguono quando vado a fare un festival. Insomma, sono io in grado di riformulare un'estate con cinque date da 10 mila persone in 60 date da 80 persone, sedute al tavolo con una birra? Ok, si può fare, il problema è pensare che quello sia lo spettacolo. Non che lo spettacolo sia stare in piedi a un metro di distanza in uno spazio da t30 mila persone adibito per mille senza neanche poter bere e mangiare.

Sei di quelli che crede nella retorica dell'impareremo qualcosa?

Guarda, secondo me qualcosa possiamo impararla, anzi qualcosa l'abbiamo imparata: questa esperienza potrebbe essere l'equivalente, nella sanità privata, di quello che fu Chernobyl col discorso sul nucleare. La prossima volta che qualcuno alza la mano inneggiando alla Sanità privata forse gliela tagliano.

Un problema solo sanitario?

No, un altro spunto di riflessione è il fatto che sono 10 anni che ci dicono che il nemico arriva su delle barche, povero etc e invece l'unico nemico che ha danneggiato tutti ha viaggiato in business class e non fa alcuna distinzione di genere, ceto, religione. Questa cosa, spero ce la ricorderemo.

La pandemia ti ha tolto un amico, Mirko Bertuccioli dei Camillas. Cosa rappresentava Mirko per il mondo musicale?

Con Mirko eravamo amici, anzi molto di più anche se non migliori amici. Nel senso che lui era il ponte, per tutti noi, verso il motivo più puro e gioioso per cui facciamo questo nella vita. Se tu a un certo punto ti sentivi mangiato da urgenze più o meno di mercato – fai i numeri, Sanremo, i talent etc -, a un certo punto ti ricordavi perché lo fai. Lo fai perché quanto è bello e quanto ti fa ridere Mirko Bertuccioli che improvvisa "730mila euro" [brano dei Camillas] dicendo "sono in bici, sono in moto", interrogando un bambino che è lì per caso, in un bar a caso sulla costa adriatica che è lì senza sapere chi è e si vogliono bene. Questa cosa è la magia e questa magia ha riguardato noi e tantissimi altri: Calcutta, un altro cresciuto con loro, i PopX, Colombre, che non sentivo da tanto tempo. Mirko era veramente il polo per tutti noi per ricordarci perché facciamo tutto questo. Colombre mi ha detto questo, che a un certo punto ci siamo divisi, e l'unico che ci ricordava che le cose si fanno per amore e non per altro era Mirko.