"Sono arrivati i giornalisti?" urla con la sua voce inconfondibile Francesco Guccini da una stanza della sua casa di Pàvana, paesino sull'Appennino tosco-emiliano che si raggiunge salendo una strada irta e dal panorama stupendo. È lì che il cantautore è tornato a vivere in questi ultimi anni, dopo l'adolescenza, la giovinezza e la maturità vissute tra quella Modena "piccola città, bastardo posto" e la sua Bologna. Sono passati anni da quando ha toccato una chitarra, dalle osterie di fuori porta bolognesi, appunto, e oggi la sua vita è scrivere, leggere e farsi leggere libri, stare con gli amici del Paese, insomma tornare a una dimensione più piccola, tranquilla. "Sono arrivati i giornalisti?" chiede alla moglie Raffaella Zuccari, dottoressa di Ricerca in Letteratura italiana all'Università di Bologna e attualmente insegnante a Porretta Terme, che lo aiuta, assieme a un deambulatore, ad alzarsi a seguito di un problema all'anca: è un omone, Guccini, gentile e disponibile nonostante il mito lo voglia un po' burbero. Un mito per tanti, lui si schernisce quando lo si chiama Maestro, ma è consapevole di aver fatto qualcosa di importante o, comunque, amato, che ha trovato un pubblico ampio con le sue canzoni che sono anche poesia e per questo incluse in un libro ad hoc.

Le canzoni di Guccini tra musica e poesia

Ma i testi delle canzoni sono poesia o no? Discorso atavico, che si ripresenta continuamente, con un picco nel 2016, quando l'Accademia svedese ha assegnato il Premio Nobel per la Letteratura al cantautore americano Bob Dylan, lasciando di stucco i puristi, forse anche lo stesso cantautore di Duluth. Poche settimane fa Bompiani ha deciso di riaprire il dibattito pubblicando "Canzoni", un canzoniere commentato di Francesco Guccini a cura di Gabriella Fenocchio, filologa e studiosa di letteratura italiana del Novecento, nonché amica del cantautore di Pàvana, che ha analizzato alcuni dei testi come se fossero vere e proprie poesie, con tanto di note a margine, commenti sullo stile, figure retoriche e alla fine un commento ragionato su ogni canzone, legandole alla vita del cantautore e al contesto socio-culturale in cui sono nate e cresciute.

Le parole più importanti della musica

Autore di canzoni come "L'avvelenata", "Vedi cara", "Eskimo", "Dio è morto", "La Locomotiva", ma anche canzoni forse meno conosciute a chi non è addentro alla sua discografia, come "Piccola città", "100 Pennsylvania Ave", "Canzone della bambina portoghese" e "Canzone delle domande consuete", Guccini ha sempre definito le parole più importanti della musica: "Sono stato ben contento di queste analisi che hanno dato un certo valore alle mie canzoni, mi ha fatto piacere, anche se tante volte le ho chiesto: ‘Sei sicura che io abbia voluto dire veramente quelle cose?', però c'è stato un vicendevole scambio di opinioni sul lavoro. Delle volte, forse, ho scritto delle buone canzoni, ho scritto anche delle musiche piacevoli, decenti, ma non mi sono mai messo come musicista, sulle parole forse riuscivo meglio, ecco il perché della mia preferenza".

La memoria: Pàvana, Modena e Bologna

Come noto, ormai, Francesco Guccini ha smesso di scrivere canzoni anni fa – il suo ultimo album è "L'ultima Thule" del 2012 – dedicandosi solo alla scrittura di libri, con una trilogia sulle radici composta da "Cròniche Epafàniche", sui suoi primi anni a Pàvana, "Vacca d'un cane" sugli anni modenesi e "Cittanova Blues" su Bologna, ma prossimamente questa trilogia diventerà una tetralogia con il quarto libro che parlerà, come ci spiega lo stesso cantautore, del suo ritorno a Pàvana e la morte dell'Appennino: "Ci sono ‘Cròniche Epafàniche' e ‘Vacca d'un cane' che parla di Modena, ‘Cittanova Blues' che parla di Bologna e adesso ho appena finito – lo stiamo riguardando – un altro libro che non ha ancora un titolo, che parla di Pàvana adesso, cioè la Pàvana delle Cròniche e quello che è successo fino ad ora: nel giro di questi 50 anni l'Appennino è morto e quindi queste Croniche recenti sono sulla morte dell'Appennino, sulla morte del paese, sulle case vuote, sulla mancanza di gente…".

Non mi manca scrivere canzoni

Marxismo, anarchia, poeti, filosofi, citazioni continue che diventano talvolta esplicite con riferimenti a Schopenhauer, T.S. Eliot, Hemingway, Gramsci: immergersi nei suoi testi è un po’ immergersi in una vasca di sapere, mai semplificata ma adeguata al contesto, tenuti insieme dalla struttura del testo, scritto, rivisitato, corretto, aggiustato, con le rime al posto giusto, anafore, allitterazioni, assonanze etc. Il canzoniere gucciniano, in questo senso è un pozzo ricco: "A volte quello della citazione era un gioco, citavo un autore, citavo una frase, altre volte veniva inconsciamente, perché nel bagaglio di letture che hai fatto nella vita certe cose ti rimangono dentro ed escono spontanee, così senza che uno se ne accorga – spiega il cantante -. Non mi manca scrivere canzoni, perché scrivo libri, è un altro modo di scrivere, ma è sempre scrittura".

La scena cantautorale e le ispirazioni

Cantautore del dubbio, nelle sue canzoni Guccini si preoccupa più di fare domande che di dare risposte, un modo per rimanere curioso, per cercare di guardare quello che c'è attorno a sé senza pregiudizi, divertendosi, talvolta, a lanciare qualche invettiva, più o meno esplicita, anche a colleghi, quelli che all'epoca formavano una vera e propria scena, quella cantautorale a cui l'Italia musicale deve molto: "In un certo modo mi sentivo parte di una scena, noi venivamo da un periodo in cui si parlava di canzoni da imitare in Italia, ce n'erano pochissime e andavano scoperte, ma ce n'erano, però seguivamo il grande filo francese, Jacques Brel, Brassens, da cui, tra l'altro, ha preso moltissimo De André. Seguivamo questo genere e si chiamavano canzoni da cabaret come se ognuno di noi fosse stato a Parigi".

Il rapporto dei suoi genitori con il suo lavoro

Oggi non scrive più, appunto, almeno canzoni, e non se ne pente affatto, non gli manca anche perché, appunto, continua a scrivere prosa. E proprio i libri sono stati l'unico sforzo che gli è valso, probabilmente, la fierezza del padre ("Siamo snob, noi"): "Ai miei genitori non ho mai detto che volevo fare il musicista, è accaduto, ero all'Università e quindi impegnato lì e ho cominciato, quasi per gioco. Finito il primo disco pensavo sarebbe finito tutto, poi ho fatto il secondo, il terzo, poi il quarto che ha cominciato ad avere un certo successo e così era diventato il mio mestiere. Forse mio padre è stato più contento per i libri".

Guccini, il tempo che passa e i problemi alla vista

Il tempo. Se c'è uno degli argomenti che più di tutti ha permeato l'opera di Francesco Guccini quello è il tempo, declinato nelle sue tantissime sfaccettature, come la memoria e le radici. Una costante nelle sue canzoni, quella del tempo che passa e oggi il tempo, il cantautore lo passa nella casa dei suoi nonni a Pàvana, tornato lì alla ricerca di una tranquillità che viene interrotta talvolta dai fan che ne hanno fatto una sorta di meta culturale, e lo fa continuando a leggere, nonostante i problemi di vista che lo affliggono da un po' di tempo: "Le mie giornate le passo leggendo, anzi facendomi leggere perché ho un disturbo agli occhi e non riesco più a leggere, il che per me è gravissimo perché la lettura è uno dei miei impegni quotidiani più assidui, quindi mi manca, poi ascoltando audiolibri, guardando la televisione, scrivendo e anche la sera, parlando con degli amici, andando fuori a mangiare".

Il rapporto con la morte

"Quando si vive in un paese così si fanno due cose fondamentali: guardare il Meteo, si guarda continuamente che tempo fa, per i funghi o l'orto e l'altra è vedere chi muore, perché ormai siamo rimasti in pochi, sempre meno" dice il cantautore parlando della vita del paese. E Guccini la teme la morte? "Non ne ho idea, in teoria non la temo, in pratica boh, è lì il discorso, da giovani non ci si pensa, ci si ritiene immortali e arrivati a una certa età ci su accorge con grande tristezza che almeno la metà dei tuoi amici non ci sono più e questo da un lato è drammatico e poi però ti rallegri e ti dici ‘Beh, insomma, io sono ancora qua tutto sommato'".