Fabio Cinti
in foto: Fabio Cinti

Succede, per fortuna molto di rado, che mi senta “in colpa” con qualche artista. Capita a tutti di ascoltare qualcuno e farsi una prima impressione che in qualche misura condiziona le ulteriori frequentazioni; non è bello ma è dannatamente umano, specie con la folle quantità di uscite discografiche dalla quale si è quotidianamente investiti, che consente di analizzare e riflettere con calma solo quando su qualcuno si decide di lavorare. A me è accaduto con Fabio Cinti, che in verità non mi ha mai suscitato raccapriccio; quando mi ci sono imbattuto ai tempi del suo esordio, circa cinque anni fa, l’ho semplicemente “snobbato”, perché – sono schietto: a questo punto, tanto vale dirlo – mi era parso una sorta di cocktail di pretenziosità e sfiga, non spiacevole al gusto ma stucchevole dopo qualche sorso. Mi sono quindi limitato a trasmetterne qualche brano in RAI, ma di recensirlo non se ne parlava: farlo non era “indispensabile”, visto che la sua fama era relativa e per indirmi a tirar fuori una delle mie stroncature al vetriolo bisogna essere irritanti sul serio, con i comportamenti e non solo con la musica… e Fabio non ce la faceva, ad esserlo, sebbene il sodalizio con Morgan per l’esordio ufficiale avrebbe ben dovuto insegnargli qualcosa nel campo. Che il mio giudizio iniziale andasse ridefinito mi è parso comunque evidente solo il 24 ottobre 2015, quando Cinti aprì la data romana degli Scisma: nell’accogliente cornice del Monk, la succinta esibizione del cantautore fu un happening di intensissima fragilità e di comunicazione all’insegna del magnetismo.

In verità, Fabio Cinti mi aveva già intrigato parecchio nel 2014, quando aveva pubblicato una raccolta di nuove versioni a base di chitarra, pianoforte e archi di episodi apparsi sui tre lavori fino ad allora realizzati, “L’esempio delle mele” (2011), “Il minuto secondo” (2012) e “Madame Ugo” (2013); splendida l’idea dell’uscita solo in vinile (e download; niente CD), gustosissimo quell’apostrofo che conferisce al titolo – “Tutto t’orna” – un senso diverso da quello recepito nel sentirlo pronunciare. Per il musicista nato trentanove anni fa nel frusinate e arrivato a Milano fermandosi per un po’ a Roma, una sorta di punto e a capo, un riportare tutto a casa per poi riprendere il viaggio. Un viaggio che finora, meglio precisarlo, è stato ricchissimo di tappe, oltre che molto eclettico: colonne sonore per il teatro, un romanzo, varie collaborazioni, un bel rapporto con il suo principale ispiratore, Franco Battiato (che gli ha regalato un suo inedito, “Devo”), assortite attività di carattere artistico-culturale, il “Projectmarvis” allestito assieme a Irene Ghiotto la cui prima opera è stata diffusa solo in digitale alla fine dell’anno scorso. E adesso è la volta del nuovo album, “Forze elastiche”, con la produzione artistica di Paolo Benvegnù, già ascoltabile su Rockit.it e disponibile in forma fisica – per ora solo CD, mannaggia – da martedì 20. “Ma i dischi non escono solo di venerdì?”, penserà qualcuno. Sì, rispondo, perché incomprensibilmente quasi tutti si sono bovinamente/ovinamente accodati a questo grottesco “diktat”; Fabio Cinti, invece, se ne infischia, e per questo si è guadagnato un mio bonus di simpatia. Non è stato invece molto simpatico l’ignoto addetto di Facebook, che ieri ha bloccato per ventiquattr’ore il profilo di Fabio – lasciandolo peraltro visibile – con tanto di minaccia di sospensione per colpa dell’immagine usata sulla copertina del CD in arrivo, una gran bella fotografia di Giuseppe Palmisano, suggestiva e con un significato. In Facebook c’è più schifo che nelle famigerate fogne di Calcutta (la città indiana, non l’ultimo idolo dell’indie), e i suoi solerti vigilantes censurano… Fabio Cinti? Difficile da credere, ma è proprio così.

Il pur spiacevole contrattempo non dovrebbe però penalizzare più di tanto “Forze elastiche”, che del Nostro è di sicuro la prova più ambiziosa, ricercata e compiuta. Addirittura venti tracce (ma cinque sono brevi intermezzi) che mettono in luce l’eclettismo, le doti di songwriter/arrangiatore e la globale maturità di questo funambolo del pentagramma che si muove tra pop elettronico ed echi classicheggianti, rock e canzone d’autore più o meno surreale, suggestioni esotiche (in chiusura, una cover di “Biko” di Peter Gabriel) e un bel range di stimolanti bizzarrie. Il tutto legato a testi dove le riflessioni esistenziali, sociali, personali ed emotive incontrano qua e là una sferzante ironia; un valido esempio è “Che cosa hai fatto per meritarti questo”, dove affiorano versi quali “In un crogiuolo di buoni sentimenti / dovuti all’immenso sorriso / del cantante Lorenzo Cherubini / paladino di bontà multirazziale / Vuole fare il Tommaso Campanella su ‘Sorrisi e Canzoni TV’ / spinto da tensione cristiano-comunista / contiene tutto e il contrario di tutto / la grande chiesa da Che Guevara a Madre Teresa di Calcutta”. Almeno in alcuni pezzi, l’impronta del maestro Battiato si nota ancora, ma alla fine non è che uno degli elementi di una scaletta quantomai pirotecnica, che ha come altri tappe particolarmente ispirate la pacata ed evocativa “La gente che mente”, un singolo accattivante e profondo quale “Perturbamento”, l’aggraziata “Come Bennett” – un bel mettersi a nudo – che fa pensare a Pino Marino, la “Io Milano di te” che ostenta – e non è la sola – ritmiche energiche e “ruffiane”. “Forze elastiche” è, insomma, un album con un suo perché: stravagante, imprevedibile, con così tanta carne al fuoco che qualcuno potrebbe dire che è persino troppa, ma genuino, creativo, vivacissimo, in grado di stimolare in mille maniere diverse. Non innamorarsene è legittimo e trovarlo eccessivo pure, ma quando si ha a che fare con l’arte più libera e incontaminata è facile che si possa non essere tutti d’accordo. Questione di prendere o lasciare, allora… e io, dopo aver lungamente e colpevolmente lasciato, alla fine ho deciso di prendere. E di tener stretto.