25 Luglio 2022
09:00

Le canzoni di resistenza de La Maschera: “Cerchiamo l’emozione, vogliamo far riflettere”

Si chiama “Sotto chi tene core” l’ultimo album de La Maschera. Fanpage.it ne ha parlato con il cantante Roberto Colella.
A cura di Francesco Raiola
La Maschera (ph Marco Carotenuto)
La Maschera (ph Marco Carotenuto)

Roberto Colella è una delle certezze del cantautorato napoletano, un artista che con la Maschera è alla continua ricerca di suoni e incastri di parole. Qiuesta volta questab ricerca li ha portati a scrivere "Sotto chi tene core", un album che racconta storie con un afflato sociale, storie di resistenza ma anche di sentimenti forti che come sempre ha come protagonisti, spesso, gli ultimi. Roberto Colella ha spiegato a Fanpage.it come sono nate queste canzoni.

Che ti sentivo davvero bene. Va bene, senti come sta andando?

Sono proprio contento, c'è una bella tensione, sto riuscendo volta per volta a raccontare bene i personaggi anche fuori Napoli, fortunatamente è andata proprio bene, oltre le aspettative.

Aprirsi e far girare queste storie immagino sia uno degli obiettivi principali. Ci state riuscendo?

Fortunatamente c'è sempre il potere aggregativo dei napoletani, poi ovviamente ho raccontato tanto tutte le storie dietro le canzoni durante le serate di presentazione, la fortuna è stata che sono state molto partecipate e quindi più persone hanno avuto modo di capire.

L'idea del concept come nasce?

È stato veramente un caso, nel senso che ho sempre scritto tutte storie che hanno qualcosa di sociale. Poi all'improvviso è arrivato questo pezzo, "Sotto chi tene core" di cui avevo in mente soltanto la musica, poi rividi un film di Nanni Loy, "Le quattro giornate di Napoli" in cui c'è una scena secondaria in cui un personaggio, prima di morire, urla "Facimmece curaggio, sotto chi tene core" quindi ho scritto tutto il testo che era tipo un prologo ed era perfetto perché univa tutti i pezzi. Poi è arrivata "Mirella è Felice", sempre con l'idea del concept di canzoni che hanno qualcosa di sentimentale, che è sfociata nel sociale, proprio come la storia di Mirella e Felice Pignataro.

Quando hai chiuso l'album?

L'ultimo tassello che mancava era la seconda traccia, "Mirella è Felice" di cui avevo tutta la musica e il testo era quasi completo, così insieme a Tommaso Primo abbiamo cercato quale fosse la parte mancante, finché a un certo punto ho capito che non dovevo dire "Marì pecché faje accussì" ma "Mirè, pecché faje accussì", quindi è diventata Mirella.

Nella tua musica c'è sempre questo filo diretto con con l'Africa, la storia di Sankara l'hai conosciuta? 

Ho visto un documentario su YouTube, "E quel giorno uccisero la felicità": sono sempre stato un malato di tutte queste storie particolari e quel documentario raccontava benissimo la storia di Sankara, allora mi sono detto che dovevo provare a raccontarla anche se chiaramente in 3 minuti era un po' più complicato. Ci sono canzoni che si scrivono in dieci minuti, in due, tre giorni, mentre con "Conosci Thomas?" c'ho messo sei mesi perché era troppo facile cadere nella retorica della rivoluzione, cercavo una chiave di lettura un po' più umana. L'avvenimento sconvolgente è stato l'epilogo della sua storia, ovvero il fatto che è stato ucciso da Blaise Compaoré, il suo migliore amico nonché futuro presidente del Burkina Faso, che l'ha fatto ripiombare nel caos e tra l'altro, la cosa assurda, è che Compaoré è stato condannato ad aprile di quest'anno per l'assassinio di Sankara dell'87.

Mi parli di questa resistenza scrivere canzoni d'amore? 

La canzone d'amore secondo me merita il rispetto massimo perché, per certi aspetti, può sembrare quella più banale, ma è anche quella più complicata da trattare come tematica. E in questo concept c'è l'amore come atto di resistenza: in quest'album sia "‘A cosa justa", sia "Chi se vò bene", rispondono alla domanda di come si fa, qual è l'ingrediente per rendere un amore resistente e duraturo. La risposta è la costanza, la perseveranza. Anche Mirella è Felice, per esempio, è una canzone d'amore e se ci pensi anche "Conosci Thomas?" può essere interpretata come canzone d'amore, ma è un amore diverso.

Fai sempre molta attenzione alla musica, che ricerca hai fatto per quest'album?

Sulla parte musicale siamo malati, nel senso che ognuno di noi suona più strumenti e questo forse ci dà quel piccolo vantaggio; è un po' più semplice inserire delle sonorità nuove perché siamo tutti un pochino fissati con gli strumenti. Ad esempio non è un caso che un pezzo come "Sotto chi tene core" non abbia delle chitarre, non ci sono le chitarre acustiche, ma quello che si sente è un cuatro venezuelano, uno strumento sudamericano che veniva usato principalmente nelle canzoni di canzoni di protesta, si pensi al Cile di Victor Jara, oppure agli Inti Illimani o quel tipo di musica lì, come quella di Simón Diaz.

Cosa cerchi da ascoltatore, musicista quando si trova in Africa, in Sudamerica?

Cerco principalmente l'emozione. Mi piacciono moltissimo le canzoni che fanno riflettere a prescindere, ma anche le canzoni che ti fanno stare spensierato mi fanno impazzire e chiaramente un po' come tutti, da ascoltatore mi ritengo abbastanza normale per certi aspetti e per altri maniacale sulla ricerca del suono. Ad esempio, uno degli artisti che più mi fa impazzire ultimamente è Stromae, che riesce a fare della musica pop di altissimo livello però inserendo delle componenti testuali incredibili, riesce a creare delle immagini stratosferiche cantando in francese, ma avendo origini ruandesi quindi c'è questo mix di cultura che però si avverte tutta nella sua musica sua.

Qual è la cosa più bella del raccontare storie?

Guarda, la soddisfazione più grande è arrivata proprio ogni volta che ho suonato Thomas dal vivo, io suggerivo sempre di guardare quel documentario, perché mi piace tantissimo la condivisione di come nasce qualcosa ed è bellissimo quando le persone che hanno visto il documentario mi scrivono che hanno approfondito la storia. Questa forse è una delle cose più belle. Poi chiaramente, come tutti, è emozionante vedere che quando suoni le persone iniziano a cantare delle canzoni uscite una settimana prima come se fossero uscite cinque mesi prima.

Come nasce, invece, il tuo rapporto con Vitorino Solomé?

Questa con Vitorino è una delle cose di cui sono più fiero, perché Vitorino è per la musica portoghese quello che per l'Italia è De Andrè. Lui ha 82 anni, è un gigante e il motivo per cui sta nel disco è quasi fortuito: feci questa traduzione di un suo pezzo "Se tu es o meu amor" che ho tradotto con "Semmai fossi", ero a casa mia e decisi di mandare una mail al suo manager, spiegandogli che avevo fatto una traduzione di un pezzo del maestro Vitorino e sarebbe stato stupendo poterlo ringraziare semplicemente inviandogliela e sarei stato felice se l'avesse ascoltata. Dopo due settimane mi rispose non solo di averla ascoltata, ma che sarebbe stato felice di poter collaborare un giorno. Questa cosa mi ha scioccato, così ho provato a fargli una proposta, una proposta indecente e incredibilmente lui ha accettato.

E lo hai anche incontrato, alla fine, no?

La grandezza di questi giganti è anche questa, ovvero lui non ha chiesto assolutamente rimborso, non ha chiesto nulla, ha chiesto semplicemente che gli fosse pagato il volo e l'albergo, è venuto a Napoli, ha cantato con me alla Casa della musica e ha registrato questo è un altro pezzo che non abbiamo ancora pubblicato, però è straordinario. Il suo disco Leitaria Garret è un disco stupendo dell'84, e qualche anno prima, Vitorino era diventato il cantante della rivoluzione portoghese, là è veramente una superstar e il suo è un disco stupendo, con dei testi incredibili, ascoltatelo.

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