11 Aprile 2022
11:37

La storia di Marta Donà: dopo Mengoni, Michielin e Maneskin ecco l’etichetta tutta al femminile

Marta Donà è una delle manager più note del mondo musicale italiano, oggi con un team tutto al femminile ha creato anche una nuova etichetta e ne ha parlato a Fanpage.it.
A cura di Francesco Raiola

Marta Donà è un nome noto nel mondo della discografia italiana e non solo. Manager di artisti come Marco Mengoni, Francesca Michielin, Alessandro Cattelan e Antonio Dikele Distefano, lo scorso anno vinse da manager dei Maneskin l'Eurovision. Quello che successe è cosa nota, la band scelse di proseguire per un'altra strada, ma Donà ha continuato a lavorare con la sua società, Latarma, fatta quasi esclusivamente di donne e dopo l'attività di management, dopo aver ampliato quella rivolta all'entertainment ora ha deciso di gettarsi con convinzione in un'etichetta musicale che, specchio dei giorni d'oggi, non sarà verticale su qualche genere ma perseguirà una linea di contaminazioni, guidati dallo spirito che fino a oggi le ha guidate negli altri progetti.

Marta, come nasce Latarma?

Ho cominciato come ufficio stampa a Verona, facevo le fotocopie al teatro nuovo di Verona, città in cui studiavo, poi mi sono laureata e ho cominciato a lavorare in MN (agenzia di comunicazione, ndr) e grazie a quel lavoro ho conosciuto le discografiche, Sony in particolare che a un certo punto mi chiese di lavorare con loro e nel 2009 cominciai lì come ufficio stampa. Nel 2011, poi, Marco Mengoni mi chiese di intraprendere questa avventura del management, io gli dissi che non ero in grado ma che gli avrei dato volentieri una mano, ma lui ha fatto tutto il giro poi è tornato da me, dicendomi che c'era una prerogativa fondamentale che era la fiducia e mi chiese di provare. Nel 2011 ho cominciato questa avventura, qualche anno dopo ho cominciato a strutturarmi, sono arrivate le prime persone nel team – la società nasce ufficialmente nel 2015  – e con il loro arrivo sono arrivati altri artisti: in ordine cronologico Francesca Michielin, Alessandro Cattelin, i Maneskin e Dikele.

Come vi siete sviluppati nel ramo eventi?

Negli anni è capitato sempre di più che ci chiedessero di fare la direzione creativa di alcuni eventi, al di là degli artisti che rappresentiamo, quindi ho promesso alle ragazze che ne avremmo fatte solo uno all'anno. Oltre che un divertimento, però, era anche un arricchimento, imparavamo cose nuove, penso a Musica che unisce (evento che raccolse fondi, durante la pandemia, per la Protezione Civile, ndr) e quando ho visto la risposta di oltre 70 artisti, management ed etichette diverse che hanno subito accolto questa proposta, ho pensato che sarebbe stato figo strutturarsi in quel modo. La persona che è responsabile della parte entertainment, Simona Muti, era con me in Sony, poi quando ho cominciato con Marco lei era in Balich, azienda (di organizzazione eventi, ndr) che ha un'esperienza decennale, negli anni mi è capitato di chiamarla e chiederle supporto, poi a dicembre le ho chiesto di strutturare assieme la divisione della società e così nasce la parte entertainment e la collaborazione con Live Nation, perché avevamo bisogno di una mano soprattutto sui grandi eventi.

Mancava giusto un'etichetta. Quando avete pensato di dar vita anche a questo ramo?

In questi anni mi è arrivata tantissima musica e soffrivo perché non avevo il tempo per mettermi ad ascoltarla, ma un'altra cosa che mi gasa tantissimo è costruire i progetti insieme, che siano artisti o brand o eventi, quindi in un momento storico come questo, in cui l'Italia è tornata a essere nella top 10 dei Paesi che hanno un valore discografico, che c'è un'attenzione maggiore alla musica, la crescita di abbonamenti premium alle piattaforme di streaming, la crescita seppur piccola della vendita dei fisici, mi sono detta che era il momento di provarci, con lo stesso tipo di approccio che abbiamo avuto per le altre cose, ovvero pensando a quale tipo di valore aggiunto poteva essere Latarma per questi progetti. Da qui l'esigenza di chiudere una partnership di distribuzione con una realtà già consolidata come BMG.

A che tipo di linea artistica avete pensato?

Non sarà un'etichetta di genere, adesso abbiamo firmato tre artisti che rappresentano mondi diversi tra loro. Il punto di partenza è sempre capire che valore aggiunto posiamo essere, quindi puoi sentire una cosa che sembra urban ma dentro c'è cantautorato… insomma non vorrei che l'etichetta fosse verticale, ma eterogenea.

Mengoni, Michelin e gli altri avranno un ruolo – anche solo di confronto – all'interno dell'etichetta?

Avendo rapporti personali e quotidiani con gli artisti posso dirti che con tutti, se hanno voglia, possiamo confrontarci, sarebbe bello se anche loro dicessero la loro. Però così com'è il nostro approccio sulla parte management, sarà anche per l'etichetta, quindi ascoltare gli artisti e capire insieme la strada da prendere.

Siete una squadra quasi completamente al femminile, com'è stato confrontarsi col mondo maschile della discografia?

Io sono stata scelta da un uomo, Marco, per fare questo mestiere e quando ho cominciato mi capitava spesso di fare riunioni in cui i miei interlocutori erano solo uomini. Il nostro Paese è sicuramente indietro rispetto al resto del mondo però sono contenta di accorgermi che soprattutto per le piattaforme, ma anche nei panel a cui mi stanno invitando, ci sono sempre più donne, vedo una ripresa lenta, ma che sta venendo fuori come tema non soltanto a parole. Noi siamo 10 donne, il che non significa che se sei uomo non puoi lavorare con noi, però quando abbiamo fatto colloqui, alla fine, per una questione di competenze, abbiamo scelto quasi sempre donne.

Com'è stato sopravvivere a questi due anni per un'azienda come la vostra?

Noi non ci siamo mai fermate, per fortuna, e mi reputo veramente fortunata. Penso a Francesca, che è stata una delle poche artiste che ha suonato, penso ad Alessandro che comunque ha lavorato perché la tv era messa in un modo diverso, etc, abbiamo lavorato, anche per gli eventi che pur da remoto sono stati fatti. Il difficile è stato adattarsi: Francesca è uscita col suo disco due anni fa e la settimana dopo c'è stato il lockdown, e noi avevamo ipotizzato di fare i pre lanci in streaming, quindi è stato difficile in fase iniziale l'adattamento, adesso la cosa bella è che questa estate avremo un sacco di bei concerti da andare a vedere. Diciamo che la separazione della nostra società in più divisioni forse è stata velocizzata anche da questa pandemia, perché avevamo l'esigenza di fare.

Coi Maneskin vi siete "lasciati" dopo la vittoria all'Eurovision, oggi i rapporti come sono?

Quello che ho scritto l'anno scorso era la verità, avevo veramente il cuore spezzato perché nel nostro lavoro c'è sicuramente una componente emotiva, affettiva, vera. Quello che penso è che abbiamo fatto quattro anni e mezzo pazzeschi, partendo da via del Corso e arrivando alla vittoria dell'Eurovision e se questa manifestazione, oggi, è così importante a livello mondiale e nel nostro Paese è anche grazie ai Maneskin e al lavoro che abbiamo fatto insieme. Sicuramente è stato un momento di rottura ma l'ho capito sulla mia pelle: ci si lascia spesso, pensa all'amore, le cose hanno un inizio e una fine, poi è normale che uno speri che le cose non finiscano, ma succede. Abbiamo scelto di stare insieme quattro anni e mezzo, dopo la vittoria dell'Eurovision hanno deciso di prendere altre strade, sono onestamente contenta di rivederli al prossimo Eurovision, gli voglio fare i complimenti per quest'anno, hanno fatto delle cose pazzesche e io mi sono sentita orgogliosa.

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