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24 Novembre 2021
09:45

La rivoluzione di Rocco Hunt: “Ho tradito il rap, ma l’ho fatto solo per emanciparmi”

Rocco Hunt ha pubblicato “Rivoluzione” un album che unisce le sue due anime, quella street rap e quella pop che lo hanno fatto diventare star anche in Spagna.
A cura di Francesco Raiola
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Rocco Hunt (ph Fabrizio Cestari)
Rocco Hunt (ph Fabrizio Cestari)

La rivoluzione Rocco Hunt l'ha fatta in questi anni, quando dallo stile street è riuscito a passare al pop, da Salerno alle radio spagnole, riuscendo a mantenere intatta la reputazione che aveva all'inizio, quando era una delle next big thing del rap italiano e oggi si ritrova come un hitmaker che non ha perso il gusto della streada. Il suo ultimo album "Rivoluzione" rappresenta proprio queste due anime, Rocco cerca di far combaciare due gusti molto diversi tra loro, cosciente che i suoi pubblici riusciranno ad attraversare queste due anime che lo hanno portato diretto al primo posto della classifica. Rocco Hunt oggi è uno dei nostri artisti da esportazione, da anni è il re delle estati italiane, prima come ghostwriter (anzi, semi ghost come dice a Fanpage.it), poi mettendoci la faccia e finendo in testa alle radio spagnole e francesi. Ha fatto molta strada in questi dieci anni, senza mai rinnegare le radici – come ci tiene molto a sottolineare nell'intervista oltre che nelle canzoni – tra amici, successi, cadute e la nascita di suo figlio.

Rocco, qual è questa Rivoluzione?

Quando parlo di rivoluzione parlo della mia rivoluzione personale e di quello che è successo in questi anni di vita e musica. Se guardo ai miei 10 anni musicali, quello che ero e quello che sono, contando anche allo status quo della mia famiglia, devo dire che la ritengo una vera e propria rivoluzione, perché la periferia e il mio quartiere sono rimasti sempre in me però non avrei mai immaginato di riuscire a ottenere i risultati ottenuti in queste due estati. Per questo ora è arrivato il momento di rivoluzionare pure quell'immaginario che si era creato.

Parli delle varie anime di Rocco?

Non tutti sanno che io alterno l'anima pop e quella più street e con quest'album, essendomi tolto tante soddisfazioni in termini numerici, l'obiettivo era un altro, ovvero quello di rivoluzionare il mio immaginario e dare ai miei fan quello che sono stati sempre abituati ad ascoltare da me: il rap.

È interessante questo movimento tra il Rocco di strada e quello pop e radiofonico. Immagino non sia sempre facile unirle, soprattutto nei confronti del pubblico. Come te la gestisci e che feedback hai?

Credo che nel mio modo di concepire gli album sia stato sempre così, a partire da "Spiraglio di periferia" (il primo mixtape di Hunt, ndr) in cui c'era un pezzo più leggero rispetto a un altro. Io odio, da ascoltatore, gli album monotematici, a quel punto fai un singolo, perché in un album deve esserci un alternarsi di emozioni, di sensazioni, altrimenti è inutile. Non rinnego nessuna delle mie due anime, perché entrambe mi contestualizzano in un percorso che mi ha portato a essere ciò che sono oggi, magari se non ci fossero stati i pezzi pop non sarei quello di adesso, se non ci fossero stati i pezzi street non sarei manco arrivato a fare il pop, quindi i fan street mi perdonano il pezzo pop perché sanno che poi comunque ritornerò a casa, mentre il pubblico pop forse non si concentra nemmeno in alcune mie declinazione di genere. Devo dire, però, che alla base di tutto c'è lo stare apposto con me stesso e devo dirti che in questo album ho tranquillamente fatto coesistere questi mondi.

Cos'è che ti rende più fiero guardando quest'album?

Il concept di questo album che ha costruito Jorit. Lui è un rivoluzionario, un attivista, quando gli ho proposto questa idea temevo che lui non accettasse anche perché ha avuto centinaia di proposte del genere e non si è mai schierato musicalmente, per questo mi ha colpito quando, appena l'ho contattato, mi ha chiesto maggiori informazioni. Questa cosa mi ha riempito d'orgoglio perché lui è uno street artist internazionale e avere questo omaggio d'arte mi ha riempito di gioia e mi ha dato maggiore sicurezza, ho pensato che se un artista come lui vede rivoluzione nelle mie parole vuol dire che c'è ancora speranza, che non sono solo quello delle hit estive.

C’è un concetto che torna spesso nelle tue canzoni, declinato in vari modi, quello del tradimento… che rapporto hai col concetto di tradimento e di fiducia?

In Rivoluzione ho ammesso il tradimento, infatti canto "Aggio tradito l'arte, m'aggio assettate a tavola c"o diavolo vincenno ‘na partita a carte". In alcuni momenti sono state fatte delle scelte che erano un'esigenza non solo musicale ma nascevano dal bisogno di dare alla gente ciò che voleva, così da permettere che cambiasse il mio stato. Voglio dire, per me la musica è una passione, però adesso può essere vissuta in maniera spensierata, qualche anno fa, invece, o trovavo un lavoro o la musica non poteva restare altro che un hobby. Ho dovuto conciliare le due cose anche per renderla credibile ai miei genitori.

Perciò dici "volevo cagnà ‘o munno e sò cagnato je"?

Quello è il senso, che è un po il concetto di tutti: quando a 16 anni uno fa la guerriglia urbana, all'inizio si crede forte, invincibile e nel corso degli anni capisce che sta cambiando innanzitutto se stesso. Sono arrivato a 26 anni e guardandomi alle spalle, e dentro, riesco ad ammetterlo e già riconoscerlo credo sia un segno di crescita. Se tornassi indietro ripeterei le stesse cose. E parlando sia in ottica familiare che di amicizia, quando dico "non ho tradito mai un fratello" intendo che nonostante siano passati 10 anni, festeggio la vittoria con gli stessi amici con cui festeggiavo la miseria. Questa è la cosa più bella per me, il successo ti realizza ma se lo vivi da solo non è niente e infatti in "Te penso ancora" dico "Sto successo si nun t"o sparti nun è niente". Alla fine vengo dal rap che è condivisione e a me piace sempre tornare sui luoghi che mi hanno portato qui, a Salerno dai miei amici, mi piace tornare a Napoli a trovare Clementino, uno dei primi a credere in me, non ho mai cambiato o rinnegato gli amici, credo che quando lo fai perdi l'essenza di ciò che sei.

Fa impressione ascoltare di seguito Solido e poi Fantastica, due pezzi completamente all’opposto in cui, però, c’è il Rocco che ricorda il periodo prima della fama. C'è sempre questo ritorno alle radici…

Credo che il mio rap sia molto autobiografico, forse se non conosci la mia storia è dura capire alcune citazioni. Il ritorno per me è fondamentale, non ho mai rinnegato le mie città, da Salerno a Napoli che mi ha adottato, è sempre fondamentale rimarcare le origini perché è la mia forza, i miei fan si aspettano da me la mia storia, di vedere mia madre, mio padre, i miei fratelli. Sono passati dieci anni, è come se fossimo cresciuti insieme, la gente si chiede se è tutto ok, è diventato un rapporto che va oltre la musica. Per questo i fan mi perdonano il pezzo pop o il pezzo street, perché prima della musica vengo io per fortuna. Questa cosa mi rende un po' atipico e quindi le persone, a prescindere dalla musica, vedono sempre in me nu bravo guaglione!

“Ho fatto solo i soldi per fuggire lontano dai guai (…) dalla fame alla fama (…) pensavi che finissi in carcere, ti avrei fatta piangere”. Da quali guai sei fuggito?

Guai è senza dubbio un termine accentuato, per guai non intendo quelli di legge, non ne ho mai avuti, ma sono fuggito dai guai che potevano arrivare, specie guardando tanti miei coetanei e amici che hanno preso strade sbagliate… Magari se non avessi avuto il rap avrei avuto varie distrazioni, quindi le scelte, i compromessi che ho fatto sono state le cose che mi hanno fatto emancipare, è come se chiedessi quasi scusa per aver fatto i soldi, come se fosse una giustificazione, come a dire "Li ho fatti, sì, ma era un'esigenza mia".

Come è andata la collaborazione con Fibra?

Erano anni che cercavo di collaborare con Fibra, c'era stima e anche se all'inizi non era uno dei miei preferiti ho imparato ad apprezzarlo nel corso degli anni, vedendo anche la sua stabilità: tante mode passano ma Fibra resta. La sua è una musica che fai difficoltà ad apprezzare quando hai 14-15 anni perché è molto concettuale anche con le rime, è una musica che apprezzi quando cominci a crescere. È tutto nato così: una mattina ero in studio e Takagi e Ketra e quando arrivai mi dissero che Fibra mia aveva menzionato in una canzone, io ovviamente non ci credevo, poi l'hanno messa e "In Piazza Napoli rapino una banca con Rocco Hunt" (da 5G di Slait, Young Miles & Low Kidd nel progetto Bloody Vinyl, ndr). A quel punto l'ho contattato per chiedergli come mai mi avesse citato e lui mi fa: "Non sei veramente famoso in Italia se Fabri Fibra non ti ha messo in una canzone come citazione" e a quel punto gli ho buttato una "zeppata": "Vedi che noi non abbiamo mai collaborato, andiamola a rapinare veramente questa banca" e devo dire che lui mi ha detto che appena si liberava l'avrebbe fatto ed è nata così. Ti dico la verità, quando gli ho mandato "Vada come vada" non pensavo che accettasse, perché era trappeggiante, lontana dalla sua wave, invece ha voluto sperimentare su questo pezzo e farmi la strofa e Fibra è uno di quelli che se ti fa la strofa è perché ci tiene se no. on te la fa proprio.

“Quel pezzo in radio l'ho scritto io, ma non c'è scritto nella mia bio, fammi uno squillo se cerchi un ghost, spero che il budget non sia low cost”. Quando sei uscito dall’idea di dover essere ghost?

In realtà non sono mai stato ghost, in quel brano c'è tanta ironia…

Dai, un po' ghost lo sei stato…

Beh, però c'è stato sempre il mio nome, non ero tecnicamente ghost. Io sono stato un semi ghost, venivo menzionato ma non lo dicevo nelle interviste, quindi passava in sordina, anche perché ero io che non volevo dire niente. Nei confronti dei rapper c'era un po' di purismo nei confronti di chi scriveva pop. Negli anni successivi ho capito che gli altri volevano fare me, volevano scrivere le canzoni agli altri e così ho cominciato a dirlo. E in quella rima lì faccio una battuta perché quando passavano quelle canzoni in radio e a mio padre o ai miei amici dicevo che l'avevo scritta io, mi dicevano "Sì, certo, hai scritto pure le canzoni dei Pooh!".

Poi c'è Fiocco azzurro, che è una dedica d'amore a tuo figlio anche se c'è una nota amara, per il tempo che non hai…

È una canzone sincera, in cui ammetto di essere un padre atipico, che però ha anche i suoi pregi. Non è tutto brutto, sicuramente non ho tempo come tanti genitori, ma negli ultimi tempi devo dire che me lo sono gustato, coccolato, quindi non mi lamento. So che il tempo in presenza che sacrifico è tempo che gli sto dedicando per il suo futuro, per la sua crescita. In quella canzone dico che sto crescendo insieme a lui, perché anche io mi ritengo un bambino e sottolineo che se sta crescendo bene è soprattutto grazie a sua mamma.

Hai anche scelto un suono crudo, come mai?

Potevo fargli una dedica con un singolo pop, ma credo che la canzone a mio figlio dovesse essere per forza in chiave hip hop, quello è uno dei pochi brano boom bap, con la ritmica strettamente hip hop, ispirato da canzoni come quella di The Game "Like father, like son", col barbiere che ci fa la sfumatura uguale, insomma il padre e il bambino visti un po' sotto la lente "ghetto", il sogno di crescere tuo figlio con quella cultura là.

Qual è stato il feat più difficile da chiudere?

Senza dubbio quello con Luchè, perché stava chiudendo l'album. L'avevo incontrato in aereo, andavamo entrambi in Spagna, gli faccio: "Come va il lavoro per l'album? Sai, noi abbiamo una collaborazione in sospeso" e lui mi risponde: "Mandami il pezzo, perché ci voglio stare. Quando lo devi consegnare?" e io gli dico "Beh, Luca, io ho 15 giorni" e lui dice che me la vuole comunque fare. Così gli mando il pezzo, che in origine si chiamava "Sassicaia", ma lui mi dice che l'avremmo capita in pochissimi e mi consiglia "Regole da infrangere". Io sono fan di Luca dai tempi dei Co'Sang, come produttore, artista, quindi averlo nel disco è un onore, so che è stato costretto a dire tanti no ad altri feat, per questo la sua strofa per me è un valore aggiunto.

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