12 Maggio 2022
10:52

“La nuova scuola genovese” è l’arte della parola che unisce De André, Izi, Tedua e Gino Paoli

Il documentario “La nuova scuola genovese” crea un legame tra il cantautorato di De André e Gino Paoli e il rap di Tedua e Izi attraverso l’arte della parola.
A cura di Vincenzo Nasto
Tedua e Gino Paoli, foto 2022 "La nuova scuola genovese".
Tedua e Gino Paoli, foto 2022 "La nuova scuola genovese".

Cos'è Genova senza il cantautorato? Cos'è la musica italiana senza il centro di Genova, percorso a ritroso, in una ricerca compulsiva di storie che solo una città portuale possiede? Che il mondo sia solo Piazza De Ferrari o le stradine del centro di Genova, lo avevamo ascoltato nelle storie raccontate da quella scuola genovese che viaggiava tra le parole di De Andrè, ma anche di Bruno Lauzi, Gino Paoli, Umberto Bindi e Luigi Tenco. La rivoluzione della musica leggera italiana che scomponeva la realtà, ricostruendola in parabole musicali, mai con un senso di giudizio, ma di confronto verso un mondo che da lì a poco avrebbe sotterrato le riflessioni, alla ricerca della solita leggerezza. Alcuni di questi interpreti rivivono ancora tra le strade di Genova, riempendo rigogliosi gli angoli e i vicoli della città, formando i giovani e la loro memoria, ma più di altre cose, l'utilizzo della parola. Per raccontare il tramite, quella corda che tiene in equilibrio una città che d'equilibrio non vuole sopravvivere, arriva il documentario "La nuova scuola genovese": il biopic di Claudio Cabona con la regia di Yuri Dellacasa e Paolo Fossati.

De Andrè e Bresh 2022, foto di Matteo Bosonetto
De Andrè e Bresh 2022, foto di Matteo Bosonetto

Un viaggio che vede protagonisti i nuovi figli di Genova, come Tedua, Izi, Bresh, Vaz Tè, Nader, Guesan, Disme, Ill Rave e Demo, e il loro rapporto con la scrittura, una generazione investita da quel sentimento musicale di natura popolare. Cambiano le melodie, cambiano i tessuti linguistici, cambiano le storie, ma non la capacità di rendere cinematografica la propria scrittura. E se tra gli anni '60 e '70, il porto di Genova accudiva gli chansonnier francesi, predicando il verbo poi tra gli autori della stessa città, non si può dire che lo stesso non abbia fatto quella scuola genovese a WildBandana e Drilliguria, formazioni che hanno supportato la crescita di coloro che adesso compaiono ciclicamente nelle classifiche Fimi.

Vittorio De Scalzi foto di Matteo Bosonetto
Vittorio De Scalzi foto di Matteo Bosonetto

Non più un conflitto con il cantautorato, ma un confronto aperto al centro del documentario: l'arte delle metriche e dei suoni che regalano profondità emotiva ai concetti espressi, come evidenzia il cantautore genovese Max Manfredi. E allora quali sono i punti di unione, che la città cova nel suo seno? I temi sociali sicuramente, la narrazione anti-borghese, il disegno di una complessità di rapporti che mal coincide con la musica leggera dell'epoca, come con il pop moderno. E cosa se non momenti di rottura, significano il cantautorato e il rap?  Una città portuale come Genova non può che accettare un suono arrivato dagli Stati Uniti, e che primordialmente apparteneva al continente madre: l'Africa. Generazioni diverse che si rivedono negli occhi di Cristiano De Andrè, che ricorda la figura paterna, messo a confronto con Bresh, l'artista genovese che prima con "Che io m'aiuti", poi con "Oro Blu", ha segnato anche un nuovo approccio linguistico alla materia.

Izi 2022. foto di Matteo Bosonetto
Izi 2022. foto di Matteo Bosonetto

Gli spazi e i luoghi di Genova variano d'intensità nel documentario, tra la vista del mare e quella dei grattacieli, un giorno metropoli nazionale, l'altro un rifugio di paese. La tecnica del contrasto ritorna anche nel racconto dei protagonisti della nuova generazione, che ritrovano nell'arte espressiva il proprio fine ultimo, in un contesto quasi "nullo": un bagaglio da slegare e a cui dare le cifre del racconto, sempre tra sacro e profano. A constatare l'ennesimo legame tra le due scuole, il senso di comunità raccontato dai protagonisti: due formazioni che hanno modificato la realtà musicale, attraverso il continuo supporto degli artisti che avevano vicino. La condivisione diviene promozione del messaggio e senso di appartenenza, legando Genova a un messaggio, arrivato anche fuori dai confini della città.

Izi e Dori Ghezzi, foto di Matteo Bosonetto
Izi e Dori Ghezzi, foto di Matteo Bosonetto

Infatti, l'ultimo spunto arriva dal confronto tra Ivano Fossati e Marracash, con il primo che definisce i rapper "come dei cantautori, ma anche qualcosa in più. Hanno coraggio, hanno qualcosa di diverso. Riescono a collegare dei pensieri altissimi, con alcuni che sembrano banali, ma non lo sono. Hanno una libertà che loro si sono inventati, che noi non abbiamo avuto il coraggio di perseguire. Devono essere guardati con attenzione". Marracash invece ritorna sul rapporto tra rapper e cantautori, soprattutto legandosi al racconto dei media che li pone sullo stesso parallelo: "Tranne De Andrè e Guccini che sono stati dei proto-rapper, il rap assomiglia più alla poesia che al cantautorato, che rimane parte di una forma canzone già nota".

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