I Fast Animals and Slow Kids
in foto: I Fast Animals and Slow Kids

"Ma dove sono finiti tutti quanti? Eravamo almeno venti, almeno venti e mi sembravano già tanti" comincia così "Animali notturni", il nuovo dei Fast Animals and Slow Kids, rappresentando bene quello che è il momento storico della band, arrivata ormai ai fatidici trent'anni, raccontati in un album che parla, appunto, di crescita e cambiamento. E i cambiamenti sono tanti, con tutte le conseguenze che portano: su "Animali notturni" ha messo le mani Matteo Cantaluppi, uno di cui si può dire aver plasmato il suono di un certo pop italiano di questi ultimi anni, senza contare il passaggio in Warner. Tutti aspetti che per un osservatore superficiale potrebbero nutrire il pregiudizio verso uno dei migliori gruppi italiani. "Animali notturni" è senza dubbio un album più morbido, il che, però, non significa meno suonato, anzi, è il prosieguo perfetto di "Forse non è la felicità", il lavoro di un gruppo ormai maturo, consolidato, che si è costruito una carriera che gli permette di fare quello che vuole: "Sai, per tanti anni pensavo fosse alternativo fare il punk / ma oggi ho trent’anni, vorrei soltanto dire quello che mi va / ti parrà strano, ma è questa la mia nuova libertà" cantano in una sorta di manifesto poetico di quello che è un album che affonda le mani anche in suoni à la Springsteen e National (ascoltare l'attacco di "Cinema" per credere).

Ragazzi, com'è questa storia di Cantaluppi? Probabilmente il nome su cui si sarebbe meno scommesso pensando a voi, eppure…

La cosa di Cantaluppi è assurda, ma per noi era assurdo già pensare a un produttore che non fosse uno dei nostri, poi Cantaluppi l'avevamo dato come limite, per sperimentare, un artista deve sperimentare, alla fine siamo arrivati a lui e poi è finita che abbiamo cominciato a parlare di musica e che c'era una marcia in più: secondo noi se di musica si sta vivendo in quello devi scavare. Abbiamo fatto delle prove insieme e ha fatto suonare i pezzi non come gli altri non erano riusciti a fare ma era riuscito a trovare la sintesi di quello che doveva essere il nostro processo, e ci siamo detti che la linea era quella e che avremmo potuto continuare a farlo per tutto il disco.

Che poi è senza dubbio un album più morbido, come dire, dei precedenti, ma comunque suonato, di chitarre…

In realtà questa morbidezza di cui parli non viene da lui ma dai pezzi che erano già così quando li abbiamo portati, lui ha semplicemente fatto suonare incredibilmente quello che avevamo in testa. Quelli sono i nostri pezzi già come li avevamo pensati, strutturati, con lui abbiamo raffinato il suono, siamo andati a fare un lavoro più tecnico, quale  era la sonorità migliore, quale amplificatore usare, il mettere sotto dei pad, è stato un lavoro di rifinitura, però l'idea già c'era. Abbiamo lavorato in maniera abbastanza ibrida, da qualche parte lui ha agito su alcune strutture, ma nel 90% dei casi i pezzi erano là.

Un'altra cosa che mi colpiva erano i fan che criticavano la svolta. In realtà, però, il vostro è un percorso in cui avete sempre raccontato la crescita: dove è stata vista la spaccatura, secondo voi?

Secondo me è una spaccatura percepita in maniera superficiale, perché abbiamo dato tanti pretesti per poter pensare che eravamo impazziti, oggettivamente abbiamo messo insieme una serie di elementi particolari, da Cantaluppi, produttore dei Thegiornalisti, quindi si aspettavano quel suono là – ma alla fine il produttore deve essere bravo a fare uscire il suono di una band – poi c'è Warner, quindi l'arrivo di una major e quell'idea molto anni 90 che questa ti plasma, questo essere inanimato con una spada che ti costringe a fare delle cose e tutte queste cose filtrano anche quella che è la visione delle persone: alcuni per dire si sono accorti della presenza dei clap, i clap ci sono dal primo disco, ma nessuno ha mai detto nulla, oggi invece…

Insomma, notate un pregiudizio…

Sì, ci si basa su idee che alcuni si sono fatti e che sono completamente sbagliate, tipo i glockenspiel (ne imitano il suono, ndr) li abbiamo presi da Springsteen, l'idea era fare un pezzo springsteeniano. Tutte queste cose sono frutto di un percorso che dura da dieci anni, le canzoni sono nostre, c'erano anche prima che arrivasse Warner, però queste cose che noi vediamo in maniera chiara fuori sono viste in maniera diversa. Ovviamente stiamo parlando di una fetta piccola di persone ma è fisiologico che qualcuno che è affezionato a una band la voglia sempre allo stesso modo.

Vabbè, non avete fatto l'album di synth pop, anzi, tu parlavi di Springsteen, ma l'attacco di "Cinema", per esempio, sembra uscito da un album dei National…

Abbiamo ascoltato da morire i The National e tutto quello che ascoltiamo lo processiamo e lo rimettiamo a nostro modo nella nostra musica ed è frutto di un percorso che noi troviamo estremamente coerente, ma poi siamo troppo dentro al progetto, magari è difficile spiegarlo. Un po' rispecchia anche i tempi in cui viviamo: sai, la gente ascolta un paio di pezzi su Spotify e si fa un'idea di come un gruppo dovrebbe suonare per sempre. In questo disco sentiamo molti richiami al vecchio disco e secondo noi si sente che è il continuo di quella roba lì.

A proposito di continuum e del racconto di una crescita, pare che i 30 siano i nuovi 20 della musica italiana, l'età della crescita, solo spostata di una decina d'anni rispetto ai Guccini, ai Venditti e ai De Gregori.

È una tensione che rispetto alla situazione sociale italiana ricade nel musicista a questa età. La riteniamo, però, abbastanza storicizzabile: a 30 anni cambia radicalmente l'approccio che hai, un conto è scegliere a 20 anni di fare i primi pezzi, andare in giro a suonare, un conto è scegliere a 30 anni di mettersi in un furgone, farti 1000 chilometri ma fare una vita più disagiata.

Percorso che voi continuate a fare in un mondo in cui sembra che la chitarra e il suonato perdano appeal…

Era anche più semplice fare dei dischi identici ai precedenti, c'è una strada più semplice ma noi vogliamo fare la musica che ci piace e che ci fa star bene, almeno fino a quando resisterà, poi un giorno probabilmente non rappresenteremo più nessuno e faremo un altro lavoro, però finché siamo in questa baracca è un privilegio.

Sentite, avete spesso parlato della complessità di suono dell'album in studio, immagino vi sarete posti il problema del live, uno dei vostri punti di forza da sempre.

Sono mesi che proviamo, siamo soddisfatti, ma col pubblico e suonando migliorerà tutto. Ovviamente abbiamo sbagliato tutto perché siamo partiti prima con il Primo Maggio e poi col Mi Ami (dove suoneranno questa sera): sicuramente ci sono cose da capire e le si capiscono solo sul palco, ma stiamo provando da mesi anche perché questo è il nostro mestiere, dobbiamo arrivare sul palco sapendo quello che stiamo facendo.

Un'altra cosa che mi incuriosiva è la scaletta, che parte con "Ma dove sono finiti tutti quanti? Eravamo almeno venti, almeno venti" e finisce con "Novecento" e quel brindisi al futuro che un po' mi ricorda la spinta di "Forse non è la felicità" che chiudeva l'album omonimo. È anche questo un assist per il prossimo album?

È esattamente così, abbiamo questo retaggio anni 90 di fare i dischi che hanno il loro senso intrinseco: ultimamente gli album sono playlist in cui quella più ascoltata deve stare in cima etc, ma questa roba ci fa orrore perché per quanto ci riguarda vogliamo mettere il disco in forma di disco, deve dare un messaggio, quindi sotto questo punto di vista anche Animali Notturni porta avanti questo discorso. Speriamo che "Novecento"possa essere un passaggio, anche perché è una delle canzoni più speranzose scritte dalla band, perché questo disco si anima di due visioni differenti: da una parte c'è una profonda oscurità e una serie di riflessioni abbastanza profonde rispetto alla nostra realtà e dall'altra parte c'è un sentimento contrapposto ma di forza uguale, che porta ad andare avanti ed è frutto di esperienze personali. "Novecento" è un po la sintesi di tutto questo perché parla di un grande cambiamento ma non lo fa con disperazione quanto con la voglia di affrontarlo, con la voglia di trovarsi di fronte alle nuove sfide e dire: ‘Perfetto, vediamo che cos'è', poi è anche l'ultimo pezzo scritto.

Ultima curiosità è sulla copertina del disco, che è bellissima, molto americana e rappresenta bene quello che è il racconto. 

Anche questo è un giro bello lungo, partendo dal presupposto che ci lavoriamo molto anche su quest'aspetto, fa tutto parte del progetto: è stato un lavoro divertente perché siamo partiti con l'idea che era la volta buona che ci fossimo noi in copertina, quindi eravamo a un passo dal metterci in copertina, con questa foto fighissima che comunque aveva alcuni rimandi a questa finale, però non ce l'abbiamo fatta. Però ci piacevano l'idea e il concept quindi abbiamo sviluppato l'idea assieme al grafico che tra l'altro è Mecna che è fantastico: abbiamo rielaborato quest'idea driving rock americano, con questa ambientazione da motel disperso in Arizona, e l'abbiamo riveicolata anche con i toni, come il blu che non abbiamo mai usato.