Lucio Corsi (ph Tommaso Ottomano)
in foto: Lucio Corsi (ph Tommaso Ottomano)

Lucio Corsi deve essere uno di quei bambini che ha avuto la fortuna di assistere alla famosa pioggia di Piombino di cui parlava Gianni Rodari in una delle sue favole al telefono. Una pioggia di confetti "di tutti i colori: verdi, rosa, viola, blu". O forse in qualcuna delle sue scorribande con Giovannino Perdigiorno e Alice Cascherina deve essere arrivato a Bologna quando esisteva ancora il palazzo di gelato a Piazza Maggiore. Sicuramente le sue avventure sono ispirate a qualcuna di queste passeggiate che il musicista di Grosseto ha fatto assieme a Rodari, scrittore a cui Corsi deve sicuramente qualcosa, la cui fantasia contagiosa lo ha sicuramente ispirato, almeno nella costruzione delle storie che in questi anni ha narrato e che narra anche nel suo ultimo album "Cosa faremo da grandi?".

Lucio Corsi è uno di quei talenti da maneggiare con cura, non per la fragilità della sua opera che, anzi, nonostante sia ancora agli albori è sicuramente solida, ma per il potenziale che ancora ha davanti a sé. Un cantautorato glam, per ridurre il tutto all'osso, che ha una delicatezza e una magia che possono vantare in pochi. Per esempio: nel presentare il suo ultimo album, Corsi ha scelto il Circolo Filologico di Milano, nella cui sala si entrava tramite un armadio. Sì, tramite le ante di un armadio, come succedeva ne Le cronache di Narnia. Una metafora della sua musica, che quando la si apre ti trasporta in un mondo che è magico, appunto, usando canoni e topos dell'infanzia, per raccontare storie con una morale anche per adulti.

Il disco, che come si legge nella nota stampa, contiene 2259 parole – può sembrare statisticamente irrilevante, ma non lo è per un artista che pesa bene tutte quelle che usa – e sono parole usate con enorme attenzione, non sfondo di un tappeto musicale che pure è vario e pesca nel folk, nel glam, appunto, è costruito di pianoforte, archi, dell'uso della chitarra chiaramente ispirata a Ivan Graziani, con la produzione artistica di Francesco Bianconi (che suona, tra le altre cose, moog e mellotron), Antonio Cupertino e dello stesso Corsi. Le storie, poi, quelle sono delle vere e proprie favole al telefono (illustrate da chi vi pare, Altan o Bruno Munari): c'è il Freccia bianca che diventa un pellerossa e le gallerie che sono bocche giganti, c'è un vecchio che fa conchiglie a mano e poi getta tutto al vento perché in fondo conta il fare più che il diventare, il protagonista di una canzone che comincia la giornata mettendo l'orologio al polso, metafora di un ritorno al passato, c'è il vento come cantante di un talent ("Venne eliminato dallo show e rispedito in piazza, gli dissero che per rimanere in tivù serve la faccia adatta. Ora lo trovi senza labbra, senza denti e senza lingua sul Lungomare rovinare i silenzi, da solo che fischia").

I protagonisti di Corsi sono oggetti come le onde, un po' come quelle dell'illustratrice Suzy Lee e un po' no, ma sono le suggestioni che Corsi ti fa venire in mente. Perché le sue canzoni sono rimandi, sono un raccordo di elementi, di storie, scritte in rima, a fumetti, in prosa, cantate. C'è un "Amico che vola via" che è di Lugano (e torna Ivan Graziani), un ragazzo troppo secco che col vento volava e in tanti cercavano di tenerlo giù in qualunque modo, "ma a nessuno venne in mente di costruirgli le ali". Insomma, alla fine di "Cosa faremo da grandi?" vorresti correre da Lucio Corsi e ringraziarlo. In attesa di farlo, queste canzoni le ascolto io e le faccio ascoltare a mia figlia. Un po' come le favole di Rodari.