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La festa di Vinicio Capossela a Roma: donne, sposalizi, migranti e la dedica a Bud Spencer

È cominciato a Roma, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica il nuovo tour di Vinicio Capossela che ha intrattenuto il pubblico con oltre due ore di spettacolo in cui ha narrato la storia dei suoi personaggi di Canzoni della Cupa, prima di un finale al ritmo di classici.
A cura di Francesco Raiola
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Vinicio Capossela in concerto all'Auditorium Parco della Musica
Vinicio Capossela in concerto all'Auditorium Parco della Musica

Come Sergio Leone trovò il suo west in Spagna e in Sardegna, così Vinicio Capossela l'ha trovato nella sua Irpinia. Una frontiera, elemento sempre più importante per la poetica del cantante calitrano, che trova il suo sfogo nelle sonorità tex-mex, folkeggianti à la Calexico che raccontano storie "che attingono da un tempo immobile, in cui non c'è più un'urgenza, ma che si ritrovano quando serve" come spiega lo stesso Capossela in un incontro che mette fine al vero e proprio inizio del suo tour che, dopo l'ex Cava Ricci di Pignola arriva nella Cavea dell'Auditorium di Roma, anteprima con Milano (dove suonerà questa sera) della prima parte dello spettacolo ispirato alla Polvere, nome di uno dei due cd di cui è composto "Canzoni della Cupa".

Il racconto di Capossela a Roma

La Cavea dell'Auditorium Parco della Musica è piena e con il cielo ancora non completamente oscurato il cantante esordisce su un palco che ha come elemento principale il grano, "un campo in cui emergono dei rottami della civiltà, della terra: pezzi di luminarie, un cranio di bivacca, un residuo di festa di paese e che inizia con la bestia nel grano" appunto. E da lì comincia un viaggio che porta gli spettatori in un luogo legato fortemente alla terra, senza velleità filologiche ma con una voglia incredibile di raccontare quella realtà e i personaggi che la popolano. Lo aveva già fatto negli anni, con le canzoni e dando vita ad alcune tappe importanti, dal concerto del Formicoso all'album con la Banda della Posta, fino all'ideazione dello Sponz Festival e all'uscita del libro Il paese dei Coppoloni, ma a cui solo adesso è stata data una forma definitiva, spinto anche da motivi che vanno al di là del discorso artistico: "Volevo che questo disco uscisse finché alcune persone a cui tengo sono vive io – dice a fine concerto -, quindi mi sono obbligato a finire sia il libro che le Canzoni della Cupa".

Grano, donne e sposalizio

La polvere è quindi il fil rouge di un discorso che affonda le mani soprattutto in quest'ultimo album. Capossela ti prende per mano e ti accompagna in una vera e propria festa di paese, in cui la figura femminile è al centro della prima parte di uno show durato oltre due ore: ritratti di donne prima ("La padrona mia", "Franceschina la Calitrana"), ambientazioni più notturne, come "Scorza di mulo" e "La notte di San Giovanni" oltre ad alcune canzoni del suo maestro Matteo Salvatore, poi:

È tutto ambientato nella stagione estiva all'aperto, di notte o di giorno, fino ad arrivare a questi pezzi più da festa nell'aia e, come sempre, finisce con tutto ciò che è legato alla comunità, con lo sposalizio, come succede anche in film come "Amarcord" o "Il tempo dei Gitani": tutto quello che riguarda una comunità inizia e finisce con un matrimonio o un camposanto e per questa parte finisce con lo ‘Sposalizio di Maloservizio', il pezzo in cui tutto trova il suo apice e da lì inizia il recupero di brani dai dischi precedenti.

Vinicio Capossela parla del concerto e dell'album
Vinicio Capossela parla del concerto e dell'album

La seconda parte del concerto: il ballo e i classici

A quel punto comincia un altro concerto, per lui e per il pubblico. Le canzoni storiche del cantante, infatti, sono inserite come se fossero imbucati alla festa ("i non invitati, i più ingombranti, ma senza cui non c'era la festa") e così arrivano Ciccillo, il Maraja, il Re della cantina e San Vito tra gli altri. E in quel momento il pubblico che aveva resistito ai propri posti, abbandona qualsiasi freno e finisce a ridosso del palco a cantare e soprattutto ballare con Vinicio che chiede ai fiati e ai fan di non fermarsi. È una vera e propria festa di piazza, come è giusto che sia. E una volta messo fine a qualsiasi pudore la festa continua senza sosta, con "Camminante" e "Il treno", pezzo "per gli emigrati" come spiega sul palco:

Il concerto si chiude riprendendo Il treno, questo modo di lasciare un posto – dice a fine concerto -. Il grande evento a cui stiamo assistendo è questa migrazione storica, una di quelle migrazioni bibliche che guardiamo distrattamente ma che è il vero evento centrale dei nostri tempi. Non bisogna pensare solo alla gente che arriva, ma a cosa lascia, come i flussi economici svuotano terre intere e a quel punto la comunità si rinnova soltanto nel racconto.

La dedica a Bud Spencer

L'ultimo pensiero è per Bud Spencer, sulle note di "Ovunque proteggi" ("Se polvere siamo e polvere ritorneremo, dedichiamo questa canzone e questa serata a Bud Spencer):

Ho ricordato Bud Spencer perché il nostro concerto vuole rievocare un concetto di frontiera, di polvere e per me la frontiera è sempre stata il western all'italiana (…). Non c'è un paradiso perduto nella cultura della terra, del Sud, perché sono storie di fatica, fame, miseria, però mi è sempre venuto di rimodularle in questa chiave di frontiera, come il western, che ci ha dato una lettura di certi paesaggi in chiave epica, ma un'epica alla nostra portata, quella che Bud Spencer ha trasformato in un'epica che è appartenuta alla nostra generazione.

Il cantore Capossela

Una serata che conferma la capacità di Capossela di costruire uno spettacolo diverso da quello che siamo abituati a vedere da altri cantanti – ma che è un suo marchio di fabbrica -, non una sequenza di canzoni, ma una storia, un racconto, che ne conferma le doti di cantore, in grado di partire dal particolare per arrivare a un messaggio universale perché è nel racconto, appunto, che si rinnova la comunità.

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