in foto: Jovanotti

“Tenete d’occhio quelli come me, che hanno ancora fame” canta Jovanotti in "Fame", la canzone che chiude il suo ultimo album "Oh, vita!". Una canzone coraggiosa – sì, coraggiosa – i cui ultimi 5 minuti sono totalmente strumentali con un sax free jazz tra i protagonisti e che dà bene l'idea di quello che si è appena finito di ascoltare. Hip hop, funky, cumbia, pop, dance ("SBAM"), ma anche le sue ballads, la sua voce sghemba che a volte canta, a volte rappa e a volte recita: "Oh, Vita!" è tutto questo, un album che cerca soluzioni nuove su un registro che Jovanotti ci ha dato in tutti questi anni di carriera ed evoluzione, la voglia di far ballare, ma anche ballads che saranno instant classic, come "Chiaro di luna".

È un album pieno di riferimenti, come deve essere un album che ha come ispirazione l'hip hop anni 90 (e l'hip hop tutto, che si fonda anche sui sample), come ha voluto subito mettere in chiaro Jova con il primo singolo omonimo che gioca molto, anche nei video girato dagli Younuts, con la New York dei primi anni 90. C'è molta della poetica jovanottiana in quest'album, che pur non essendo lungo come il precedente dura oltre un'ora per 14 pezzi totali che Rick Rubin, come ha spiegato il cantante a Fanpage.it, ha molto scarnificato, rispetto alle demo che Jova aveva portato in California: "Quello di Rubin è un lavoro artigianale, di messa a punto, ma sempre a togliere, senza mai aggiungere: l'aggiunta di un elemento è sempre una scelta lenta, ponderata".

"Oh, Vita!" è una giostra musicale che ti porta nei generi, negli anni, nei mood che hanno ispirato Jovanotti durante la composizione e non solo. C'è molto funky, con i fiati spesso protagonisti, cosa che ha sempre caratterizzato la sua storia (ricordate "Penso Positivo"?), ma ci sono anche tanti riferimenti più o meno espliciti, da Lucio Dalla a Jay Z, passando per Ramazzotti (Jova cita "Un cuore con le ali"), ci sono anche sentori di Adriano Celentano – il rapper italiano ante-litteram – in "Sbagliato", ma anche l'idea della scrittura delle ballate in "Affermativo", fino all'avviso finale, quello di non darlo mai per finito, perché alla fine vince chi ha fame, non chi ha belle voci. Vince chi arriva dritto alle persone, come lui. Sbam.

Abbiamo chiesto a Jovanotti di parlarcene un po'.

"Le canzoni non devono essere belle, devono essere stelle, illuminare la notte, far ballare la gente, ognuno come gli pare, ognuno dove gli pare, ognuno come si sente”. Possiamo dire che "Le canzoni” sia uno dei tuoi manifesti musicali? 

Pensa che quel ritornello lì l'ho scritto al cellulare, avevo questa roba musicale che mi aveva mandato Riccardo [Onori, ndr], il mio chitarrista, questo giro armonico e mi ha detto ‘Senti se ti piace e ti viene qualcosa' e io ho scritto questa cosa in maniera irrazionale, ma molto convinta e poi, ascoltandola, ho detto, ma sai che questa è una cosa che io penso davvero? Cioè, a parte il fatto che il concetto di bellezza è una questione aperta, ma in particolare le canzoni, la musica popolare, l'idea che debba esistere una forma giusta perché le cose stiano in piedi, è un'idea misteriosa. Noi siamo un po' condizionati dal fatto che in Italia il canto si chiami "bel canto", ma non esiste il bel canto, nel pop, nel rock ‘n' roll non c'è, ci sono le cose che ti arrivano addosso e questa cosa un po' ci condiziona e ci impedisce di esprimerci: capita che a volte ci esaltiamo per ragazzi che cantano come degli usignoli e poi purtroppo, nella vita, quella cosa lì si rivelerà un fuoco di paglia, perché non serve a niente, le canzoni devono essere belle, di più, stelle. Non è necessario che siano belle, non è l'unica cosa, le canzoni devono arrivare.

“Lorenzo 2015 Cc" cominciò con “Sabato”, un pezzo scuro per l’immagine che siamo abituati ad avere, mentre “Oh, Vita” è praticamente il contrario. La scelta dei singoli, delle tracklist non sono casuali, cosa è cambiato in questi anni?

Niente è lasciato al caso, un disco per me è un'ossessione. Sai, si tratta sempre di essere aderente a se stessi nel momento in cui si sta facendo una cosa. Quella roba lì, che è dentro "Lorenzo 2015 Cc", per me è finita, io quel disco l'ho fatto, mi piace, ma appartiene al mio passato. Ci sono delle canzoni che mi accompagneranno sempre, ma oggi questo è il mio disco e questo era il mio primo singolo.

Un singolo e un video che richiamano molto quell'hip hop che ti ha sempre ispirato.

Sì, volevo che fosse un video un po' anni 90, perché nei video hip hop degli anni 90 gli artisti non facevano cose. In America si dice "Represent", ovvero rappresentavano se stessi: pensa ai video degli A Tribe Called Quest o Jay Z, degli anni 90, dell'hip hop newyorkese, era gente all'angolo della strada che faceva il rap, ed erano ripresi dal basso perché non si prendeva tutta la bruttura, l'occhio vedeva prezzi di cielo. Il video è una citazione di quel mondo musicale, con tanti riferimenti, da "99 Problems" di Jay Z all'hip hop dei Beastie Boys, che sono stati i numi tutelari di quest'album.  A Rubin non interessa un artista italiano che fa hip hop, a Rubin interessavo io, quindi il disco ha elementi dell'hip hop, ma è indefinibile.

Indefinibile, vero: ci sono le classiche ballads, ma anche il rap anni 90 o il funky, come nella cavalcata "In Italia". Dove finisce la mano di Jova e comincia quella di Rubin?

Rick ha messo mano dappertutto, scarnificando: i miei demo sembrano un disco prodotto a differenza del disco finale. Erano pieni di arrangiamenti e da quello siam partiti, abbiamo individuato una rosa di canzoni che ci piacevano e le abbiamo spogliate di tutto, per ottenere il massimo con il minimo indispensabile. Il suo procedimento nel lavoro è quello di mettersi nudi di fronte a una canzone: partire dagli elementi essenziali, ovvero il giro armonico fatto con una chitarra e una voce e poi da lì partire per fare delle modifiche. Insomma è un lavoro artigianale, di messa a punto, ma sempre a togliere, senza mai aggiungere, l'aggiunta di un elemento è sempre una scelta lenta, ponderata. Io di solito procedevo al contrario: buttavo giù un sacco di roba e poi levavo, ma con lui no, per lui si aggiunge quando è il momento di aggiungere.

Completamente differente, insomma…

È un po' come mi aspettavo che lavorasse, in realtà mi aspettavo che il suo approccio fosse così. Poi, però, trovandocisi a lavorare fa un po' paura, perché io mi sono sentito ai miei limiti, anche vocali: io mi sono sempre considerato un cantante con una forte comunicativa, ma non uno di quelli che può contare sulla propria voce per risolvere i problemi che ha, come possono fare un Ramazzotti o una Pausini. Io ho sempre usato la voce come uno strumento, come una zappa, come un piede di porco, non come un pennello. E quindi, di fronte a questi pezzi così scarni, mi sono trovato anche impaurito: ‘Cazzo, non mi mette neanche un effettino, un riverberino, neanche un doppiaggio?" e invece niente.