Joe Barbieri (ph Angelo Orefice)
in foto: Joe Barbieri (ph Angelo Orefice)

Joe Barbieri è l'immagine di una Napoli raffinatissima che mescola il pop al jazz, la poesia alle atmosfere rarefatte dei video e dei colori che sceglie per i suoi album. La sua biografia sottolinea come la sua carriera debba molto a Pino Daniele (che, ci racconta, gli regalò la sua prima chitarra "per suonare in giro"), ma col tempo Barbieri ha messo a curriculum la collaborazione con tanti artisti nazionali e internazionali di sostanza. Il suo ultimo album è "Origami", di cui oggi esce, in anteprima per Fanpage.it, il video – che si rifà a una celebre scena di "Una giornata particolare" di Ettore Scola – del nuovo singolo "Una cicatrice ed un fior", ovvero "una ‘canzone di formazione', che racconta la rivoluzione semplice e complessa che l'animo umano è sempre chiamato a mettere in atto quando alla propria porta bussano i veri sentimenti".

Come mai hai/avete voluto associare “Una cicatrice ed un fior” a una delle scene più celebri del Cinema italiano?

Devo dar merito dell'idea a Tato Strino e Yulan Morra, i due giovanissimi registi di questo piccolo «remake» che accompagna la mia “Una Cicatrice Ed Un Fior”. In verità non ho mai chiesto loro come sono arrivati a propormi questa intuizione, ma posso dire con assoluta certezza che il nesso tra canzone ed immagini mi è parso subito nitidamente chiaro: le fragilità, le solitudini e le cicatrici che Antonietta e Gabriele (i due personaggi-chiave del capolavoro di Ettore Scola da cui il video prende spunto) portano come un fardello negli universi delle loro vite che sono costretti ad abitare, trovano una corrispondenza profonda nel senso più intimo della mia canzone e, ancor più in generale, in “Origami”, l'album di cui il brano fa parte.

Questa canzone è un esempio perfetto del racconto che fai dell’innamoramento e dell’amore in generale, cosa che caratterizza un pezzo dei tuoi testi. Ricordi come è nata? Come sono nate le cicatrici e le radici?

Certe canzoni più di altre, per me, si portano appresso una particolare buona stella che si manifesta sin dalla loro scrittura. Per “Una Cicatrice Ed Un Fior” è stato esattamente così: fin dalla stesura dei primi accordi e dei primi versi era chiaro che questo brano aveva in sé un fuoco sacro che l'avrebbe collocato in un posto angolare del mio repertorio, sentivo che sarebbe stata una canzone alla quale chi mi fa l'onore di seguire la mia musica avrebbe voluto un bene particolare. È una canzone d'amore, è vero; ma è anche e forse ancor di più una «canzone di formazione», che racconta la rivoluzione semplice e complessa che l'animo umano è sempre chiamato a mettere in atto quando alla propria porta bussano i veri sentimenti.

A questo proposito penso anche alle allitterazioni di un verso come “testa molesta, languida  lingua amabile” e non posso che chiederti come lavori ai tuoi testi. Quanta rilettura c’è, quanto cesello, e quanta improvvisazione?

Il motore primo di ogni gesto creativo è per me senza dubbio l'istinto. Una buona canzone ti viene a prendere e ti strappa via da qualunque cosa tu stia facendo, e la percezione chiara di esser di fronte alla giusta strada compositiva me la danno la pancia, l'intuito, unitamente al «mestiere». Ma poi entra in gioco il cesello. Entrano in gioco i libri letti, le cadute rovinose, i viaggi fatti, le relazioni, gli errori, le amicizie, le ricette di cucina, i fallimenti, i desideri. La vita, insomma. Scrivere per me è tentare continuamente il paradosso di combinare gli estremi: l'infinitamente grande con il microscopico, il rigore con la spontaneità, la fragilità con la bellezza.

Forse è scontato dire che la tua è una musica cinematografica (per quanto mi riguarda sono le atmosfere che crei), quindi lo faccio e ti chiedo qual è il tuo legame col cinema e in che modo i vostri mondi si intersecano.

Beh sono cresciuto con negli occhi il grande cinema europeo – italiano e francese soprattutto – e nelle orecchie compositori come Trovajoli, Rota, Umiliani, Piccioni, Morricone, Piovani o Rustichelli… credo fosse dunque inevitabile che finissi per assorbire una certa attitudine filmica e sinfonica. Oltretutto sono napoletano, e direi che ho innato nella mia tavolozza il colore del melodramma da poter, eventualmente, dosare. Ad ogni modo ho sempre gravitato attorno al cinema, pensa che molti dei miei dischi li ho registrati in uno studio d'incisione (che oggi non esiste più) a suo tempo ricavato all'interno dell'appartamento che fu set di “Matrimonio All'Italiana” di Vittorio De Sica. Più di così…

La tua è una figura sui generis se si pensa al mondo musicale partenopeo. Sei un artista che si slega dalla città, ma che in qualche modo la rappresenta nel mondo. Riassumere la tua carriera, le sue sfumature, i suoi riferimenti e farlo in poche righe è complesso. Come spiegheresti la tua ricerca a chi non ti conosce ancora?

Oddio, temo che non sarei capace di usare altre parole rispetto a quelle che ho già speso per scrivere la mia musica. Per fortuna le canzoni sono condensati di due o tre minuti nei quali puoi stipare tutto quel che hai tentato di raccontare e di essere in una vita intera. Invito dunque chi avesse questa curiosità a scegliere a caso tra quel che ho composto negli anni, credo davvero che ovunque troverebbe un pezzettino di risposta.

Spesso si racconta del tuo incontro con Pino Daniele per introdurre la tua carriera. Ma da quel momento sulla tua strada hai incontrato decine di artisti incredibili, con molti hai suonato live, con altri hai collaborato su disco. Quali sono stati gli incontri che hanno maggiormente segnato il tuo percorso?

A Pino devo ovviamente più di chiunque altro; gli debbo persino uno strumento: una sua chitarra elettrica che mi regalò a diciott'anni per poter cominciare a suonare in giro, quando non avrei potuto permettermi di acquistarne una. Per il resto gli incontri che hanno avuto la forza di spostare il mio percorso sono stati molti, alcuni pubblici – potrei citare in loro rappresentanza quello con Stefano Bollani (quando gli sentii suonare la mia “Normalmente” per la prima volta mi commossi) o quello con Omara Portuondo (che, ricordo, si sorprendeva di come in Italia potessimo avere Berlusconi) – ed altri che invece attengono alla mia sfera più riservata ma che sono stati altrettanto focali; tra tutti quello con una splendida comunità di fan che io considero famiglia allargata e che si chiama “Maravilhosi” . A loro devo veramente molto più di quanto si possa immaginare un artista debba ai propri sostenitori.

Ho vissuto un paio di anni in Francia e mi è capitato di incrociare persone che conoscevano la tua musica. Qual è il tuo rapporto col pubblico straniero, che approccio hanno verso di te e la tua opera?

Direi estremamente buono: fuori dai nostri confini nazionali, pur non comprendendo le parole, per qualche curiosa ragione la gente reagisce come se capisse quel che dico. È proprio vero che la musica sa essere un linguaggio universale, che travalica meridiani e paralleli. Il modo più curioso di ascoltare un mio concerto però l'ho visto in Giappone: lì la maggioranza della gente chiudeva gli occhi all'inizio di ogni brano per poi riaprirli solo alla fine, al momento dell'applauso.

Come si incastrano la tua musica, il mondo jazz – nelle sue diverse sfumature – che crei, il gusto pop, il tuo amore per la poesia e, di conseguenza, quello che nasce dalla commistione di tutto ciò nell’immaginario musicale contemporaneo “di massa”?

Ho un'unica strada possibile: non domandarmelo. Avanzo come più mi viene, come meglio so, cercando di abbracciare con un unico sguardo il tutto e tentando di disinteressarmene allo stesso tempo. Questo è forse uno dei privilegi che deriva dal poter far musica a quarantaquattro anni: si stempera molto quella foga che invade le stagioni più giovani, e si acquisisce una forma di gustosa libertà che permea ogni cosa.

Sei docente di “Scrittura della canzone”. Qual è il consiglio che reputi più importante per chi sogna di scrivere?

Direi quello di lavorare per sviluppare il proprio linguaggio: arrivare ad avere una voce compositiva che possa distinguersi dal coro è la cosa più complessa da raggiungere, non tutti ci riescono. E poi leggere, leggere tanto.