Si può cantare il silenzio? Prima del 1959, l’anno in cui fu pubblicato “Chega de saudade”, non era neppure immaginabile una cosa simile. Fu João Gilberto, un “baiano bossa nova di 27 anni”, come scrisse il grande Tom Jobim sul retro della copertina del disco, ad inventare questa magia. Quella del “maestro soberano” è il primo riferimento in assoluto al termine Bossa Nova ma, soprattutto, Tom Jobim, per far conoscere il giovane Joazinho al pubblico brasiliano, scrisse che “quando João Gilberto si accompagna alla chitarra, lui è la chitarra e, quando l’orchestra l’accompagna, lui è l’orchestra”. Il successo fu epocale, il disco vendette 35mila copie ed elevò la chitarra, bandita dalle case della medio-alta borghesia carioca, a strumento nazionale. Inizialmente la voce baixinha, sottovoce, di João, in un’epoca in cui tutti i cantanti urlavano, lasciò tutti esterrefatti al punto che, sui giornali, scrissero che era “desafinado”, cioè stonato. Inoltre il suo modo di suonare la chitarra, con la mano destra che sintetizza il suono del surdo del Carnevale e del cavaquinho, impressionò tutti, anche l’amico giornalista Ronaldo Boscoli: "Da dove hai tirato fuori tutto questo? – gli chiese l'amico a Joãoche rispose – Dal movimento sincopato delle anche delle lavandaie di Juazeiro”.

L’eredità di João

João non era una persona semplice da gestire, un perfezionista ossessivo che avrebbe potuto annullare un concerto se non si fosse sentito all’altezza del compito o interromperlo per qualsiasi inconveniente. Era un artista che ha rilasciato pochissime interviste, spesso tratte da conversazioni notturne estenuanti, ma che ha aiutato generazioni di artisti ad emergere. Se, oggi, abbiamo il privilegio di ascoltare Chico Buarque, Caetano Veloso, Gilberto Gil o Gal Costa è merito suo e della sua musica. Avrebbe potuto inseguire il successo promesso dalle etichette discografiche ma ha voluto incidere pochissimi album, tra cui il fondamentale “disco bianco” del 1973 che contiene la sua personalissima versione di Aguas de março, brani di Gilberto Gil e Caetano Veloso e quel mantra enigmatico, Undiu, che ripete incessantemente il suono dei passerotti della casa del suo padrino Jorge Amado.

João come Pynchon e Salinger

João voleva raggiungere a tutti i costi il suono del silenzio e, per farlo, durante la sua permanenza in Messico, seguì un allievo di Yogananda, un guru indiano, che lo iniziò al Kriya Yoga. Grazie alle tecniche di respirazione yogiche, João riusciva a dilatare il canto nel tempo, come se fosse respiro, cristallizzando la voce in un punto mentre la chitarra continuava a suonare. Il pubblico, spesso, non riusciva a sentire il concerto perché, soprattutto nelle ultime file, arrivava solo un suono carezzevole ma indistinto che condensava voce e chitarra. Fu al Tom Brasil che una persona del pubblico, a metà concerto, si alzò in piedi e urlò che il suono era molto basso. João gli rispose: "Sarà così per il resto della mia vita. Mangio il fuoco qui, non vi rendete conto".

E, nel silenzio, ha fatto perdere le sue tracce dal 2008. Non si è saputo più nulla su di lui, non si è più esibito ma, soprattutto, non è mai più uscito di casa. Non ha più voluto incontrare nessuno, preferendo il telefono o i bigliettini per le comunicazioni urgenti. Un giornalista tedesco, Marc Fisher, e, in seguito, un regista francese, Georges Gachot, si sono messi sulle sue tracce ma senza risultato. La settimana scorsa la nipotina Sofia Gilberto aveva diffuso, attraverso il suo profilo facebook, alcune foto del nonno, che appariva molto dimagrito, invecchiato, con la sua famosa chitarra Di Giorgio. Nessuno avrebbe immaginato la sua morte, di lì a pochi giorni. Però, parafrasando Carmelo Bene, João Gilberto è un classico e siamo tutti certi che vivrà nell’eternità.