Gazzelle (ph Sara Pellegrino)
in foto: Gazzelle (ph Sara Pellegrino)

Nell'ondata di cantautorato italiano che ha invaso il Paese in questi ultimi anni, risalendo le rapide costruite negli anni da un certo tipo di pop, Gazzelle è uno di quelli che è riuscito più di altri a distinguersi, con quelle frasi spesso sghembe, un pop cantutorale che parla di un mondo interiore o, comuqnue, con un raggio d'azione non esteso, diventato marchio di fabbrica di un certo pop italiano. Chiamare "Punk" il suo secondo album, poi, ha fatto il resto, eppure Pardini ha le idee chiare e un pubblico che è cresciuto rapidamente, rispecchiandosi nelle sue parole e nelle sue canzoni che a differenza dell'andamento comune hanno mollato un po' l'elettronica di "Superbattito": "La cosa più assurda di tutto questo è la velocità, non tanto i traguardi" ci spiega. Il cantante sarà in tour a partire dal 27 febbraio, data zero allo RDS Stadium di Rimini dei due appuntamenti nei Palazzetti (1 marzo al Mediolanum Forum di Milano e il 3 marzo al Palazzo dello Sport di Roma), mentre dal 6 marzo parte il tour nei club, primo appuntamento al Tuscanyhall di Firenze.

Con quest’album hai virato verso il lato meno elettronico, solitamente avviene sempre il contrario, come mai?

Sì, è stato diverso da Superbattito, che è un disco elettronico, questa volta mi andava di cambiare, non di fare un disco uguale all'altro, volevo fare qualcosa che non mi somigliasse e che fosse nuovo, per me, in primis, un disco diverso a livello di sound, c'è stata molta ricerca dei suoni, volevo qualcosa che fosse un po' più classico ma anche un po' più senza tempo, quindi mi sono allontanato dalla componente elettronica, anche se non del tutto, ci sono dei brani in cui esce quella cosa, è un disco a metà, con due anime, diviso come me.

C’è una cosa che mi incuriosisce spesso, ovvero la genesi delle canzoni, a livello temporale, ho letto che un paio di queste canzoni sono nate anni e anni fa. Sono vestiti che ti andavano ancora?

In questo disco ci sono "Scintille" e "Coprimi le spalle" che ho scritto sei o sette anni fa, mettendomi al pianoforte mi sono rivenute in mente e mi sono rimesso a canticchiarle, mi hanno quasi detto: ‘Oh, vogliamo uscire pure noi, mo che possiamo' visto che sono state scritte un sacco di anni fa quando nessuno mi conosceva, soprattutto io non mi conoscevo, ma risentendole e ricantandole mi sono reso conto che erano attuali.

“Coprimi le spalle” è quella con una struttura più costruita, mi pare, come la ripetizione della struttura delle due strofe, le anafore del ritornello.

Questa è una canzone a parte, infatti sta per ultima: non c'è la strofa, non c'è il preritornello, non c'è il ritornello, la canzone gira tutta su tre accordi, è un flusso di parole, quasi un parlato, è quasi solo d'atmosfera, sembra più una colonna sonora, perché è stata scritta così, uno sfogo scritto in dieci minuti e anche dopo anni ho pensato che fosse perfetta così.

Nelle tue canzoni giochi molto con le parole, con i doppi sensi etc, come ci lavori?

Non mi sento un poeta ma credo che ci sia qualcosa di poetico, spesso neanche io riesco a capirle e questa, secondo me, è una cosa interessante, perché io cerco di fare un po' come mi pare con le parole no? E poi cerco proprio di dare alle parole un significato diverso, astratto, anche per fare in modo che chi le ascolta possa dargli il significato che vuole: quando canto "la tua bocca sa di Roma centro" è una frase così astratta che ne ha diversi di significato.

"Io sapevo un po’ di tour, di maledetto me, del tempo che ho sprecato”, parliamo del tempo che hai sprecato…

Il tempo che ho sprecato è quello che non ho vissuto o vissuto male e soprattutto è quello che ho vissuto prima della musica, prima di dove sono adesso. Prima di "Superbattuto" per me la vita è stata un limbo, perché io ho sempre voluto fare il cantante, ho voluto sempre scrivere, sempre uscire dalla mia stanza quindi in quegli anni in cui non mi sentivo realizzato stavo solo aspettando, non era vita, era aspettare questo.

“Mentre fuori su un giornale la mia faccia in copertina”. Che effetto fa passare dai localini alle gigantografie a Milano?

La cosa più assurda di tutto questo è la velocità, non tanto i traguardi, in quelli ci credo perché sono convinto di quello che faccio, ma la rapidità non me l'aspettavo. Se penso che in due anni raggiungere un palazzetto è una cosa rara, sicuramente è un periodo storico fortunato, se fossi uscito cinque anni fa sarebbe stato diverso, però questa cosa mi rende orgoglioso e anche sotto shock, ma non mi va di comprenderla, sarò in un palazzetto e ci sarà una storia da raccontare.

Due palazzetti e poi i club. Dimensione che una volta sembrava impossibile e adesso è un must… Cosa è successo ai live in questi ultimi anni per te che la vivi da dentro?

Credo che ci siano più motivi, sicuramente uno è più pratico, dipende dal mercato, c'è stata una rivoluzione con Spotify e con questi mezzi nuovi, il fatto che non si vendono più dischi rispetto a tanti anni fa, da quando è morto quel mercato è rinata la voglia di andare ai live, credo che le cose siano collegate, anche a livello economico: la gente risparmia per ascoltare musica, perché con dieci euro al mese ascolti tutta la musica del mondo, mentre sempre con 10 euro ci compri un disco, quindi si ritrovano più soldi in tasca per dire ‘Vado al concerto' e questo crea un'empatia diversa. Poi credo che c'entri il linguaggio, che è diverso, abbiamo un linguaggio nuovo in cui questa generazione si rispecchia.

Sei amico di Tony Effe e rappresentate due facce della medaglia vincente di una nuova direzione musicale: il cantautorato e la trap.

Sì, con Tony andavamo a scuola insieme, ci siamo conosciuti là e poi siamo rimasti amici poi siamo usciti nello stesso periodo. Al di là dell'affetto e dell'amicizia a me piace la trap, mi piace la dirompenza, quando c'è qualcosa che buca tutto io l'apprezzo e sono contento che anche in Italia sia arrivato questo genere. Loro sono le nuove rockstar.