Ci sono delle assi su cui si muove la musica di Malika Ayane, che ama giocare con il tempo e lo spazio su sonorità che al pop uniscono un'elettronica elegante, come spiega lei stessa a Fanpage.it. Come mai "Domino" non sia nelle posizioni alte delle classifiche di vendita è un mistero, ma fortunatamente resta la musica della cantante milanese che dopo il successo di "Naif" e dei suoi singoli, torna con il pop che l'ha caratterizzata fino ad ora, ma mettendosi nelle mani del collettivo Jazzanova ("specializzato sullo sviluppo dei ritmi") e in particolare di Axel Reinemer e Stefan Leisering che, assieme a lei, hanno prodotto quest'album. Domino sono dieci racconti che parlano dello stare insieme in un tempo che passa, qualcosa che va oltre "l'amore", non è "l'amore", ma il suo declinarsi attraverso 12 stanze, che sono cartina di tornasole di una delle migliori artiste italiane, in grado di unire melodie che si piantano in testa, una voce e un cantato immediatamente riconoscibile e testi che riescono a parlare di quotidianità senza mai scadere nella banalità. E a tutto questo si aggiunge la voglia di ricerca e anche sperimentazione che sono un più della sua produzione: "In questo momento in cui posso ancora scegliere di fare tutti gli esperimenti, ne approfitto".

Se Naif era un album temporale, questo lo definisci, invece, più spaziale, come mai?

Tutto ha luogo dentro alcune stanze, quelle che abbiamo in Domino sono dieci scene che hanno luogo in precisi momenti e in precisi posti, sono scene che accadono nell'arco di una giornata in spazi, se non domestici, almeno chiusi, è difficile che siano spazi aperti.

Mi sembrano storie che raccontano molto lo stare insieme, all'interno di un tempo che passa, insomma, difficili da ridurre nella classica canzone d'amore.

Sì, guarda, è così: a una prima lettura superficiale è sempre un legare tutto all'amore, quando poi in realtà il fatto di relazionarsi o essere dentro a un contesto può variare in un sacco di situazioni. Parlare a se stessi, ma in un confronto con gli altri. Detto ciò è sempre buffo prendere delle canzoni e analizzarle in un modo così razionale quando poi quando le si scrive non si fanno calcoli razionali.

Anche questa volta a livello musicale c'è evoluzione della parte elettronica, che non entra in maniera prepotente, ma aiuta il tuo discorso di sperimentazione pop che porti avanti da un po'. In qualche modo mi ricorda anche John Grant, e volevo capire se e come era un'evoluzione di "Naif".

Guarda, Jazzanova è un collettivo specializzato sullo sviluppo dei ritmi e anche su tutta una scelta di suoni particolari, e proprio perché sono specialisti in questo, nel momento in cui abbiamo raccolto tutte le canzoni e dovevamo decidere da che parte andare abbiamo deciso che il discorso di un'elettronica educata ed elegante potesse essere un buon modo per dare questo senso di urbanizzazione che mi interessava dare: benché le città cambino completamente, la vita urbana è diversa dalla concentrazione in grandi spazi, dai lunghi viaggi in spazi sconfinati, quindi quel tipo di timbri, quel tipo di suoni è anche dovuto al fatto che è un disco molto urbano.

Come "Naif", anche questo riesce ad essere orecchiabile ed elegante, appunto, spinto da una ricerca che da noi non si trova facilmente: volevo capire in che modo ti vedi all'interno di un mondo in cui non si ascoltano molto spesso queste sonorità declinate in questo modo, soprattutto se parliamo di distribuzioni più grandi.

Diciamo che la mia fortuna è sempre stata di essere sempre in qualche modo svincolata dal contesto generale, in questo caso penso che sia molto più forte il distacco, la differenza, e me ne sono resa conto quando ho ricevuto il master: era aprile, e mi rendevo conto che in termini di sonorità e scrittura – non ci sono tante canzoni-canzoni – era diverso, però poi mi dico che forse è un bene, nel senso che se consideriamo che l'Italia è fatta molto di hit radio rispetto ad altri Paesi in cui ci sono 50 radio con programmazioni più affini ad alcuni generi, resta quel pubblico che la radio non l'ascolta o ascolta altre cose, quindi non c'è da temere di essere diversi o fare cose diverse.

A questo proposito, quanto il successo di Naif e dei suoi singoli ti ha influenzato nella scelta dei brani da inserire

Quando mi son trovata a scrivere dei singoli perfetti per essere i più programmati li ho trovati troppo anomali rispetto a quello che era il flusso delle canzoni di quest'album, nato per essere un album e non per avere canzoni trainanti etc. Il fatto che Naif abbia avuto delle canzoni così d'impatto è stato incisivo nella scelta di collaborare ancora con gli stessi autori, con la differenza che abbiamo scritto tutto tutti, a parte i testi, perché essendo stranieri non potevano darmi una mano – e la differenza è stata nel provare a ripartire da zero. Ero comunque convinta di aver fatto un disco il più pop della mia vita, invece mi sono resa conto che in questo momento storico non è la cosa più pop e radiofonica che ci si poteva aspettare, quindi mi ha fatto sorridere questo essere promossa cantautrice e fine intellettuale, senza prendersi sul serio.

A darti una mano è rimasto comunque Pacifico…

Abbiamo scritto tre canzoni assieme, ovviamente quelle scritte con lui sono molto diverse da quelle scritte con i non italiani, proprio perché c'è uno scambio molto personale, e torniamo al fil rouge del disco. Siamo io e lui in una stanza, insieme, senza un vincolo diverso da quello di una stima e amicizia che dura da 10 anni. È stato anche molto interessante lavorare con altre persone che non mi conoscevano, loro non hanno pregiudizi – positivi e negativi – nei miei confronti, ed è stato molto bello riscoprirsi all'altezza: tante volte si dà per scontato che canti molto bene, ma non si guarda ai miei linguaggi.

A metà del disco c'è "Imprendibile", pezzo recitato e anche lì usciamo da alcuni canoni soliti. Come nasce?

All'inizio volevo fare un disco che partisse dai riff e ‘Imprendibile' è stato il primo esperimento, quando abbiamo trovato quel tappeto assieme a Nikolaj Bloch, che è un chitarrista geniale, non avevamo l'ambizione di tirare fuori una canzone quella giornata, poi è venuta fuori questa. È stata anche la dimostrazione che lavorare con gli stranieri è fantastico, potermi mettere in un angolo a scrivere delle parole senza che loro le capissero è stato interessante, non c'era il peso della valutazione, tipo compito a scuola, poi l'ho fatta sentire la sera stessa ai miei editori e ho fatto il test con persone che non hanno nulla a che fare con la musica ed è piaciuta. ‘Imprendibile' è l'esempio del voler lavorare più sull'identità di canzone forte e io la adoro.

Farai un doppio tour con date consecutive nelle città, esibendoti prima in teatri e poi nei club. Solitamente si fa il primo e poi dopo lo si raddoppia con qualche mese di ritardo, mentre tu hai deciso di fare tutto assieme…

Secondo me così è bellissimo, perché si riescono a cogliere tutte le sfaccettature della musica, tante persone non riescono, giustamente, a cogliere tutti gli aspetti dell'album quindi vanno a accompagnate e l'idea di fare questo doppio tour potrebbe essere straordinario sugli effetti, se funziona tutto, perché a teatro uno può ascoltare e avere una visione più individualista, con gli strumenti che danno tutte le sfumature possibili, mentre nel club è proprio una cosa più ruspante: siamo io, Jacopo Bertacco alla chitarra e Nico Lippolis alla batteria, è uno studio sul ritmo, sugli aspetti viscerali della musica, più diretti. Per quanto il chitarrista che suona con me sia un mostro di bravura, però, lì andiamo ad avere un linguaggio più diretto, proprio perché questa cosa dell'eleganza rischia di limitare quelle che sono tutte le possibilità. E in questo momento in cui posso ancora scegliere di fare tutti gli esperimenti ne approfitto. Anche perché questi musicisti che suonano con me nel club hanno un progetto loro,  che sto producendo io e che verrà presentato il 22 al Duel Beat di Napoli e loro sono pazzeschi.