1 Settembre 2016
13:53

Home Festival 2016: “Siamo l’esempio di un’Italia che può farcela con la Cultura”

L’Home Festival è uno degli appuntamenti musicali più importanti del Paese per questo abbiamo chiesto al fondatore Amedeo Lombardi di raccontarci questa esperienza.
A cura di Francesco Raiola

È cominciato l'Home Festival, la rassegna di Treviso che da anni è ormai unanimemente considerato uno dei migliori festival del Paese. Quest'anno fa un altro piccolo passo avanti, aumentano i giorni, che diventano 5 (dal 31 agosto al 4 settembre) e aumentano anche i servizi e gli sconti per le famiglie: "un'edizione familiare" la definiscono gli organizzatori che hanno chiamato sul palco artisti come Prodigy, Editors, Alborosie, Eagles of Death Metal, Vinicio Capossela, Salmo, 2Many Dj's, Benji & Fede e tantissimi altri artisti che si alterneranno su 12 palchi di cui almeno 3 in contemporanea, come ci ha spiegato al telefono il fondatore Amedeo Lombardi, che ha ripercorso questi anni di musica, ricordando le origini super indipendenti, da festa del bar, fino alle edizioni che l'hanno imposto come uno degli appuntamenti musicali più importanti del paese, a cui è arrivato non senza difficoltà, scontrandosi con una mentalità non sempre fertile per un progetto che vuole unire la musica al territorio.

Ciao Amedeo, raccontaci che edizione sarà questa e come è nato il progetto Home Festival…

È tutto partito come una festa del bar e poi da 3 anni ha preso la veste che ha oggi, diventando a pagamento dalla quinta edizione in poi. Ma soprattutto il festival è partito perché c'era una forte passione per la musica: ho avuto la fortuna di vedere edizioni del Rototom, Arezzo Wave quando era nel massimo dello splendore e ho avuto la fortuna di cominciare a girare per i festival che si tenevano in giro per l'Europa e, sai, c'è sempre stata la voglia di fare qualcosa del genere in Italia, il sogno nel cassetto di chi partiva da Benevento per andare in giro per l'Europa. La manifestazione, poi, è cresciuta perché è cominciata a crescere anche la consapevolezza di tutti quelli che ci lavorano, e ci siamo resi conto che in Italia mancava un progetto imprenditoriale del genere. Ci siamo posti, nel medio termine, di cambiare un po' di cose e così nei primi anni abbiamo fatto dei test per poi arrivare ad oggi in cui rimane quello che è stato eletto il miglior festival d'Italia e che a mio avviso è anche l'unico con certe caratteristiche: non una rassegna di concerti, ma una manifestazione che fosse un'esperienza in cui, certo, il comun denominatore sono i gruppi, però quest'anno ospitiamo l'artista Michelangelo Pistoletto, abbiamo un estratto della mostra di Obey che è stata a Napoli, una mostra per i 40 anni del punk più scrittori, forme d'arte diversa etc…

Come nasce la line up?

Parliamo di un'area in cui ci saranno 12 palchi e almeno 3 palchi  che hanno attività in contemporanea: la line up nasce da gusti musicali personali, ovviamente, e grazie a tre persone dedicate, una per la parte dance, una per la parte indie e l'altra che cura quella pop e proviamo sempre ad avvicinare a un artista altri che sposino quel genere, dando alle persone la possibilità di ascoltare anche altro, questa è anche la bellezza del festival.

C'è stato un annuncio che ha un po' spiazzato il pubblico, come si inseriscono Benji & Fede in un programma come quello di quest'anno?

Nascono dalla consapevolezza di volere fare qualcosa anche per i più piccoli e le famiglie, accontentando quel target. Noi ci focalizziamo, solitamente, su quello 18-35, poi aggiungiamo qualcosa per aumentare lo spettro.

Sì, tra l'altro l'avete definita un'edizione familiare…

Per farti capire, oltre ad avere una politica per cui i ragazzi sotto i 12 anni non pagano biglietto, abbiamo una formula per cui domenica tutti i nuclei familiari ne pagano solo uno se arrivano in 3. L'idea è stata quella di far abituare le persone a partecipare a queste manifestazioni che è la cultura nord europea, anche perché ci sono anche qui persone di 35 anni con figli che devono essere agevolati.

Che significa nel 2016 organizzare un festival in Italia e farlo a Treviso?

Il fatto di farlo a Treviso è nato di conseguenza al fatto che è nato prima il bar di cui ti parlavo prima, ma  Treviso è sempre stata una città d'arte, pensa a Benetton e all'opera di Toscani. Organizzare un festival in Italia significa combattere contro qualsiasi stereotipo che parte dalle agenzie che non si rendono conto che hai su un palco dai 4 ai 6 concerti e fanno difficoltà sugli orari, o quello per cui in città c'è chi crede che ci sarà l'invasione di 80 mila persone che sono vichinghi pronti a mettere a ferro e fuoco la città, o una burocrazia che non ti aiuta e quando propongo business plan alle banche, ad esempio, mi chiedono che lavoro faccia. È complicato, insomma, ma non impossibile: il successo dell'Home è dettato dalla passione di chi ci lavora, dalla professionalità, però è la rappresentazione che di arte e cultura questa Nazione può vivere. È anche sfatare il "non si può fare", abbiamo problemi di continuo, perché spesso chi hai di fronte non ha la professionalità per giudicare quello che fai, come quando parli di marketing territoriale e ti guardano allibiti.

In che modo l'introduzione di un biglietto ha impattato sul festival?

Il fattore economico è stato far vivere o morire questa manifestazione: l'introduzione del biglietto a scalare è stata una scelta importante, quando mi confronto con gli altri festival mi dicono che siamo pazzi a farlo a prezzi che sono più bassi della media europea ma anche dei concerti in Italia, pure singoli. L'impatto è stato quello di poter selezionare, nel pubblico, persone non costruttive, chi era abituato al gratuito cominciava a pretendere e a non pagare servizi, o volere servizi che costassero ancora meno. Avendo però soldi che provenivano da un'altra fonte abbiamo avuto la possibilità di prendere altri artisti e non girare su una scelta limitata. Il biglietto ha fatto sì che ci fosse un miglioramento generale e ci ha permesso di introdurre anche nuovi servizi.

In che modo – se è un obiettivo – avete pensato a internazionalizzarlo?

Per un numero di anni abbiamo lavorato sul territorio con concerti gratuiti abituando un pubblico locale, poi abbiamo cominciato a parlare al nazionale e ora stiamo puntando su un pubblico più internazionale, fondamentalmente partiamo dal presupposto che non esistono più confini: al Primavera Sound c'erano 8/9 mila italiani, allo Sziget 10 mila, insomma, guardare solo all'interno del proprio confine è stupido anche perché dobbiamo vincere la sfida di dire ‘venite a Treviso e andate anche a visitare Venezia, approfittatene per vedere cosa offre la città". Intercettare questi flussi turistici è un obiettivo importante anche grazie alla Nazione che abbiamo, solo che devi offrirgli dei servizi. Noi ci stiamo riuscendo, grazie alla bellezza di Treviso, ma anche alla vicinanza di Venezia, per dire.

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