Giorgio Poi (ph Federico Torra)
in foto: Giorgio Poi (ph Federico Torra)

Giorgio Poi è uno degli artisti italiani più interessanti che abbia calcato le scene discografiche italiane di questi ultimi anni, prima con i progetti in inglese Vadoinmessico e Cairobi, poi a solo con la svolta della lingua italiana che ha dato vita a "Fa niente", prima, e a "Smog" adesso, con quest'ultimo album uscito pochi giorni fa. Meno psichedelico del precedente, "Smog", però, non perde potenza pur virando più verso il cantautorato italiano più pop, ma pezzi come l'ultimo singolo "Stella" o "Non mi piace viaggiare" come la stessa "Vinavil" sono piccoli gioielli e lo stesso Poi è diventato una sicurezza quando si parla di nuova musica italiana. Nel 2018 alcune delle canzoni più amate sono passate per un feat con lui, da Frah Quintale a Carl Brave e Franco126 e in più Poi ha ricevuto anche una soddisfazione internazionale girando il mondo in concerto assieme ai Phoenix.

Rispetto a "Fa niente" "Smog" mi pare musicalmente meno psichedelico, però resta comunque un lavoro abbastanza unico nel panorama che forse ha assorbito un po’ ascolti, immagino, e anche collaborazioni.

Secondo me è venuto un disco più leggero dal punto di vista degli arrangiamenti, nel senso che sono sempre abbastanza articolati ma molto meno rispetto al primo disco, in quel caso avevo la necessità di fare degli arrangiamenti che fossero replicabili dal vivo in tre; non c'erano sintetizzatori, perciò i tre strumenti, basso, batteria e chitarra dovevano muoversi un po' di più. In questo disco ho deciso di inserire anche altri elementi perché sapevo che sarebbe stato possibile andare in giro a suonare con un quarto elemento ai sintetizzatori.

Stavo riascoltando un po’ di cose dei Vadoinmessico e Cairobi. Mi racconti, se si può, in che modo è evoluto il tuo gusto in quello che fai? Questo lo sento più vicino ai Cairobi (penso a Lupo), ad esempio.

Non credo di aver mai fatto un grosso stacco tra un disco e un altro, anche questo disco è parte di un percorso che è iniziato, in realtà, molto tempo fa, appena ho iniziato a scrivere delle canzoni, quindi non c'è mai stata una vera cesura stilistica. Diciamo che la cesura più grande, per me, è stato il momento in cui ho iniziato a cantare in italiano, però era una cosa che non riguardava tanto l'arrangiamento e la produzione, quanto proprio la scrittura, la lingua.

I tuoi testi sono stati molto curati, in quale fase della produzione ti approcci alla loro scrittura?

Il testo è sempre l'ultima cosa che faccio, creo tutto l'arrangiamento, la melodia della voce, l'armonia, gli accordi, insomma tutto quanto è già lì, più o meno, nel momento in cui inizio a scrivere un testo, partendo da una frase, la prima che mi viene in mente e che poi mi piace. Nasce un passo alla volta, quindi, e poi alla fine viene fuori qualcosa che in qualche modo sento mia: se leggo una cosa che mi piace me la segno oppure la sottolineo, entra in qualche modo in circolo, il linguaggio umano va per imitazione, dalle parole alla pittura, a qualunque tipo di comunicazione anche come si scrive un post su Instagram, vedi qualcuno che l'ha fatto così, poi lo rielabori e così via.

Sei stato molto tempo all'estero. In "La musica italiana" racconti una certa nostalgia legata al tuo Paese.

Un po' di nostalgia ci può essere ma era più un interesse, una fascinazione per quello che avevo sempre visto e che era l'unica realtà che conoscevo e che a un certo punto avevo sradicato dalla mia vita, me n'ero andato, poi mi sono girato e ho visto le cose un po' diverse rispetto a come le vedevo prima e quindi alcune le ho apprezzate di più, per esempio se parliamo di musica Vasco Rossi l'ho scoperto e apprezzato nel momento in cui sono andato in Inghilterra.

Ti sei trasferito in Inghilterra a vent'anni e lì ti sei diplomato in chitarra jazz. Come mai questa scelta?

Sapevo che volevo fare il musicista ma non avevo ancora ben chiaro in quale veste, mi sarebbe piaciuto scrivere canzoni. Quando avevo 19 anni e avevo finito il liceo, ho pensato di fare il Conservatorio per capire come si fa, come funziona la questione musica e non mi pento di averlo fatto, penso mi abbia dato degli strumenti per apprezzare certi colori che magari prima non avevo dentro le orecchie ma nel momento in cui li studi, non dovrai usarlo per forza, però magari ti resterà un seme di quel suono e in qualche modo lo metterai in quello che fai perché ormai è parte di te.

Hai aperto molti concerti dell'ultimo tour dei Phoenix in Europa e in America, com'è nato questo contatto?

La moglie di Branco, che è uno dei due chitarristi, aveva sentito qualcosa di mio su internet, ha cominciato a propormi alcune aperture ai loro concerti, inizialmente quella di Milano, poi Parigi, Lione, poi cinque a New York, cinque a Los Angeles e alla fine li ho seguiti in queste 14 date.

E il loro pubblico come ha reagito?

Beh c'era un po' di sorpresa inizialmente, non si aspettavano di vedere qualche cosa in una lingua sconosciuta, forse qualcuno credeva fosse un pessimo inglese il mio, non so, poi capivano dopo un po' ed effettivamente li vedevo abbastanza interessati, è stato bello.