In questi 37 anni di vita mi hanno sempre raccontato di un Francesco De Gregori burbero, schivo, altero, un'etichetta che si è portato appresso per anni, esorcizzata anche in una canzone, "Guarda che non sono io", in cui semplicemente spiegava la differenza tra l'uomo e l'artista, partendo dal giudizio e dalle idiosincrasie dei fan. Un'etichetta rimasta in testa, però, a chi in questi ultimi anni non lo ha seguito molto da vicino, e infatti l'artista che ieri sera, sul palco del Teatro della Garbatella, teneva l'ultima prova prima della serie di concerti romani che si concluderanno il 27 marzo era affabile, divertente, divertito. Lo ha spiegato spesso nelle interviste di questi ultimi anni, a chi gli chiedeva di questo cambiamento, e lo si vedeva ieri sera in una dimensione ormai a lui estremamente congeniale, quella del live e in particolare quello di un palco che lo vedrà protagonista, fino al 27 marzo di fronte a sole 230 persone a sera ("Le canzoni vanno ascoltate 230 persone alla volta" ha scherzato in un incontro post prove).

La scaletta dei concerti di De Gregori a Roma

"Off the records" è un concerto intimo, senza dubbio, e anche variegato, con una scaletta mobile che pescherà da circa 64 canzoni preparate che hanno un nucleo forte composto da pezzi storici come "La leva calcistica della classe '68", "Generale", "Il cuoco di Salò", "Rimmel" ("Quelle sono le canzoni più conosciute forse perché sono anche le più belle, quindi nella parte finale ci saranno questo tipo di canzoni, ma varieranno, appunto. Uno che viene venti volte vedrà concerti abbastanza diversi, anche se il nucleo fondamentali è quello") e ogni sera si riempirà di pezzi in base alla voglia del cantante e della sua band storica. Sarà anche un'occasione per ascoltare alcuni pezzi meno suonati, canzoni che forse sono un po' impolverate, ma che hanno una potenza live che è bello riscoprire, anche grazie a nuove vesti che di volta in volta assumeranno. Chi segue De Gregori sa che nella dimensione live le canzoni si vestono di abiti nuovi, arrangiamenti blueseggianti, ad esempio, con assolo "cafoni" (come chiede, scherzando, lui stesso sul palco), momenti piano e voce e ovviamente uno sguardo a Bob Dylan, sia nei pezzi tradotti in "Amore e furto" che in un mood generale che talvolta lo accompagna sul palco (proprio Dylan decostruisce le proprie canzoni nei live rendendole quasi irriconoscibili).

Una scaletta mobile e ospiti

Ogni sera al pubblico verrà data la scaletta e nelle varie sere probabilmente ci saranno anche alcuni amici che lo accompagneranno, a partire da suo fratello Luigi "Greghi" De Gregori passando per nomi che, al momento, ha tenuto per sé. Non vi sarà un album live, come ci tiene a sottolineare citando Keats, che sulla lapide fece scrivere "Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell'acqua", quindi non resterà traccia di quello che avverrà sera dopo sera, ma non esclude che in futuro questo progetto possa toccare altre città.

Come cambiano le canzoni

De Gregori non viene meno all'attesa del pubblico (ci saranno i grandi classici, appunto) ma un po' se ne frega di quello che ci si aspetta, se ne frega di dover fare tale e quale un pezzo di 40 anni fa, scritto in un'altra epoca, ad un'altra età e così unisce utile e dilettevole, il classico che piace al pubblico al gusto personale, alla novità, tanto "alla mia età, con quello che ho fatto, nessuno mi fischia più". Lo dice ridendo, prendendosi in giro, smontando l'aura che lo circonda, ma senza perdere la consapevolezza di quello che ha scritto, rappresenta e ha rappresentato, e, alla fine, anche se non vuole parlare di politica riesce a parlarne con una scaletta che, almeno ieri, ha visto in testa due pezzi come "W l'Italia" (introdotto dal Coro popolare composto anche da ragazzi Down, la cui Associazione il cantante ha tenuto a ringraziare) e "Ma che razza di città".

Dediche a Roma, pezzi tradizionali e piccole perle

Alle spalle di De Gregori e della band composta da Guido Guglielminetti al basso e contrabbasso, Carlo Gaudiello al piano e tastiere, Paolo Giovenchi alle chitarre e Alessandro Valle alla pedal steel guitar e al mandolino, una scenografia colorata, un fondale pop disegnato da Paolo Bini che nasce dalla necessità di mescolare le carte e le arti dice il cantante che in questa scaletta mobile ha provato tre pezzi dylaniani, ovvero "Via della povertà (Desolation Row), "Come il giorno" (I shall be released) e "Un angioletto come te" (Sweetheart like you), un piccolo omaggio alla città con "Ma che razza de città", appunto, brano di Gianni Nebbiosi del 1973 – ha ripescato un altro brano tradizionale come "Stelutis Alpinis" -, un pezzo più nascosto come "A pa'", una bellissima "San Lorenzo" fatta ovviamente piano e voce, ci sono, poi, "La guerra" e "Cercando un altro Egitto" in uno strano testacoda della sua discografia, "Cardiologia", tratta da Calypsos ("Se siete depressi questa canzone vi farà male" dice presentandola e sorridendo), una "Showtime" valzerina fino ai classici come "La leva", "Generale", "Il cuoco diSalò" e "Rimmel" intervallata da "Miramare".  Una scaletta che cambierà già questa sera e nelle prossime, ma quello che importa è la sensazione che ha dato De Gregori sul palco: "Do il meglio di me stesso, mi diverto molto" dice e si vede. E si divertirà anche il pubblico, non ci sono molti dubbi.