Quando parte "Stato di natura", il primo pezzo dell'ultimo pezzo di Francesca Michielin si resta un po' spiazzati. Dalla cantante bisogna aspettarsi tutto, però, e già con il precedente "2640" aveva fatto capire che le barriere tra i generi erano cadute da tempo. la più indie tra le nostre popstar continua nella sua ricerca sonora, partendo dai suoi amori adolescenziali, dal reggae al crossover rinchiudendo tutto in uno spazio che per comodità definiremo pop ma che punta dritto all'urban. Che sia uno dei nostri maggiori talenti pop, Francesca Michielin lo conferma ancora una volta con un album che fa dei feat la scusa per potersi muovere agevolmente in vari mondi, battendo non poco sul rap (e mettendo in mostra anche un certo flow), tenendosi in generale sull'urban e a livello testuale c'è meno intimismo e più racconto di un mondo enorme, sfaccettato e talvolta contraddittorio. Francesca è cresciuta, sbatte in faccia all'ascoltatore il suo femminismo, racconta il suo Nord Est (con Elisa), si mette nei panni di un ex che si ritrova con una ex famosa, racconta l'amore, si riaggancia al suo album precedente (da “Stasera non mi trucco che sto anche meglio" ad "Acqua e sapone"), canta in francese con Max Gazzè e chiude con un vero gioiello che è "Leoni" con Giorgio Poi (ascoltate l'album fino in fondo).

Ma oltre all'aspetto musicale, Francesca Michielin si è anche dovuta confrontare con la pandemia di Coronavirus. Ha scelto di mantenere la data d0uscita dell'album ed è stata la prima a utilizzare i social per la promo. La cantante, infatti, aveva deciso di avvicinarsi all'uscita con tre minilive in cui avrebbe presentato un singolo nuovo, ma dopo il primo, l'epidemia l'ha costretta a muoversi diversamente presentando Riserva Naturale feat. Coma_Cose alle Officine Meccaniche con un live andato in streaming sulla sua pagina Facebook e un altro mini concerto al Milano Multietnica Set realizzato alla Triennale di Milano e disponibile su RaiPlay dove ha presentato "Monolocale" con Fabri Fibra.

Natura e spazio urbano sono alla base di quest'album, sia nei testi che nelle sonorità: ci racconti questa dualità?

Sicuramente nei miei lavori precedenti c'è la presenza della natura vista come un luogo di protezione, un rifugio e anche un modo per evadere dalla realtà. Adesso, invece, la natura è parte integrante di un confronto costante che mi vede in bilico tra lei che rappresenta le mie origini, il Veneto bucolico della Pedemontana e la realtà urbana, mentropolitana, in cui mi sono venuta a scontrare e in cui mi sono anche incontrata che è quella, nello specifico, di Milano. Qui, però, il concetto è più esteso, forse perché avevo bisogno di trovare un trait d'union tra le due dimensioni, accettandone anche la diversità, proprio perché è un disco eterogeneo che celebra costantemente la diversità e il confronto, il dialogo e il contrasto.

"Monolocale" e "Riserva Naturale" sono due brani che rappresentano perfettamente questa dualità. Me ne parli?

"Monolocale" ha una funzione un po' particolare perché è stato il primo brano che ho scritto per questo progetto, è un brano che celebra ciò che di più sintetico c'è per chi arriva dalla provincia, ovvero il monolocale, un posto piccolo, spoglio, anche nelle relazioni, e del fatto che, in qualche modo, vai a staccarti dalle tue relazioni precedenti. "Riserva naturale" invece è un altro brano che riguarda la primissima fase di adattamento alla grande città e infatti c'è questa sensazione di sentirsi come un albero in una metropolitana, una sensazione di spaesamento, di essere fuori luogo e ho voluto anche descrivere delle figure molto particolari, grazie anche all'intervento di alcuni ospiti: nel caso di "Riserva naturale" dei Coma_Cose, che hanno reso in qualche modo ciò che l'urban diventa nella sua poesia, e subito la circumvallazione sembra l'anello di Saturno.

Monolocale è anche un pezzo sulla fama?

Monolocale è una riflessione sull'ambiente sintetico in generale e poi c'è questo gioco di prospettiva e mi sono messa nei panni di un mio ex del liceo e ho pensato, se io fossi lui, in questo momento, cosa penserei di me? È un modo anche autocritico di porsi, ma sappiamo che le canzoni non sono sempre autobiografiche spesso metti dentro tante storie che ascolti e convogli le idee in una cosa sola, diventando quasi un attore. Era un modo per riflettere sulle prospettive.

È una Francesca Michielin più incazzata, o sbaglio?

Avendo 25 anni e volendo sperimentare, divertirmi e avendo anche un po' di consapevolezza di me stessa, mi sono presa la libertà di fare un disco un po' più incazzato, poi non è che sono sempre così, però sono fasi della vita che si trasformano in musica. Questa incazzatura si percepisce chiaramente anche grazie ai diversi generi musicali, alla sonorità del disco. Qui emerge sicuramente anche perché mentre il disco precedente vedeva una me stessa molto più intimista ed ermetica – essendo un disco super personale -, adesso invece c'è una consapevolezza quasi sociale. È un disco che ha dentro delle tematiche in cui non mi racconto le cose citandomi addosso, sto comunque parlando di cose potenti come la libertà d'espressione, la violenza verbale, l'indipendenza, il femminismo.

Sono varie le sonorità di Feat., ma sembra comunque che questo lavoro sia la naturale evoluzione del tuo precedente, con tanta voglia di sperimentare e abbattere le barriere dei generi…

È un disco che fonde tante di quelle cose che mi piacciono, ho fuso le cose che ascoltavo da ragazzina: il reggae, il gospel, il crossover, caratteristiche sonore tipicamente anni 90, primi 2000. Quindi si sentono i Rage against the Machine nella prima traccia, i Red Hot Chili Peppers in "Monolocale", Annie Lennox in "Riserva naturale" e poi c'è questa attitude nella scrittura che è molto più urban, perché non ho mai rappato così tanto nella mia vita.

Hai studiato per rappare?

Una parte di questa scrittura è istintiva, forse perché ho sempre amato le poesia e ne ho scritte tante piene di allitterazioni, rime. Prima dividevo le cose, usavo la poesia come hobby e la musica era un'altra cosa, adesso c'è più quell'approccio ritmico nella vocalità, ovviamente ho dovuto studiare, sto studiando: poi i rapper rappano, i cantanti cantano, ma quando devi rappare e cantare serve uno studio tecnico di pressurizzazione da Oscar. Mi piace, con questo disco, sradicare i cliché dei generi, credo che la musica di adesso debba sintetizzare e scegliere tante cose da ambiti diversi e metterle insieme.

La prima traccia dell'album, "Stato di natura" è un brano che sembra essere una sorta di manifesto femminista…

È un brano che attinge da tutta quella che è la sfera del crossover, quindi la potenza del rock al servizio del rappato e del recitativo. Non si può canalizzare la potenza verbale così, e dobbiamo ritrovarci a usare le parole in maniera terribile, come delle armi, gli uni contro gli altri, soprattutto nei confronti delle donne. Ci tenevo molto a questo brano perché per me è un manifesto e sono felice anche della presenza dei Maneskin, perché hanno una grande credibilità in questi termini sonori e anche Damiano poteva dare la sua prospettiva di ragazzo.

L'uscita del tuo album è stata confermata nonostante il periodo difficile che l'Italia sta attraversando. Non deve essere stata una scelta facile, immagino.

Ovviamente è un momento storico per l'umanità. Epidemie ce ne sono state anche dopo la guerra, però in questi termini di comunicazione forse è la prima volta che ci ritroviamo a gestire una situazione del genere. Chiaramente non potevo sapere che questo marzo sarebbe stato così, però credo che il disco dovesse uscire lo stesso. In questo momento la musica ha la funzione di farci rimanere belli, in qualche modo, di farci continuare a sperare e condividere. Siamo fisicamente distanti, ma almeno possiamo continuare ad ascoltare cose insieme e l'artista ha un ruolo di missione, non fa musica per se stesso a meno che non lo dichiari.

Saltano gli instore, gli incontri, la promo de visu, come si affronta un'uscita del genere?

Quello che farò ora è cercare di inventarmi delle modalità nuove. Ad esempio una parte del videoclip di questo pezzo l'ho girata normalmente e una parte non l'ho potuta girare, perché bisogna rimanere in casa e quindi l'ho girato in casa con il cellulare e c'è Triglia (Giacomo Triglia, ndr), il mio fedele amico regista, che è in Calabria e sta montando le parti unendole ad altro materiale. Anche questo è un modo per dimostrare che c'è un impegno da parte dell'artista, con modalità diverse.

Parliamo dell'importanza del feat

La cosa fondamentale degli ultimi due lavori che ho fatto è essermi messa in ascolto degli altri e in questa mia breve carriera artistica ho cercato sempre di confrontarmi con un sacco di artisti. In ogni disco ho lavorato con artisti diversi e mi è sempre piaciuto farlo, confrontarmi e superarmi.