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Fast Animals and Slow Kids alla prova dell’orchestra: “Bisogna cambiare per non cadere nella routine”

I Fast Animals and Slow Kids partono per un tour intitolato Concerto in 4 atti per piccola orchestra da camera. Ne abbiamo parlato con la band.
A cura di Francesco Raiola
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FASK (Francesco Rampi)
FASK (Francesco Rampi)

I Fast Animals and Slow Kids si spogliano ancora una volta della loro anima più rock e cominciano un tour con l'orchestra, “Una notte con: FAST ANIMALS AND SLOW KIDS – Concerto in 4 atti per piccola orchestra da camera". La band perugina – composta da Aimone Romizi, Alessio Mingoli, Jacopo Gigliotti e Alessandro Guercini -, tra le più amate del panorama rock italiano gireranno alcuni tra i principali teatri italiani con le canzone riarrangiate assieme al Maestro Carmelo Patti e un'orchetra comporta da Francesco Chimenti al violoncello, Franco Pratesi al violino, Matteo Del Soldà alla viola, Daniel Boeke ai legni, Ivan Elefante alle trombe e al flicorno e Francesco Pellegrini al fagotto. Quello dei Fask è un viaggio in quattro atti che ripercorrerà la loro storia, partita dal disco d'esordio "Cavalli" per arrivare all'ultimo "È già domani" del 2021. Abbiamo raggiunto la band telefonicamente, poco prima dell'esordio: "Siamo abbastanza provati, è stata una cosa complessa, ma vediamo la luce alla fine del tunnel".

Complessa in quali punti in particolare?

Tecnicamente, da un punto di vista musicale, perché siamo abituati a fare le cose in quattro, e già non è facile, aggiungerne altre sette è tosta, vanno messe insieme tante teste e devi capire quando non suonare, che per un musicista è sempre difficile. Quando si è in tanti, infatti, è importante capire chi suona, quanto, cosa, perché, per dare dignità al testo, farlo stare in piedi, come deve essere. In più, a livello orchestrale le cose devono essere digerite, non è un problema solo di suonare bene le parti, ma far sì che entrino all'interno della modalità con cui le suoniamo da 15 anni.

Non è la prima volta che rileggete le vostre canzoni, lo avete fatto in acustico, per esempio: come è stato metterci mano questa volta?

Visto che ci piace complicarci la vita non abbiamo né fatto un concerto completamente in acustico, né completamente in elettrico, le cose ibride sono le più difficili. È molto più facile andare dritti che fare le cose in cui c'è sia l'energia del live classico dei Fask, che un'ambientazione più intima, che crea il sentimento come fosse in acustica, insomma, è stato difficile. Ci abbiamo messo un po' a ingranare, ma alla fine siamo soddisfatti, siamo riusciti a trovare questa via di mezzo che è precisa.

L'idea di chi è stata?

È una cosa a cui pensavamo da tantissimo tempo, fin dal secondo, terzo disco, ci piaceva l'idea di fare un album con più elementi, pensare alla nostra musica in maniera ancora diversa da come la pensiamo su disco o dal vivo in maniera classica. Quest'anno si è creata finalmente l'occasione giusta, era il momento giusto di intraprendere questa strada, avevamo un disco nuovo, ci sentiamo pronti ad affrontarla. Poi i FASK sono una band che è cresciuta molto, mettere su un tour con oltre 20 persone dà problematiche logistiche: siamo in 11 sul palco, per gestirle ne servono altrettante, quindi siamo 25 persone, partiamo con un bilico da 15 metri, tre furgoni, due auto, è una cosa che prima non potevamo permetterci, ora che puoi sognare in grande fai la cosa che nascondevi nel cassetto.

Live del genere per band come la vostra, con un certo mood sul palco, è anche un modo per mettere alla prova la fedeltà del fan, no?

Alla fine conta sempre come sali sul palco, se fai sempre la stessa cosa anche la musica diventa routine, mentre noi cerchiamo sempre di mantenere un approccio puro, istintivo, forte, alla musica, ci piace camminare sul bordo del burrone, se non sentiamo quella vibrazione abbiamo paura che non stiamo facendo la cosa giusta per la nostra idea di musica. Così, nel corso del tempo, abbiamo avuto la possibilità di spiegarlo bene alle persone che ci seguono, che hanno capito. Noi siamo fortunati, abbiamo un pubblico estremamente cosciente che sa che da parte nostra c'è la massima serietà, vogliamo suonare bene ed essere una band che dal vivo non delude, poi a cascata, se spieghi anche perché vuoi fare cose che sono stimolanti innanzitutto per noi, la gente si fida. Visto il ritorno che abbiamo, questa è l'ennesima prova che fare le cose che ti stanno a cuore è l'unica scelta giusta in musica.

Quand'è che vi siete trovati quasi a cadere nel burrone?

Non siamo mai arrivati a quel livello perché abbiamo sempre sentito i campanelli d'allarme che arrivavano prima. Però ci siamo resi conto, dopo l'uscita di "Forse non è la felicità" nel 2017, che stavamo iniziando a ragionare in termini di "Ok, questa è la nostra roba, la sappiamo fare, vogliamo continuare a farla?". Insomma, stavamo entrando in alcuni loop che impedivano il giusto fruire che serve sempre quando scrivi. Quel momento lo ricordiamo bene perché ci siamo detti: "Ma di cosa stiamo parlando? Facciamo solo quello che ci fa stare bene". Uno dimentica sempre che la musica ha una componente emotiva, funziona quando funziona su di noi, quando cominci a fare altri ragionamenti è il momento che fotti tutto, quindi quando sentiamo quel campanello d'allarme fuggiamo via.

In cosa state cambiando?

È molto difficile vedere il cambiamento mentre accade, siamo molto emotivi, quindi andiamo a istinto, a volte per imitazioni. Non sappiamo dirti dove siamo, però, per dire, questo è un momento in cui riascoltiamo tantissimo i Clash, e chissà che non sarà un'influenza per le prossime evoluzioni, anche se in realtà dall'altra parte i War on Drugs sono sempre nei nostri cuori. Non siamo manco quelli che devono cambiare per forza, appunto, deve essere sempre una cosa che ti senti in quel momento, in più pensiamo che quando scrivi una canzone non devi manco starci troppo a pensare su. Tutti i discorsi che abbiamo fatto sul cambiamento sono sempre posteriori al cambiamento stesso.

Quest’anno sentivo molto il vostro nome tra quelli del festival, è un obiettivo?

In generale crediamo che sia un passaggio a cui tutti i musicisti pensano, poi noi non siamo quelli sgomitoni, pensiamo che andare a Sanremo voglia dire andarci col pezzo più bello che hai, quindi prima di tutto devi scrivere un bel pezzo. Ormai lì ci passano tutti, quindi ci piacerebbe, ma non lo colleghiamo a questo concerto, ovviamente.

Qual è stato il momento più complesso di adattamento delle vostre canzoni?

Guarda, una volta preso il via sulle canzoni da riarrangiare – la prima era Vita sperduta – è stato tutto abbastanza in discesa, capisci le cose che preferisci sentire, quelle che sembra abbiano più senso per un certo tipo di pezzo. Forse se proprio dovessimo sceglierne una sarebbe "Canzoni tristi", perché è un pezzo molto particolare, ha nascosta in sé due anime, una molto cantautoriale, chitarra sulla spiaggia, si presta bene a un arrangiamento semplice, dall'altra parte ha la sua forma più rock, trovare una via di mezzo che riuscisse ad integrare i due piani più l'orchestra è stato difficile, ma alla fine ce l'abbiamo fatta.

Questo il calendario dei concerti organizzati da Vivo Concerti:

  • Mercoledì 29 marzo 2023 – Perugia, Teatro Morlacchi SOLD OUT
  • Giovedì 30 marzo 2023 – Milano, Teatro degli Arcimboldi SOLD OUT
  • Mercoledì 5 aprile 2023 – Firenze, Teatro Verdi
  • Martedì 11 aprile 2023 – Torino, Teatro Alfieri
  • Domenica 16 aprile 2023 – Padova, Gran Teatro Geox
  • Mercoledì 19 aprile 2023 – Roma, Auditorium della Conciliazione
  • Sabato 29 aprile 2023 – Bologna, Teatro EuropAuditorium SOLD OUT
  • Mercoledì 3 maggio 2023 – Perugia, Teatro Morlacchi
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