"Il mio compito, il mio ruolo è quello di spiegare che Beethoven non fa paura, ci fa stare bene, ci fa venir voglia di stare insieme, piangere, ridere, ci dà felicità". Si definisce "pianista per caso" Ezio Bosso, che è anche compositore e direttore d'orchestra e il cui nome dal 2016 è diventato noto anche al grande pubblico. Il merito è di Carlo Conti, che decise di invitarlo come ospite d'onore al Festival di Sanremo dove Bosso eseguì "Following a Bird", composizione contenuta nell'album "The 12th Room" che subito dopo l'esibizione sul palco dell'Ariston finì nella Top 10 degli album più venduti. Da quel momento Bosso, che dal 2011 convive con una malattia neurodegenerativa progressiva, è diventato un personaggio pubblico con il merito di aver avvicinato tantissime persone alla musica classica, anche grazie a una serie di concerti sempre sold out: "Sul palco sono senza spartito, faccio tutto a memoria. Quando dirigo è come se avessi tutti i suoni scritto, primi e secondi violini, violoncelli, bassi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, tromboni, percussioni, io li ho davanti, per me è un contatto visivo, dirigere con gli occhi, con i sorrisi, mando anche baci quando qualcuno ha fatto bene" ha raccontato a Saverio Tommasi che lo ha incontrato subito dopo un concerto in memoria di Claudio Abbado.

L'importanza della memoria nella società odierna

Il ultimo suo lavoro come compositore è "The Roots (A Tale Sonata)" uscito lo scorso novembre, ma ormai è la direzione la sua comfort zone: "L'orchestra è la società ideale, dall'ultimo violino al primo flauto sono fondamentali, il migliorarsi di ognuno diventa il migliorarsi di tutti e diventare un'unica cosa che si chiamava la mutualità". E a proposito di migliorarsi, Bosso parla dell'importanza della memoria: "A volte è dura avere la memoria identica – spiega -, ti porta a ricordare così tanto di tutto, mi han dovuto togliere un pezzo di cervello ma non ci sono riusciti a toglierla ed è stata una delle mie fortune, questa memoria mi ha permesso di riprendere. Dico sempre che la memoria è importante, perché se non ricordiamo possiamo essere manipolati, come con la memoria della Storia, ti dicono che una cosa non è successa e te la fanno succedere di nuovo: penso alla storia del mondo, alle deportazioni, io sono sulla ruota, quindi mi ricordo quando quelli sulle ruote diventavano inutili. Ci si può ricordare che esiste la luce, a volte a furia di parlare di buio pensiamo la luce non ci sia più e non la cerchiamo".

La lotta contro il pregiudizio

A parte la dimenticanza, un'altra cosa che lo fa arrabbiare, dice, è il pregiudizio e lo spiega da una posizione "privilegiata", visto che di pregiudizio è stato spesso vittima: "Dal mondo della musica classica ho subito tanti schiaffoni, ingiustizie, insulti, come quello che esistevo solo perché avevo una malattia: è evidente, non è che posso negarlo, quindi è ovvio che la prima reazione porta alla rabbia, l'altra è quella di guardarmi le ruote… infatti ho messo delle ruote bellissime. È stata una vita basata sul lottare, sul pregiudizio. Fin da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d'orchestra, perché il figlio di un operaio deve fare l'operaio, così è stato detto a mio padre".

L'importanza dei momenti di felicità

A parte le tante difficoltà incontrate durante il suo cammino, comunque, il compositore non riesce a non pensare ala sua come una vita meravigliosa ("Avere una vita meravigliosa vuol dire anche aver dato e amato tanto") e soprattutto reputa fondamentale fare caso ai momenti di felicità: "Non so se sono felice ma tengo stretti i momenti di felicità, li vivo fino in fondo, fino alle lacrime, così come accettare i momenti di buio, sono una persona normale, mi fa paura quando vengo oggettivizzato, quando ho male ho male, talvolta sono arrabbiato, la mia filosofia è legarmi di più ai momenti felici perché quelli, poi, ti serviranno da maniglia per tirarti su, quando sei nel letto e non riesci ad alzarti".