Eros Ramazzotti sulla copertina di Vanity Fair
in foto: Eros Ramazzotti sulla copertina di Vanity Fair

Il nuovo album si chiama "Vita ce n'è" (uscirà il 23 novembre) e probabilmente il motivo di questo titolo sta tutto in quel momento in cui Eros Ramazzotti si è reso conto che sì, vita ce n'era ancora nel suo mondo musicale e che, quindi, poteva scrivere, suonare, registrare, senza finire nel calderone di quelli che vivono di nostalgia, grazie ai vecchi pezzi, quelli che "Ricordi? Meglio i primi album". Ci ha pensato su, ha riflettuto, ha soppesato una serie di elementi e soprattutto ha riascoltato e, chissà, avrà fatto ascoltare le sue cose nuove fino a convincersi che sì, poteva rischiarlo un altro album, anche perché sono mesi che la Universal lo supporta e parla bene del materiale su cui il cantante stava lavorando: "Ho passato qualche anno in cui non sapevo se continuare o fermarmi per sempre. Mi sono chiesto se continuare avesse un senso perché mi sono detto: ‘Che lo compongo a fare un disco tanto per farlo?'. Ci sono tanti artisti che vivono di memoria, non volevo iscrivermi al club" ha dichiarato il cantante a Vanity Fair che gli ha dedicato anche la copertina.

Gli esordi difficili

Si descrive come uno con una vita da film e un'adolescenza da ragazzo chiuso: "Ero chiuso, più che timido. Il mio migliore amico era Billy, il mio cane. Un pastore belga con il quale correvo e andavo in piazza a osservare e ascoltare gruppetti pieni di persone che non facevano altro che dire ‘andiamo a ballare, a divertirci, a mangiare una pizza'. Cazzeggiavano tutti. Io stavo in disparte e pensavo che la mia vita dovesse essere comunque un’altra roba", poi la musica, che ha scoperto quando aveva 5 anni, cominciando da autodidatta e la decisione di trasferirsi a Milano, i primi successi e con loro anche lo stress: "Da Terra Promessa, che vinse a Sanremo Giovani, avrò fatto il giro del mondo in 80 giorni, come Giulio Verne, almeno 200 volte" continua.

Le parole su Salvini che smaschera l'ipocrisia

Ricorda anche i primi sfottò, le cattiverie ("Dicevano che invece di cantare belavo? Me ne sono sempre fregato") e con molta onestà ammette che forse se avesse cominciato a fare musica oggi non è sicuro che avrebbe avuto tutto il successo che ha avuto, senza risparmiare una stoccata ai talent: "Oggi se i giovani resistono due generazioni sono dei mostri e sarebbe difficile emergere anche per me. Imbarcano chiunque per fare cassa e dopo una stagione li accantonano per dare spazio ad altri dieci disgraziati". Non disdegna, però, la musica nuova, da Ghali a Coez passando per Calcutta e nella sua prima intervista dopo tre anni parla anche di politica, del padre comunista che "immaginava un mondo equo in cui a tutti toccasse in sorte un pezzo di pane. Era utopia e lo scoprì sulla sua pelle" e di Salvini che a volte è "duro e pesante" ma "Smaschera l’ipocrisia generale".