Dieci anni fa, proprio di questi tempi, una band esordiva con “La ballata dell’ardito”, EP in formato CD-R ma confezionato con grande cura; non era un demo bensì un prodotto ufficiale, che nonostante la diffusione inevitabilmente precaria riuscì a raccogliere attenzioni nel già congestionato panorama rock nazionale. Il gruppo in questione è noto come Ianva, anche se alcuni lo chiamano Ianua: suona snob ma ha senso, dato che il lettering utilizzato ovunque, che rimanda all’antica Roma, si presta alla doppia interpretazione. E ambiguo, a ben vedere, è pure il termine in sé: “Ianua” sarebbe un antico nome di Genova, la città che all’ensemble ha dato i natali, così come è la parola latina per “porta” o “accesso”. Va da sé che gli Ianva non si sono fermati lì: hanno inanellato decine di concerti e hanno realizzato tre album – “Disobbedisco!” nel 2006, “Italia: ultimo atto” nel 2009 e “La mano di Gloria” nel 2012 – per il marchio autogestito Antica Fonografia Il Levriero, ritagliandosi uno spazio tutt’altro che ristretto, benché un po’ nascosto, nel panorama rock nazionale. Un ruolo di culto, insomma, forse l’unico possibile per una compagine dedita a una formula particolarissima: un abbraccio austero eppure carico di passione fra solennità e cupezze di sapore post-punk, canzone d’autore ed echi di progressive, colonne sonore e folk, allestito con chitarre acustiche, pianoforte, fisarmonica, una magnifica tromba, una voce maschile profonda e magnetica cui talvolta se ne alterna una femminile di non minore intensità, corroborato da imponenti cori e ritmi marziali di basso e batteria. E, poi, i testi, in un italiano aulico e fascinosamente démodé, incentrati per lo più su temi storici: “Disobbedisco!” è un concept sull’impresa compiuta a Fiume da Gabriele D’Annunzio, in “Italia: ultimo atto” sono affrontati fatti successivi all’armistizio dell’8 settembre 1943 e “La mano di Gloria” è ispirato all’omonimo, voluminoso romanzo distopico del frontman Renato “Mercy” Carpaneto, un passato alla guida di formazioni di area prog come Malombra e Il Segno del Comando.

Va da sé che una band con tali caratteristiche non può non accendere controversie, alimentate non solo degli argomenti trattati ma anche dagli aspetti grafici, dai riferimenti a gloria e onore, dalle critiche implicite e non alla società nella quale viviamo; questioni senza dubbio spinose che gli Ianva non traspongono in manifesti di propaganda partitica, ma che intrecciano in un affresco artistico di spiccata originalità e notevolissima forza evocativa. Lo so bene che sotto i palchi capita di avvistare camicie nere e braccia tese, ma di questo io – si perdoni, perché su certe cose c’è poco da ridere, la battutaccia volta a sdrammatizzare, ma non posso risparmiarmela – “me ne frego”: lo spessore, il carisma e le suggestioni di Mercy e compagni sono al di sopra dei significati politici che con malizia o superficialità si possono loro attribuire. E, conoscendo i vizi del cosiddetto Belpaese, non escluderei che gli ostacoli incontrati dai Nostri per farsi strada in ambiti più visibili derivino dal timore atavico dei media di dare appoggio a realtà di non agevole decodifica – con conseguente rischio di trovarsi in mezzo alle solite divisioni fra Guelfi e Ghibellini – e non dalla proposta del gruppo. Che non è pop commerciale, ok, ma che letteralmente esplode di un’espressività, un’armonia e un lirismo ai quali chiunque subisca la malìa della bellezza e dei progetti complessi non può rimanere insensibile.

In attesa del quarto capitolo propriamente detto, gli Ianva hanno pubblicato in CD e (a brevissimo) vinile una versione estesa de “La ballata dell’ardito” sottotitolata “Memento X-C”, con i tre brani del CD-R del 2005 (compresa la splendida cover di “Amsterdam” di Jacques Brel, con Stefania D’Alterio alla voce), “In battaglia” (adattamento di “The Battle” degli Strawbs, dall’EP “L’Occidente” del 2007) e quattro inediti, solo uno dei quali – “Terra bruciata” – è una vera canzone; gli altri sono invece strumentali integrati con significative testimonianze parlate. In pratica, un’operazione filologica che “restituisce” il debutto così come era stato concepito illo tempore, ma non fu possibile attuare per causa di forza maggiore: un modo coerente per celebrare i dieci anni di vita dei (non più) ragazzi genovesi, che per non smentire la loro indole hanno pensato di legarlo a un altro anniversario che ricorre in questo 2015, il secolo trascorso dall’ingresso dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale.