Era stato annunciato come il ritorno del rap in Italia. Il risultato? Un disco in grado di creare emozioni controverse, nella critica come negli ascoltatori. "17", il joint album di Jake la Furia ed Emis Killa è uscito lo scorso 18 settembre, arrivando subito nelle prime posizioni in classifica in Italia e in Europa su Spotify. Un successo dovuto sì alla grande attesa del pubblico per il ritorno dell'ex componente dei Club Dogo Jake la Furia, ma che è dipeso anche dalla scelta stilistica annunciata in precedenza dagli artisti. Qualcosa di nuovo nel panorama nazionale, che però va a riprendere i canoni dello street rap fine anni '90. Sono 17 le tracce all'interno dell'album, con le collaborazioni di Lazza in "Amici Miei" e "No Insta", Fabri Fibra e Salmo in "Sparami", Massimo Pericolo in "L'ultima volta" e Tedua in "Cowboy".

Un progetto con delle sonorità hip hop street, che però ha saputo farsi influenzare dai produttori. E allora ritroviamo Big Fish in tre brani con sonorità più pop come "Medaglia", "Amore Tossico" e "Lontano da me", ma anche la presenza di Dat Boi Dee in "Broken Language" e "Quello che non ho" a dare una presenza più massiccia alle sonorità trap. Un album lontano dalla matrice trap in tendenza in questo momento, costruito attorno all'idea di riportare l'hip hop dove è nato: in strada. Un disco in grado di creare contrasti dalla sua uscita, anche per questo un fenomeno musicale da tenere sott'occhio.

La prima domanda è: come nasce "17"? I progetti musicali in coppia non sono un habitué nel panorama rap italiano, soprattutto per due tra gli artisti più riconosciuti della scena. È frutto del vostro rapporto personale o pensavate che era il momento giusto per collaborare in un disco?

Emis Killa: Il rapporto tra me e Jake si è evoluto soprattutto nell'ultima parte della mia vita. Ci conosciamo da un sacco di tempo e abbiamo collaborato praticamente da subito, appena ci siamo conosciuti. Siamo diventati davvero amici con l'avanzare della mia età, nel senso che quando ci siamo conosciuti lui era un adulto e io ancora un bamboccio. Ho capito che potevamo fare un disco perché era nell'aria da un po', da qualche anno. Da quando è nata questa idea però abbiamo capito che si sarebbe potuta fare senza problemi. Era un desiderio di entrambi. Poi finalmente è arrivato il momento e abbiamo avuto il giusto tempismo per farlo.

La prima volta che vidi Emis Killa era piccolo, arrogante e lampadato. Ma aveva quel fuoco negli occhi che ti faceva capire che ce l’avrebbe fatta. Aveva fame. E talento. Col tempo è diventato un grande rapper, ed è diventato un grande amico, e questo è molto più difficile, ve lo assicuro. Ho sempre pensato che se un giorno qualcuno avesse raccolto la mia eredità, sarebbe stato lui. Non potevo immaginare che avremmo iniziato questo processo facendo un disco insieme. Questo sarà un disco importante, se vi aspettate di ballare vi sbagliate. Vi faremo sentire l’odore del sangue. “17” l’album di EMIS KILLA e JAKE LA FURIA fuori a settembre. Il primo singolo “Malandrino” sarà fuori il 24 luglio. Preparatevi.

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"No Insta" con Lazza è un attacco diretto alla nuova scena, soprattutto riguardo a due espressioni che ritornano molto nei versi dei talenti più giovani: “Uscire dalla strada” e “Far felici la propria madre”. Credete che questo tipo di narrazione hip hop abbia reso monotono lo storytelling rap italiano? Che valore ha questo disco, in questo momento, con questa attitudine?

Jake La Furia: È un disco che vuole contrapporsi a tutta questa scena qua, perché è un progetto crudissimo e pesantissimo. La musica rap in alcuni frangenti ha raggiunto dei livelli talmente demenziali che andava fatto qualcosa per rimetterla a posto. No Insta non è ovviamente un pezzo contro Instagram, è un pezzo contro l'atteggiamento di Instagram, l'atteggiamento in poster di fingersi qualcosa che non si è. Cioè la musica non conta più niente, per cui tu sei musicista, ma l'ultimo filone delle cose che fai è la musica. Viene fuori musica che è una merda, non è musica.

Ci sono delle linee melodiche in brani come “Amore tossico” e “Lontano da me” che tendono ad allargare il range musicale del disco, dando ai ritornelli dei due brani una sonorità quasi pop. Quando avete pensato al disco, alla sua produzione e alle sue sonorità, quale importanza hanno avuto la scelta dei ritornelli? Ma soprattutto quanto è importante, adesso ma anche in passato, avere un ritornello pop per entrare in radio.

Emis Killa: Entrambi i pezzi li ha aperti lui (Jake) in realtà. Penso che questo tocco pop, in senso positivo, sia dato dal fatto che entrambi i pezzi siano stati prodotti da Big Fish. Secondo me non è più importante pensare un pezzo per la radio. Ormai per misurare il successo di un progetto, per certi versi, è più utile osservare la top 50 di Spotify che quella della radio.

"Amore Tossico" con Edda come nasce? Fa strano perché Edda rappresenta il contrario del "macho" che rappresentate nell'album.

Jake La Furia: Amore Tossico è il pezzo meno macho del mondo, per questo contiene il pezzo di Edda. Io invece sono molto legato a lui e ai Ritmo Tribale perché per me sono stati un po', anni prima, quello che poi sono stati i Club Dogo per Milano, un gruppo molto sentito dalla città. La cosa che fa ridere di questo pezzo qua è che io, ho incontrato lui per strada, io il pezzo già l'avevo fatto, non avevo idea di dove fosse lui. Lui mi ha riconosciuto, io l'ho riconosciuto, avevo il telefonino con il pezzo dentro e gliel'ho fatto sentire. Lui è stato contentissimo e alla fine mi ha dato il permesso di farlo, di prendere il campionamento. Non gliel'ho fatto rifare perché lo lo canta in un modo straziante quel ritornello e lì doveva essere così. Per cui anche lui è stato contento di lasciarlo così.

Il rapporto con i featuring è sembrato abbastanza chiaro. Sembra che tutto sia girato attorno a Milano e alla gente che l’ha vissuta, chi più come Lazza e Fibra, chi per adozione come Salmo, Tedua e Massimo Pericolo. Questo disco potrebbe anche essere un testamento da lasciare alla città, come un picco della storia hip hop del capoluogo lombardo?

Emis Killa: Il rapporto con i featuring è stato gestito prettamente da necessità artistiche. In base ai pezzi, pensavamo che su "Sparami" ci stesse bene Salmo, l'abbiamo contattato e gli abbiamo chiesto di fare il featuring. Il fatto che fossero tutti di Milano non è assolutamente ricercato, anche perché oggi trovamelo un rapper che ha dei numeri, che lavora con la musica, che non abita a Milano. Anche tanti rapper romani o di Napoli che non sono già qua, mi dicono che si vogliono trasferire. Ma non perché Milano è meglio, è comunque una terra fertile se vuoi coltivare questo tipo di carriera, secondo me.

Quanto e come è cambiata Milano, rispetto alla vostra generazione?

Emis Killa: Milano in realtà non la vedo così cambiata radicalmente, il cambiamento più evidente a Milano sono le nuove generazioni, io facevo parte di quella dei tamarri e basta, nel senso che andavamo a ballare e passavamo il tempo in maniera un po' discutibile, invece adesso i ragazzini li vedo sul pezzo con la moda, la musica. Questa è la cosa che più risalta secondo me.

Nel brano “Quello che non ho”, ultima traccia del disco, sembra venire fuori un’insoddisfazione cronica, una continua ricerca di qualcosa di nuovo da conquistare. Vi sentite come se aveste raggiunto tutto ciò che si doveva raggiungere nell’immaginario hip hop con questo disco?

Jake la Furia: Non pensiamo di aver raggiunto tutto quello che si poteva raggiungere e quello che non ho è la dimostrazione di questo. Denota una patologia, non è un pezzo positivo, una patologia di non esser mai contento, che è un po' croce e delizia. Un po' quello che ti porta a voler fare sempre meglio, ma quando hai fatto meglio non essere mai contento di quello che hai fatto. Tutti e due abbiamo la sindrome del farci schifo. È quell'insoddisfazione generale per cui ti spingi sempre nel volere di più, quindi a fare di più, a farlo meglio e poi quando l'hai fatto, niente passi subito alla parte successiva.

"Darei 2 colpi alla tua tipa ma appena apre bocca le darei 2 colpi in testa, fra, con uno shotgun". In tutti il disco si fa riferimento alla figura della donna in una narrazione spesso machista. È questa l'unica narrazione che si può avere nel rap italiano della figura femminile?

Emis Killa: Sono stanco di spiegarle queste cose, mettiti nei miei panni. Ad ogni disco c'è sempre la rima a cui si attaccano e rompono le scatole. Secondo me non c'è niente da spiegare, la gente parla così, è inutile fare gli ipocriti. Al bar, in qualsiasi ambiente, ma anche se vai in un qualsiasi ufficio, sono frasi che si dicono quando parli con l'amico. Le dicono sia gli uomini, sia le donne, però se lo fa il rapper subito chiedono il perché di questa roba".

Questo disco raccoglie alcuni dei migliori produttori italiani, dai più esperti Big Fish e 2nd Roof ai più giovani Low Kidd e Dat Boi Dee. Com’è stato raccogliere identità musicali diverse in questo disco, ma più in generale come è cambiato l’approccio con il produttore e il modo di lavorare assieme?

Jake la Furia: Secondo me è un disco che suona benissimo, i pezzi l'uno con l'altro, perché abbiamo preso i beat senza quasi neanche sapere di chi fossero, ci siamo detti all'inizio. "Ascoltiamo tutto quello che arriva" senza pregiudizi, senza chiamare il produttore per dirgli "Dobbiamo fare la hit" o "Dobbiamo fare il pezzo". Ci siamo affidati al suono e non al nome. È la base che ci piaceva e allora contattavamo il produttore per dirgli: "Ok prendiamo questa".

Noyz Narcos, dopo la pubblicazione del suo album "Enemy", ha affermato che non crede che questo lavoro si possa fare in eterno, che dopo una determinata età produrre musica hip hop di qualità e soprattutto riprodurla dal vivo diventa impossibile, facendo un esempio con Jay Z: “Non mi immagino con il cappelletto storto a 50 anni, non siamo come Jay-Z che può salire sul palco anche in smoking”. Qual è la vostra percezione su questo argomento, e può essere anche una questione al di fuori dell’aspetto estetico?

Emis Killa: Quando mi chiedono: "Ma secondo te quando avrai 45 anni farai ancora il rap?". Ti dico: "Non credo che farò ancora il rap, ma farò musica. Sicuramente se farò ancora rap, non lo farò in questo modo.

Jake la Furia: Secondo me tu puoi fare quello che fai fin quando non sei ridicolo. Non è un dato anagrafico, Eminem ha 50 anni, ma gli vuoi dire di smettere di rappare? No. Finché sei credibile a fare quella cosa lì, la fai bene, puoi continuare a farla tutta la vita. Quando non la fa più bene, perché i tempi ti hanno sorpassato, allora devi smettere.