Edda
in foto: Edda

La chitarra funky parte subito e in coppia col titolo dà già l'idea di dove vuole andare a parare Edda, nome d'arte di Stefano Rampoldi, da anni una delle voci più particolari  e amate della musica alternativa italiana, tornato nel 2009 da solista, dopo un po' di peripezie e un lungo lavoro coi Ritmo Tribale e approdato oggi al suo quinto album da solista. Niente male per un artista che dopo "Semper Biot" spiegava che avrebbe anche potuto fermarsi là e invece ha preferito continuare e, a due anni da "Graziosa utopia" – forse uno degli album italiani più belli di questi tempi -, pubblicare qualcosa che va ancora più verso la direzione della musica leggera, come ci tiene a sottolineare. Una musica leggera, però, che forse è più nella parte musicale che in quella testuale in cui il cantante continua a metterci tutto se stesso, talvolta anche in maniera amara (come in "Edda" in cui parla della madre appena morta). "Fru fru" è un lavoro che probabilmente spiazzerà i vecchi fan del cantante, ma che, spiega, ha in sé un'idea etica: "È una scelta di sonorità non aggressive, non violente. Non voglio essere né palloso né aggressivo, voglio fare musica di intrattenimento".

L’unica volta in cui ci siamo sentiti al telefono, era il 2009, eri in pausa su un ponteggio. Ora dove sei?

Ora sono a Milano, sto facendo le prove.

E a parte il luogo fisico, oggi dov’è Edda?

Ora sono sulla musica leggera, dove più o meno mi stavo indirizzando con ‘Graziosa utopia', è quella la direzione, la chiamerei musica leggera o anche vulgar pop, visti contenuti scabrosi, ma neanche tanto, dai. Se Mahmood lo hanno cantato in Chiesa, comunque, visti i miei testi a me non lo permetterebbero.

All’epoca mi dicesti che Semper Biot avrebbe anche potuto essere il tuo unico album, poi ci hai preso gusto, però…

Cerco di andare avanti, finché mi vengono delle canzoni provo a buttarle fuori. Il fattore che interromperà la mia carriera sarà quello per cui non mi verranno più, e allora andrò a consegnare le pizze, ma finché vengono…

Tra l'altro parli di musica leggera in un periodo in cui pare che sia un po' da pazzi, invece già dalla chitarra funky di ‘E se' si capisce dove vuoi andare a parare…

È una scelta di sonorità non aggressive, non violente, quasi una scelta etica, non mi va né di essere palloso, menoso e piagnucoloso, né di essere aggressivo, mi piace così, voglio essere sciolto, tranquillo, voglio fare musica di intrattenimento e basta.

Intrattenimento almeno per la parte musicale, poi come dicevi prima i tuoi testi non li canterebbero in Chiesa.

Beh solo alcuni pezzi, perché in una canzone il testo è buono quasi per intero poi a un certo punto… no dai, alla fine non è che faccio le cose a tavolino, mi vengono così e le faccio così.

Tra l'altro quello sessuale è un campo semantico da cui attingi parecchio, assieme a quello religioso: questo tipo di scelte, ricorrenti, nascono da un tuo sguardo particolare, una tua curiosità, verso quei campi?

No, no, quando mi viene la musica le prime parole che mi ispirano le butto giù, quindi è una cosa dovuta più all'inconscio, non è che quando mi fermo a pensare a una canzone decido di scrivere di una cosa, la prima cosa che esce dalla mia mente diventa testo.

Ascoltando Vanità mi veniva in mente una sorta di flusso di coscienza, infatti.

Sì, esatto, è quella roba lì, non ho manifesti, mi interessa seguire l'emozione, poi se le parole seguono l'emozione che mi dà la musica bene.

Tra l'altro nelle tue storie ci sei sempre tu e lo si vede anche col discorso di Hare Krishna.

Sì, racconto in po' di me, della mia vita, ma senza neanche pensarci troppo

Come vedi l'accoglienza rispetto a quello precedente, anche se è appena uscito?

Guarda, lo considero il più bel disco che ho fatto, quindi mi auguro che possa piacere, ma già il fatto che piaccia a me, che poi dovrò suonarlo, è un bene.

Ho saputo che Sanremo non lo faresti, però ti piace la trap, giusto?

Sì, la sto seguendo, sai nella musica indie i testi li trovo un po' ripetitivi, un po' noiosi, non che la trap non abbia sempre gli stessi temi, però c'è sempre una frase strana, c'è sempre qualcosa di particolare, poi sono i personaggi in cui mi ci rivedo di più.

La tua è una storia trap più che cantautorale, tra l'altro odi il termine cantautore, o no?

Sì, ditemi qualsiasi cosa ma cantautore no, anche perché poi, vedi, i testi non sono cantautorali, per niente, non ho pretese di significato, anche se qualcosa c'ho dentro anche io.

Però tu sei incluso in quel mondo là, sei in quel calderone alternativo che spesso collima con quello cantautorale…

Certo, ma se guardi bene il prodotto lo vedi che non lo è, i cantautori hanno una ricerca del testo, del significato della poesia enorme, a me interessa trovare le parole per cantare e che siano parole che corrispondano a livello emotivo.

Però se ascolto "E se", io una struttura la trovo, un lavoro c'è: nella prima parte dici una cosa ma nella seconda parte la racconti in un altro modo, ci avrai ragionato su, no?

Certo, e infatti poiché sono libero di scrivere quello che voglio, non sono obbligato a fare un trattato, un saggio: nei testi però posso anche ragionare e da un lato partire con una piega e poi capovolgerla completamente. Mi sono venute quelle frasi lì, poi a ripensarci bene non è che sia questo diavolo dannato. È una questione di libertà assoluta, non devo dimostrare di essere un cantautore, non mi interessa, mi interessa cantare melodie che mi piacciano e parole in cui mi ci ritrovi.

Penso anche a The soldati quando canti “Sono frocio a Natale / sono quello che ti pare”.

In quel pezzo faccio la summa, "non c'è molta distinzione tra un cantante ed un coglione" canto, nel senso che non sono proprio un poeta, ma perché semplicemente non lo sono, è solo che io non sono quella cosa là. "Sono quello che ti pare", appunto, a proposito di libertà.