Caro diario,

questo è il primo giorno del tour in Europa, sono talmente piena di suggestioni che non saprei da dove cominciare. Intanto posso garantirti che sarò schietta, onesta e sintetica, cercherò quindi, di ravanare nella mia memoria le istantanee più incisive, impresse durante questa lunga giornata passata a Berlino.

Sinceramente, se immagino di confidare solo a te le avventure di quest'esperienza, mi viene più facile scrivere, ma se penso che chiunque possa leggere questi frammenti, mi cala letteralmente la nebbia nella testa, come quella che risucchia, giocando a nascondino con i miei occhi, la cima più periferica della torre di Alexander Platz.

Berlino è unica nel suo genere, eppure oggi mi sembra una città ancora lontana dall'essere, e seriamente intenzionata a “diventare”, un po' come gli uomini quando decidono di mettere il proprio “io” nelle mani di un riscatto morale e iniziano dall'abito. Forse la preferivo prima, con la sua romantica decadenza e grande apertura mentale. Oggi sembra ripulita dalle sue bizzarrie a cielo aperto, che sicuramente continuano ad esistere nelle sue cantine più recondite e nei locali più originali e infrattati d'europa. Gli imponenti murales che dominano le pareti delle banche, le insegne colorate dei fast food di ogni nazione, le luci soffuse dei negozi di vestiti usati, le scritte in turco, arabo, russo, italiano, la settimana delle luci, in cui si proiettano immagini in movimento sui più importanti monumenti della città, fanno da contrasto ad un cielo vitreo, compatto e impenetrabile. Questo è immutabile. L'aria stranamente non è ancora fredda e avverto una singolare sensazione di familiarità, che non so spiegare, ma che in qualche maniera mi avvolge e mi piace. Anche durante il concerto ho provato questa sensazione, non mi è sembrato vero di vedere tutti quegl'italiani e di incontrare volti familiari di amici che da anni vivono, amano, lavorano e crescono giorno dopo giorno a Berlino. A detta loro, scambiando due parole, stanno tutti bene, le solite cose: manca il sole, il cibo, il mare, la luce, il calore della gente, poter salire e scendere dall'autobus sempre dalla stessa porta, ma alla fine stanno li, e non è un caso se ci sono rimasti.

E come dice Marion nel film “Sotto il cielo di Berlino”, – dobbiamo finirla, prima o poi, con questa faccenda del caso. Non so se ci sia un fine, ma so che ci dev'essere una decisione. – Io per esempio ho deciso di nutrirmi di storie, di viaggi, di odori e immagini di altri paesi e portarli a casa mia, nelle mie canzoni, in quel piccolo, incoerente ma affascinante paese che chiamano Italia.

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