Caro diario,

è la prima volta che vengo a Lussemburgo, ammetto di non sapere proprio cosa aspettarmi da questa città, forse perchè non è la classica meta di cui tutti parlano e che sogni di visitare sin da piccola. L'impatto in effetti è stato strano, arrivando di domenica e all'ora di pranzo, ci siamo ritrovati ad attraversare una città deserta, austera, disciplinata e ostinatamente pulita. Sembrava che il rumoreggiare dei nostri trolley sull'asfalto, echeggiando nelle strade solitarie, facesse vibrare i vetri delle finestre, dietro le quali immaginavo ottantamila persone pranzare in religioso silenzio e rigorosa postura.

Un arcobaleno di foglie colorate aggrappate a rami carichi di autunni da raccontare, tetti spioventi e lance acuminate che puntano dritto alle nuvole, regalano un tocco di romanticismo ad una città che tutto è fuorché romantica. Dominata da banche e banchieri, dal business e dalla finanza. In questa città si viene a lavorare e poi si va via, ha una testa, un corpo, forti braccia e gambe, ma non sento il cuore che batte. Una sorta di Dogville di Las Von Trier, un perimetro ben disegnato, dove tutto funziona negli schemi previsti, dove basterebbe un qualsiasi elemento di disturbo, per sconvolgere l'ordine apparente in cui è imbrigliata.

Di certo gli abitanti del posto, hanno un debole per gli Italiani, questo è palpabile, son gli unici che riescono in qualche maniera a sconvolgere la loro vita, amano la musica e la buona cucina, i sorrisi e la nostra ironia. Ma l'energia che avverto è implosiva e tutto questo silenzio è troppo assordante per le mie orecchie… per fortuna sta per iniziare il concerto!