15 Maggio 2013
05:50

Daft Punk, ascoltare il nuovo disco cercando il pelo nell’uovo

Random Access Memories è uscito da due giorni, in anteprima, su ITunes ed i fedelissimi del duo francese hanno inondato il web di commenti. Ecco la modesta analisi di un’opera degna dei Daft Punk che soffre molto le aspettative di chi stava lì, impaziente, braccia conserte.
A cura di Andrea Parrella

Esultino i dj di tutto er monno intero, perché se c'è una verità indiscutibile è che questo litigatissimo Random Access Memories, il nuovo album dei Daft Punk uscito solo ieri in anteprima, spalanca le braccia ai remix, ai tagli, alle insopportabili versioni disco (che ti ritrovi a Ibiza come ad Agropoli la notte del 15 luglio e da quel giorno te le porti dietro per un'estate intera), a chiunque voglia fare buon uso di questo coacervo di sonorità levigate sino all'ultima frequenza, spesso volutamente prevedibili, o diremmo di genere, quindi, per questo, pensate. Quei discorsi da finti esperti che dici: visto come so' stati bravi a farla così brutta? Ci sono almeno cinque tracce che potrebbero essere terreno fertile per revisioni. Si può concludere che sia questo il primo elemento di un disco bello ma disomogeneo e molto pieno di sé, che subisce inevitabilmente il peso dell'aspettativa, di una valutazione che uno parto che gli dà 10 e che se alla fine gli dà 8 il risultato è -2.

La riflessione porta a credere che non si possa concepire l'opera in maniera distaccata dall'accezione di "operazione commerciale", l'ingranaggio ultimo di una gigantesca e gioiosa macchina "da guera" che da anni ha impreziosito il duo francese di un'invisibilità misteriosa che ha fatto domandare a tutti quando, finalmente, sarebbero tornati. La seconda constatazione dopo circa tre ascolti è che Get Lucky sia l'unico vero singolo, inteso in senso strettamente radiofonico, di questo cd. L'unico possibile, costruito con una saggezza e astuzia musicale e commerciale percepibile solo nell'ottica dell'ascolto completo. Preso singolarmente, il primo dei due pezzi con Pharrell (e Nile Rodgers) aveva fatto storcere il naso ai più fedeli, a causa di una struttura non troppo innovativa ed un lavoro sui suoni che lasciasse intendere molto l'influenza di una grande major discografica come la Sony sui risultati da ottenere. Ma chi temeva che tutti i frammenti del disco prendessero quella deriva è stato contraddetto: Get Lucky è il solo pezzo dotato di una struttura convenzionale, in cui una strofa e un ritornello siano distinguibili e memorizzabili. Per il resto, il mondo è già riuscito a ironizzare a dovere sull'assenza del peso innovativo atteso con il magnifico video esplicativo di cui sopra.

E'  lo stesso Pharrell Williams a condizionare con il suo timbro inconfondibile l'altro pezzo al quale prende parte, Lose yourself to dance,  di fattura degnissima che non avrebbe nulla da invidiare ai colleghi più illustri dei Daft Punk, non fosse che si dimentica di finire: ha la durata della digestione di un piatto sostanzioso ed è una durata che non fa niente per nascondersi, dunque stanca. Effetto differente genera la traccia che divide in due il disco, Touch, con la voce dissonante e meravigliosa di Paul Williams: una lunga avventura spaziale che non si sa mai dove vuole andare a parare, ma alla fine hai la sensazione che il giro itinerante ti abbia regalato molto. Si fanno ascoltare e notare altre tre tracce in particolare: quella di apertura, Give life back to the music, cugina di secondo grado di Get Lucky, ma molto più raffinata e sui generis; la narrazione del musicista Giorgio Moroder (che però soffre di una similitudine troppo invadente con Supernature di Cerrone); infine la mistica Motherboard, ai limiti con il mero esercizio di stile, ma una gran prova di sensibilità musicale.

La valutazione complessiva risiede in una similitudine cinematografica, forse pretestuosa, della quale il lettore mi scuserà: Random Access Memories somiglia maledettamente all'impressione scaturita nello spettatore neutro alla visione di Djungo Unchained, l'ultimo film di Quentin Tarantino. La delicatezza e la saggezza creativa non lasciano spazio alla benché minima smagliatura in un'opera che è una continua e meritata ostentazione delle proprie capacità. Soprattutto è un continuo omaggio  ad un genere, un particolare comparto della storia della musica. Non si grida al capolavoro perché gli inchini ai Daft Punk sono stati ampiamente spesi, la riconoscenza che la musica moderna gli deve è incalcolabile ed è impossibile che i talentuosi non li prendano a riferimento. Adesso è il tempo di cercare il pelo nell'uovo, ma concretamente, a conti fatti, resta che non ci sia una sola traccia che non resti in testa già dal primo ascolto.

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