Roberto Colella (La Maschera) e Laye in Senegal
in foto: Roberto Colella (La Maschera) e Laye in Senegal

Guagliù … e mo chest’ come lo racconto? Ho condiviso centinaia di esperienze con questa “angoscia”, con la presa di coscienza del fatto che descrivere realmente il vissuto di quei giorni fosse pressoché impossibile. A partire dagli odori, impregnati di mare e sabbia fin dal primo passo, dalla luce, così forte per l'assenza di alte costruzioni o per il riflesso della sabbia, dagli occhi, circondati da miseria e abitati dalla più grande ricchezza. Il nostro viaggio è figlio del caso, come l'incontro con Laye, come gli ultimi 3 anni della mia vita.

Un palco condiviso per gli operai della Fiat l’estate scorsa, a piazza Dante, quattro chiacchiere e un biglietto da visita. Il resto è curiosità, mia verso un mondo apparentemente lontano, di Laye verso un mondo che ormai conosce fin troppo bene. Il tutto esplose la mattina dopo il concerto: lui intento a mettere ‘a machinetta ‘ngopp’ ‘o fuoco, io come al solito a strimpellare la chitarra di servizio. Sulle prime note si blocca, riconosce l’atmosfera e dice qualcosa su un genere musicale africano di cui non ricordo il nome, qualche secondo di silenzio e inizia a cantare: cantò in wolof. Non appena finì la sua strofa, senza alcun motivo, iniziai io dicendo “Viento cavero che saglie”. Eravamo due perfetti sconosciuti, che cantavano in due lingue diverse, che per magia, senza sapè, raccontavano la stessa cosa. Le prime note, quel giorno, erano le stesse che dal 7 aprile potrete ascoltare all’inizio di “Te vengo a cercà”, canzone che accompagna la nascita di un’amicizia fatta di chilometri percorsi e raccontati, di storie africane e visceralità napulegna. Di “Sante Yalla” e “’a maronna t’accumpagna”. Di musica!

Qualche mesetto più tardi, durante una normalissima passeggiata nei vicoli, Laye esordisce con un “Rob, torno in Senegal, non so come ma ne ho bisogno”… Non potevo credere che facesse sul serio, che veramente volesse lasciarsi alle spalle i 17 anni vissuti qui a Napoli. E tra il più assoluto stupore, tra la tristezza mista all’emozione, le uniche cose che riuscii a pensare e dire furono “ok, nun saccio comm’, ma t’accumpagno”. Tutto aveva un senso in quel momento, dalla prima all’ultima parola di un testo scritto di getto, che però sembrava raccontarci. Il caso mi aveva proiettato alla ricerca delle origini di un amico, di un popolo che paradossalmente è parte della nostra cultura e che (adesso posso affermarlo) conoscevo così poco.

Vivere il Senegal “dall’interno”, vivendo in casa con la famiglia di Laye, è una di quelle cose che non riuscirò mai a descrivere come meriterebbe. Dirò solo che gli ospiti diventano figli, a cui danno persino il nome africano; gli amici invece, preziosi fratelli! L’accoglienza della gente è qualcosa che si avvicina molto ad una Napoli nobile, viva nei racconti degli anziani. Il semplice saluto è motivo di felicità sincera, e si è perennemente predisposti al passo verso il prossimo. C’è un’immensa povertà e al tempo stesso un’immensa abbondanza d’animo, che però non sempre sfama le famiglie, disseta i bambini, cura le ferite. Diventare amici del quartiere di Laye Ba è veramente semplicissimo. Esci di casa tra polvere e sabbia, un falegname lavora in strada; Ismala come ogni giorno è lì nel minuscolo chioschetto a vendere beni di prima necessità, i bambini vanno a scuola investendoti con il più bel sorriso e stringendoti la mano, zia Fatoo nel suo furgoncino. Ognuno emana energia positiva, ognuno sorride, ognuno saluta augurandoti buona giornata.

Disegno di Roberto Colella
in foto: Disegno di Roberto Colella

Tornando a Laye, c’è qualcosa che vale la pena raccontare. Molti a Napoli ignorano (anche noi lo ignoravamo) la sua incredibile fama in Senegal per una hit composta nel 1996 e divenuta tormentone di tv e radio per 4 anni: “Sow Puloo Ardo”. Più volte a Dakar abbiamo avuto prova del grande successo del brano. Laye Ba veniva riconosciuto ogni giorno (nonostante un look totalmente diverso dal ’96) ad intervalli regolari di 15/20 minuti. Ad un concerto a cui abbiamo assistito, riconosciuto Laye tra il pubblico, i musicisti lo circondano suonando e ballando la sua hit, per dargli il bentornato. Terzo punto e più importante: dopo tre giorni di soggiorno in Senegal ci ospita in diretta la TFM, una delle più importanti tv nazionali (l’emittente televisiva di Youssou N’dour), per raccontare il ritorno a casa di Laye Ba insieme a una band di Napoli. Poi la Walf TV, poi la 2STV. Infine Le Quotidian ci dedica una pagina intera. Il tutto in appena 10 giorni.

La musica in Senegal – l’arte in generale – ricopre un ruolo quasi SACRO per il popolo e per il governo. Tant’è che lo spazio dedicato alla cultura, in tv e sui giornali, è di gran lunga maggiore rispetto a tutti gli altri argomenti. Un valido esempio dell’attenzione ai contenuti culturali può essere spiegare cos’è il Gran Teatro di Dakar, straordinaria e maestosa struttura con una capienza di oltre 1800 posti. E, credetemi, osservare la platea vuota dal palco fa venire la pelle d’oca.

Abbiamo visto luoghi, piccoli angoli di paradiso che furono patria di guerre e oscenità (Goréé, nota come isola degli schiavi; e Ngor). Foreste, strade deserte e occhi stanchi. Abbiamo riscoperto le origini di un nostro fratello, alloggiando a casa di sua madre, cenando con suo padre, innamorandoci della sua famiglia. Siamo stati a contatto con la realtà musicale, con quella umana. In soli dieci giorni mi è sembrato d’esser figlio di Yoff, del quartiere, e di avere centinaia di fratellini più piccoli, con cui in pochi minuti e in lingue diverse si condivideva tantissimo. E che alla nostra partenza verso Napoli ci hanno salutato in lacrime.