2 Luglio 2021
10:44

Cosmo è tornato più politico che mai: “La mia reazione all’ondata repressiva dell’ultimo anno”

Cosmo è tornato con “La terza estate dell’amore”, un album politico, nel messaggio e nell’idea musicale, come spiega lo stesso musicista a Fanpage.it. Il cantante è riuscito, in questi ultimi anni, a trovare una strada libera, in grado di unire dance e pop, e questa volta ha spinto ancora di più sul messaggio politico e sul rapporto con al contemporaneità.
A cura di Francesco Raiola

Cosmo è tornato con "La terza estate dell'amore", un album politico, nel messaggio e nell'idea musicale, come spiega lo stesso musicista a Fanpage.it. Il discorso agli Stati Generali di Roma organizzati da Aboubakar Soumahoro, che ebbe enorme riscontro, era il risultato di una serie di riflessioni che stavano formando il suo nuovo album, quello arrivato dopo l'incredibile successo di Cosmotronic, che ha confermato Cosmo come uno degli artisti più eclettici del panorama italiano, in grado di unire l'elettronica, l'house, le derive più tribali ma riuscendo a essere sempre pop, accessibile a un pubblico sempre più vasto. Questo nuovo album continua quell'idea, ovvero una ricerca continua sul suono, aggiungendo un messaggio politico che Cosmo riesce a tradurre in immagini, versi e punchline che non sono didascalici ma che arrivano dritte in testa.

"La terza estate dell'amore" è un album politico, che sembra aver interiorizzato il discorso di Fisher e del suo Realismo capitalista per cui “Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine". L'idea di base è il ritorno a un'idea diversa di rituale e di ideale, no?

Il rituale ha un rapporto con il sacro e la trascendenza che è stato eroso piano piano. Penso sia una cosa secolare, ma che ha avuto un ritorno soprattutto in questi ultimi anni di boom e crisi varie, specie negli ultimi 30 anni di neoliberismo. È prendere consapevolezza di questa mancanza, e in una situazione pandemica è inevitabile, nel senso che questa dinamica è al massimo storico. È un ribadire l'importanza della musica e del rituale connesso alla musica, io amo e intendo la musica come aggregazione, con tutti i benefici che può avere a livello sociale e con tutti i significati politici che può avere, perché nel momento in cui devi essere semplicemente un consumatore o un individuo che va dal punto A al punto B per comprare una cosa e poi devi tornare a casa, hai svuotato lo spazio pubblico. Non è che c'erano grossi progetti o premesse per renderlo vivo, anzi il problema dell'aggregazione è un problema di ordine publico è un problema di responsabilità, quindi mi piace ribadire il contrario.

Quanto quello che è successo dopo il tuo discorso agli Stati generali di Piazza San Giovanni ha segnato la strada dell'album?

Quel discorso è stato più un venire allo scoperto su questa cosa, il disco era ampiamente in lavorazione e avevo capito che avrei voluto andare diritto su una politicizzazione del mio percorso artistico. La cosa difficile della politicizzazione è capire come renderla artisticamente appetibile, godibile. Io non ho mai amato tanto la canzone di protesta, perché era troppo esplicita, è sempre sottile il confine tra la retorica e il riuscire a trasmettere un godimento musicale, per questo ho cercato di darmi un ordine e mi sono detto che volevo che la mia musica e le mie canzoni fossero politiche ma non nel declamare troppe cose. Volevo da un lato che le canzoni lo fossero di fatto politiche, che fossero esemplari, quindi mi sono messo su una scrittura molto libera e una produzione che fosse essa stessa una testimonianza di una rottura, e dall'altro dare più spazio, nelle interviste, nei manifesti con cui accompagno il disco, nei post che faccio, a questa cosa qua.

Insomma, la musica ok, ma anche la comunicazione è un valore importante nel messaggio che volevi lanciare

Quando esce un disco devi comunicare col pubblico e come lo fai? Coi selfie, citando sotto i pezzi delle canzoni? Sbandierando i dischi di platino e d'oro? O comunichi dicendo altro e ti fai una cassa di risonanza per idee che stanno serpeggiando un po' ovunque? In precedenza ero già stato invitato dalle Sardine e avevo rifiutato perché non sapevo bene chi fossero, cosa fossero, ma quando si è trattato di Aboubakar Soumahoro mi sono fidato, ho pensato che ci fosse una sorta di street credibility e ho detto sì. Anche adesso quello che sta facendo – federare le associazioni, il terzo settore, attivisti – mi pare una mossa in cui mi riconosco perché c'è pluralismo, c'è un'idea di attivismo non sulle parole ma sui fatti.

Prima mi parlavi di come anche l'idea musicale abbia subito influenze da questa politicizzazione. Mi parli un po' di che idea avevi?

Ho parlato con Niccolò Contessa, gli ho fatto ascoltare la prima stesura de "La musica è illegale": il testo era diverso, era ancora più esplicitamente declamatorio e lui mi ha detto che era troppo didascalico, mi ha detto "Tu devi farmi venire voglia di andare a un rave, non devi dirmi che è giusto andare. Non dirlo ma esserlo". Mi hanno sempre fatto stridore i testi di De Andrè su quella musica così carina, dolce, ho sempre trovato più coerente il punk rock, l'hardcore, nella musica stessa ti metto la rabbia e così ho fatto un'operazione simile. Andrea Suriani (che ha mixato l'album con Cosmo, ndr) mi ha detto che questo disco aveva un'attitudine punk, bisogna essere quello che si proclama di essere, così sono andato a rovistare nell'archivio degli stili anni 90, ci ho messo breakbeat, elettro, acid, tribalismi più scuri, ho rallentato i ritmi, mi è piaciuto giocare con quello che ho imparato nei vari dj set, che hanno cambiato molto la mia cultura di clubbing che si è spinta sempre più nell'underground e quando alcune cose mi piacciono tanto mi dico: "Voglio quello stile lì, voglio trasmettere quello che mi trasmettono queste cose quando andiamo a ballare".

A questo proposito, alcuni tuoi colleghi con cui ho parlato in questi mesi mi dicevano proprio quanto fossero stati importanti i live per il cambiamento musicale che hanno avuto…

Io mi ero ritratto dai live volontariamente, preferivo le feste, non avevo il materiale, Cosmotronic mi era invecchiato tra le mani e non volevo più suonare. Il concerto al Forum di Assago ha messo fine a una fase. Mi ero fermato, poi è arrivata la pandemia e quella pausa è diventata frustrante. Il disco l'ho fatto pensando a quello che oggi è vietato, escluso dal discorso, è un disco di reazione a tutta questa ondata repressiva più o meno necessaria: nessuno voleva riempire gli ospedali di malati, però c'è stato un minimo di overdose di propaganda, della mortificazione del corpo dell'altro, quindi mi sono detto che bisognava fare all'opposto, fare un disco che quando lo suonerò dal vivo sarà un delirio, voglio portare la gente in un ambiente sonoro più radicale.

Parliamo del paradosso del successo, con cui in qualche modo anche tu ti confronti, così come ti confronti col mercato?

Il paradosso è che il successo è una chimera, un inganno, perché uno su mille ce la fa e nel momento in cui hai successo sai che ci sono tanti fattori che ti hanno portato lì. Nel mio caso a volte mi dà un certo imbarazzo gestirlo perché io vengo da una famiglia di operai e non ho mai creduto in questo modello sociale, non ho mai creduto che questa fosse la soluzione per vivere meglio. Poi all'improvviso mi sono ritrovato nell'agio economico, però è cosa ne fai di quell'agio che fa la differenza. Anche il tuo rapporto col successo fa la differenza, io avrei potuto anche aspirare a cose in più, sai, tipo "ho fatto il Forum, il prossimo album voglio fare solo Palazzetti e tra due anni farò gli stadi", c'è chi ragiona così e dice: "Magari facessi gli stadi!". Per me, invece, va bene così, metto la firma per restare così e riempire il Fabrique due volte, fare sold out con qualche migliaio di persone, mentre per quanto riguarda i soldi va bene così, sto guadagnando bene.

Però esiste comunque un'ambizione di arrivare anche a quante più persone possibile, no?

Sì, c'è, anche se sul numero ampio ci ho rinunciato da un po'. Non penso di essere un artista per tutti, sinceramente. Non sono Jovanotti, non potrò mai esserlo. Quello che mi interessa, come ambizione egotica, come egotrip, è rimanere o contribuire ad aprire strade nuove nella canzone italiana. Quella è l'ambizione, ma è più artistica che di pubblico. Tantissimi artisti che ascolto e che stimo non hanno successo di pubblico, non perché non se lo meritino, ma perché c'è un sistema di cose che alla fine… sai tipo la radio che non ti passa, c'è un sacco di pop strampalato, matto, che potrebbe arricchire le nostre radio. Se avessi avuto una radio i Camillas li avrei passati sempre, così come i Pop X, ma non ci vanno perché sono troppo strani. C'è stato un bel ricambio generazionale qualche anno fa, ma è invecchiato di nuovo, tutte le nuove proposte che sento mi dico che sono tutti bravi, però sanno già il fatto loro, non riesco a interessarmene.

È da qui che nascono punchline come "Tu fai la hit, io torno vergine"?

Le punchline così sono divertentissime, mi diverto a scriverle. Però a me piace andare a esplorare cose diverse, potrei fare sempre "Sei la mia città", queste ballad così, con un suono prodotto bene e campare di radio, potrei fare innamorare un sacco di ragazzi e ragazze, però voglio fare altro, fare la mia ricerca.

Quando hai pensato al concetto di terza estate e quanto pensi ci voglia per crearla? Immagino ci voglia un movimento…

Come ho scritto nel manifesto è un'invocazione, è una possibilità più che una realtà. Succederà prima o poi, ma come succederà è difficile immaginarlo, non so cosa potrebbe essere ma dopo un periodo di compressione così, dopo anni di erosione sistematica dello spazio pubblico, c'è un clima frizzantissimo, le persone non vogliono per forza la discoteca imbellettata, vogliono la strada: li hanno cacciati dalle strade, con quelli che li riprendevano e mettevano i video su quei gruppi cittadini criptofascisti in cui si denunciano a vicenda.

Andare sul palco del Primo maggio e fare quello che ha fatto Fedez secondo te può far parte, in maniera ampia, del ruolo dell'artista nella società?

Secondo me sì, non è raro che negli Usa gli artisti diano endorsement a un Presidente. Quello che ha fatto Fedez l'ho approvato perché secondo me era giusto prendersi questa libertà, poi lì c'è tutto il discorso della censura, quindi sì, sono d'accordo, queste dinamiche vanno smascherate, indipendentemente dalla bandiera politica. Bisogna sdoganarla questa cosa della libertà di parola.

Chiudo l'intervista chiudendo un cerchio e tornando a Fisher che diceva che per combattere il realismo capitalista bisognava ritornare su tre aspetti fondamentali che erano quelli dell'ambiente, della malattia mentale e della burocrazia (con questi ultimi che occupano un posto di primo piano nell'Istruzione). Quali sono secondo te i punti principali per dar vita alla terza estate dell'amore, i pilastri da cui deve ripartire?

La spontaneità sicuramente. L'istituzione e la burocrazia di cui parla Fischer, poi, non ti permettono di fare la terza estate dell'amore, che deve succedere al di fuori della burocrazia e delle regole. Quelli che Fischer individua sono punti condivisibili, compreso quello della scuola, che in questo periodo è stato un fallimento totale, con una modernizzazione forzata che da una parte ci sta, ma che va ripensata, lo sanno tutti. La scuola non può essere solo somministrazione di programmi ma un'educazione a tutto tondo, la capacità critica. Stiamo abbandonando i ragazzi davanti a degli algoritmi, che formano la loro visione del mondo.

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