Con "Come un animale" i Fast Animals and Slow Kids fanno un passo indietro, nel senso che tornano indipendenti dopo la separazione consensuale con Warner, e uno avanti a livello musicale là dove Aimone Romizi e la band tutta (gli altri sono Alessio Mingoli, Jacopo Gigliotti e Alessandro Guercini) è tornata alla ricerca di un modo per portare ancora un passo avanti la musica di quella che è una delle rock band italiane più amate di questi ultimi anni. "Come un animale" è il racconto di una reazione d'istinto, sbagliata, ma anche la voglia di tentare un suono più scarno, che prenda da questa semplificazione ancora più potenza, e il risultato lo si vede. È stato un anno difficile per la band come raccontano a Fanpage.it, perché al Covid e alla situazione musicale si sono sommati anche fattori extra artistici che in qualche modo hanno influenzato quello che ascolteremo da ora in avanti: "Noi siamo carichissimi, perché è veramente un ritorno. È quasi un anno che siamo completamente fermi, avremmo dovuto fare un tour, dovevamo mettere piede su questi palchi immensi, tutto sold out e poi si è fermato tutto e da lì sono successe mille cose e ora ci sembra di ricominciare daccapo, ma è una sensazione bella" dicono Romizi e Mingoli.

Vi ritrovate con un tour importante non fatto, per una band come la vostra, con album alto in classifica non deve essere stata facile, no?

È stata veramente tosta anche perché noi siamo usciti a maggio 2019, praticamente abbiamo fatto solo l'estivo, che solitamente sono festival con una situazione che è diversa rispetto al tuo concerto e comunque per quante persone ci siano davanti, l'urlo di tremila persone dentro a un posto, solo per te, è differente. Eravamo arrivati al tour invernale con una carica pazzesca, poi è stata una bella batosta. Noi, poi, siamo la tipica band che fa dischi anche per portarli dal vivo.

In effetti siete noti anche per i live super energici.

Sì, avevamo preparato un grande concerto, eravamo carichissimi, avevamo provato tantissimo. C'eravamo fatti un culo incredibile.

Quindi il passaggio a questo nuovo progetto, senza quella parte live importante come l'avete vissuta?

In realtà non riusciamo mai a staccarci da quella parte, anche col pezzo nuovo appena uscito, abbiamo rimontato la sala prove per suonarlo, come se dovessimo fare un concerto dopodomani. In questo caso, poi, ci siamo soffermati sulla sensazione di fare qualcosa: una band che vive di musica da tanti anni ha una sorta di tran tran a cui è abituata, questo stop non l'abbiamo quasi mai vissuto anche se tra un album e l'altro passavano anni. Qui ci siamo disgregati, allontanati e ritrovati in una situazione in cui non si faceva niente, quindi ritrovarci a fare quello che è sempre stata la nostra vita non ci fa neanche ragionare su cosa ci mancherà, intanto ci basta aver rimesso piede nel mondo della musica con lo spirito iniziale.

All'epoca si parlò molto della firma con la major, esperienza durata un album, ora siete tornati indipendenti. Che è successo?

Il passaggio è stato fisiologico, rispetto a una band come la nostra che fa una musica non di tendenza e ha dinamiche così radicate, alcune dinamiche all'interno dell'azienda non ci hanno super convinto, quindi ci siamo guardati in faccia e abbiamo capito che da entrambe le parti c'era un'intenzione diversa, così siamo tornati a quello che sappiamo fare meglio, ovvero trovarci in una struttura che di fondo accetta i nostri sbrocchi in qualsiasi forma si possano manifestare. In verità, poi, il concetto è che ci sono cose che funzionano quando i meccanismi tutto intorno funzionano, poi nel mondo musicale c'è una sorta di magia – senza voler fare il fricchettone -, e si capisce quando l'aria che si respira è qualcosa di condiviso, come succede oggi, che siamo convintissimi del singolo. Poi c’era un che di dispersivo anche perché una major processa una quantità di band gigantesca, quindi è diversa l'attenzione e noi siamo una band che richiede una certa dose di concentrazione e forse in maniera fisiologica ci siamo detti che andava bene così e ognuno ha continuato per la sua strada.

Non so se è questione di ascolto, cuffie, cartolina digitale, YouTube, Spotify etc, ma ho avuto l'impressione che, rispetto ad Animali notturni, gli strumenti siano un po’ più alti rispetto alla voce. Scelta o un'impressione sbagliata?

Forse è più una questione di direzione di suono rispetto ai precedenti, cercavamo qualcosa che fosse più vicino a quello che si definisce stadium rock, ci stiamo concentrando sullo snellire quelle che sono le sovrastrutture create nel tempo. Prima dell'arrivo di Cantaluppi e prima quindi di iniziare a confrontarsi con altri produttori, abbiamo registrato tutto da soli, dentro una casa, noi quattro, e quello che veniva, veniva. Questa cosa ti porta anche dei vizi di forma molto pesanti che da una parte potrebbero essere un marchio di fabbrica ma dall'altro diventano anche limitante.

E per voi hanno cominciato a essere limitanti…

Iniziavamo a sentirti come limitanti, sì, per questo ci siamo confrontati e ci siamo resi conto che se si voleva davvero raggiungere una certa tipologia di suono c'era bisogno di un nuovo processo anche di costruzione del pezzo. Parlo proprio di pensiero che tende alla costruzione del pezzo, che deve seguire determinati principi che abbiamo capito solo producendo con altre persone e registrando in determinati posti, con determinate strumentazioni che rendevano quella chitarra, quella voce, quel basso, quella batteria differenti da come noi erano abituati a processarli. Per esempio, c'è molta meno compressione degli strumenti di come facevamo precedentemente, c'è molta molta meno roba proprio in termini di arrangiamento e questo per esempio va a influire sul volume: meno roba metti, più si possono alzare gli strumenti, quindi la botta nell'orecchio risulta più alta. È un po' un pippone musicale questo qua che sto facendo, però presuppone un pensiero a monte che appunto è il pensiero di una band che vuole avvicinarsi a dei suoni, non so come dire, memorabili.

E questa cosa porta anche più definizione all'orecchio di chi ascolta, in un certo senso?

Esatto, hai presente i Beatles, quando li ascolti non c'è niente di sbagliato, quando entra il violino tu lo senti, ce l'hai ben preciso, perché non ci sono altri sedici violinetti sotto, c'è quella linea, molto chiara, che spiega qual è la melodia. La tendenza era proprio questa, la nostra tendenza è quella di riuscire a togliere tutto quello che è superfluo, che prima mettevamo per riuscire a dare questa potenza, senza capire che in realtà molto spesso bisogna togliere.

Quindi il confronto con Cantaluppi vi è servito anche per comprendere questa cosa.

Assolutamente, è un passaggio che dopo un po' fa tanta gente, un passaggio sano, nel senso che più ascolti, più registri e più capisci che determinate cose sono davvero superflue rispetto a quello che è il senso di un pezzo: il senso di un pezzo è riuscire a darti una melodia, farti capire cosa intende un testo e comunicare quello che ha dentro l'artista e quindi è su questa tendenza che bisogna correre, bisogna andare su questo binario perché credo sia giusto proprio eticamente.

L’altra volta mi parlaste, parlando di "Animali notturni" di pezzi più morbidi, questo mi è sembrato un ricominciare, non dico più "Giorni di gloria" che "Animali notturni" ma quasi.

La verità è che è sempre la solita storia, nel senso che io non me lo sono mai posto il problema se un pezzo è più morbido, dolce, dipende sempre da quello che sta succedendo. È un po' banale ma è la verità, noi mettiamo in musica quello che sta succedendo nelle nostre vite, inteso proprio come cronistoria, certe volte, ma anche inteso come emozioni, come mondo, come vita vissuta. Questa canzone rappresenta una parte delle tante sensazioni che si possono provare in un anno così pesante, quindi aveva bisogno anche di una struttura più energica forse, più dritta. Ma ci sono tante altre canzoni che abbiamo scritto e che abbiamo in testa che magari non vanno per niente in questa direzione. Il punto secondo me è sempre riuscire a focalizzare qual è la cosa importante di quel determinato pezzo: in questo caso volevamo riuscire a comunicare questo dualismo tra la vita che ti arriva addosso e questa quotidianità che di giorno in giorno è sempre più pesante, che tu assimili, introietti e che certe volte ti sembra quasi neanche di percepire, poi a certo punto esplode come una bomba di istintività e di rabbia e anche dolore perché ti trasforma in un animale, nell’opposto di quello che tu pensavi fossi.

In effetti si sente che nasce da una sorta di insoddisfazione…

Nasce da un senso profondo di insoddisfazione di se stessi. È normale che ognuno di noi rifletta su se stesso, tendiamo sempre a migliorarsi o comunque a vedere la parte migliore di se stessi, perché, diciamocelo, fa schifo sentirsi brutti, sentirsi sbagliati, però certe volte a un certo punto compi delle azioni, succedono delle cose, e reagisci a quello che ti circonda in maniera sbagliatissima, così errata che ti senti colpevole di quel comportamento oggettivamente sbagliato. Questo pezzo è mosso semplicemente da questo, e il ritornello secondo me è abbastanza chiarificatorio. Tra l'altro mi piace molto anche che il ritornello, la parte più carica da un punto di vista di testo, è quella più dolorosa, è un'unione che mi piace: il ritornello mette in evidenza il fatto che molto spesso si reagisce a quelle che sono le pressioni esterne, a quelli che sono dei dolori, come fanno gli animali, reagendo d'istinto, attaccando, andando contro, quando in realtà probabilmente è la scelta peggiore che si possa fare perché ti porta sempre più in basso.

E quindi vi chiedo se anche il resto del progetto nasce da questa sorta di delusione di se stessi, anche perché non immagino come facciate a condensare tutte queste sensazioni.

In termini generali posso dire che i pezzi che sono venuti fuori sono abbastanza diversi tra loro e questo perché senza rendere questa chiacchierata troppo pesante è stato un anno molto duro, indipendentemente da quello che abbiamo visto tutti, più duro di quello che si potrebbe immaginare da un periodo già tosto, quindi ci siamo mossi su parecchi strati.

Allora "come reagire al presente" la uso per chiedervi come si reagisce al presente, da artista.

Io credo che non ci sia risposta più vera di questa, ovvero che in tutte le fasi discendenti della vita credo c'è un'unica risposta: fare le cose. Non sono mai stato un grande fan dell'introspezione nel periodo peggiore, in quei periodi bisogna fare delle cose, bisogna muoversi, stimolare se stessi.

In effetti in questi mesi ti abbiamo visto camminare, andare in bici…

Esattamente, mi sono schiantato la testa sui monti e devo dire che mi hanno aiutato. Bisogna fare delle cose perché il male non va via, non c'è quasi bisogno di continuare a processarlo perché lo fai già di per sé. Fare roba, concentrarsi, è importante per questo, musicalmente parlando, anche solo scrivere canzoni, confrontarti coi tuoi amici di una vita, trovarti in sala prove a rifarla, risuonarla, quella roba lì è vitale, diventa essenziale, soprattutto se la musica è anche la tua vita e il tuo lavoro. Insomma, abbiamo scritto una quantità enorme di canzoni.

Cosa vi ha ispirato quest'anno?

Da un punto di vista musicale io non ho fatto altro che ascoltarci dischi e stare lì a indagarli, avevamo il tempo di fare le cose che facevamo da ragazzini: sentire un suono particolare, passarci i dischi. Sicuramente c'è tanto delle nostre grandi influenze di questo periodo, quindi driving rock americano, dai War on Drugs a Kurt Vile. In questo pezzo specifico anche molta new wave, il riff principale del pezzo è molto tendente a quel suono, con i synth sotto che rinforzano il riff di chitarra. Ma una new wave suonabile negli stadi, quindi torna questa batteria ancora più dritta, torna Springsteen. Una cosa particolare è che abbiamo questo ritornello che parte in minore, che è una cosa non tanto usuale, apre allo stesso modo ma mantenendo una certa cupezza e questa cosa è una cosa che deriva proprio dai tanti ascolti dei mesi scorsi.