Masito e Danno dei Colle der Fomento nella redazione di Fanpage.it
in foto: Masito e Danno dei Colle der Fomento nella redazione di Fanpage.it

C'è un fischio che apre e chiude "Adversus" l'album – possiamo dire ‘attesissimo' – che segna il ritorno in campo di una delle band storiche dell'hip hop italiano, ovvero il Colle der Fomento, il progetto che a fatto di Danno e Masito due dei narratori più amati della musica italiana, con quattro album alle spalle in 25 anni di carriera e una poetica che ne ha fatto un caposaldo. Sono passati dieci anni dal precedente "Anima e ghiaccio", i Colle sono cresciuti, le vite sono cambiate, ma anche in questo "Adversus" ci sono sangue e anima, c'è il racconto interiore che intreccia quello della società che ci circonda. Abbiamo fatto due chiacchiere con Danno e Masito.

Sono passati un po' di mesi dall’uscita dell’album, qual è stato il feedback migliore che avete ricevuto? Sapete meglio di chiunque altro quanta attesa c’era per l’uscita di Adversus.

Ci sono stati feedback positivi, abbiamo portato in giro il documentario che racconta la lavorazione del disco e durante le proiezioni,  e in molti sono venuti a raccontarci i loro casi privati e questa è una cosa molto bella perché dà senso alle cose che facciamo.

Siete usciti in un momento molto caldo per il genere, nelle sue diverse forme. Come avete vissuto questi anni di cambiamento sul vostro corpo, sulla vostra musica?

Dopo i 40 anni dai priorità ad altre cose, incastrare due rime per il gusto di farlo è un po' come quello che palleggia e dice: "Guarda faccio 100 palleggi senza mai far toccare palla a terra" poi però la partita è un'altra cosa, in campo conta poco che tu sappia fare 100 palleggi, quando devi fare un album porti quello che è veramente importante: abbiamo lavorato su un campo che ci appartiene di più, che è quello dei sentimenti, dell'esperienza accumulata, la vittoria – se di vittoria si può parlare -, del disco sta nell'aver fatto delle scelte diverse da tutti gli altri, tipo un video che dura 8 minuti, quando tutti ci dicevano che eravamo matti, che non si fa, così come non si fa la terza strofa nei pezzi, perché bisogna farli corti. Ci dicevano che era inutile lavorare al disco, che bisognava mettere fuori i singoli e noi abbiamo fatto tutto il contrario e pur ragionando in questa maniera la roba è arrivata e la gente ci ha fatto i complimenti.

È un album scritto in un ampio spettro temporale, come avete lavorato per mantenere uniformità, contando anche che due pezzi hanno produttori diversi da Dj Craim?

Abbiamo fatto un disco che andrebbe ascoltato tutto insieme cosa che oggi non si fa, si ascolta un pezzo alla volta, per questo abbiamo fatto attenzione alla scaletta, è stato un lavoro di mesi. L'inizio del disco è un Colle sicuramente riconoscibile, però man mano che vai avanti cominciano ad aprirsi nuove porte che non avevamo mai aperto. "Miglia e promesse" è un pezzo acustico dal sapore blues, come non avevamo mai fatto, "Musica e fumo" è un viaggio fra lo swing, la musica italiana e una certa bossanova, i pezzi più da battaglia andavano messi prima perché dopo avrebbero perso quasi senso rispetto a un pezzo forte come "Nostargia", che affronta un tema molto più denso. Probabilmente è stato bravo anche Dj Craim a lavorare sui raccordi, come finisce un pezzo, come si lega l'entrata dell'altro, e questo lavoro fa sì che quando il disco finisce a me viene voglia di dire "Lascialo ricominciare".

Sono passati 25 anni dalla formazione del Colle, parliamo del serbatorio da cui attingete per continuare a divertirvi?

Di base succede che è nei live che ci divertiamo, da lì che nasce quella magia che si crea col pubblico, quell'alchimia assurda e quella gioia dei live ci fa stare bene per giorni. Siamo persone tribolate, con ansie, problemi, quindi quei live ci servono. Ognuno di noi deve in qualche modo, ritagliarsi la propria identità personale al di fuori del gruppo, ma è quasi un'idea di ‘Andiamo a raccogliere cose, poi torniamo alla nostra base operativa che è il Colle e ognuno porta quello che ha raccolto".

Curiosità: il fischio con cui comincia l’album, può sembrare un vezzo etc, ma è qualcosa che ti immette subito nel mood e rimanda subito a Leone e a De André che in maniera diversa sono omaggiati in quest’album… Tra l'altro un fischio che apre e chiude Adversus.

Sì è molto morriconiano come fischio, richiama molto il cinema di Sergio Leone e quel tipo di colonne sonore. Sia Leone che De Andrè raccontavano una parte un po' più sporca della vita, un po' meno lucidata, meno omologata, sono sicuramente due punti di riferimento e in più ci piace proprio l'idea che quel fischio apra e chiuda il disco, c'è nell'intro e nell'outro, e all'interno di questa melodia ci sono tutti gli argomenti, in questo fischio c'è tutto quello che noi vogliamo raccontare.

Ci spiegate il verso "Ho fatto er core pietra (…) non vengo per nessun bottino in questa terra di banditi" ("Noodles")

È proprio la risposta a chi ci chiede cosa abbiamo fatto in questi ultimi 10 anni ed è questo, "ho fatto il core pietra", cioè a volte ho dovuto indurirmi perché la vita spinge e allora devi un po' diventare tosto e il fatto dei banditi è una citazione di Capossela che in un suo documentario diceva questo fatto, sembra quasi che oggi questa società di banditi deve prendersi quello che può, se lo arraffa e te lo mostra con ghigno vincente e io, invece, dico: "Non vengo per nessun bottino", nel senso che non mi interessano neanche i soldi, che servono a tutti, no, io vengo per altro. Ho raccontato il dramma, a volte, semplicemente di andare avanti, anche se tutto quello che faccio non ha senso io sono ancora qua a combattere.